“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Martedì, 14 Gennaio 2014 00:00

Il tempo congelato in "Una specie di Alaska"

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Un tema forte che attrae e spaventa allo stesso tempo, come tutto quello che concerne l'occulto inteso come "conoscenza di ciò che è nascosto" e i suoi testimoni, ovverosia persone che: per poteri 'sciamanici' ricevuti sin dalla nascita; vicende legate ad infortuni o malattie; oppure stati di 'pre-morte' indotti dai servigi di un infallibile dottor Kevorkian un po' rimodellato rispetto all'originale dalla penna di un Vonnegunt visionario, sono comunque riuscite ad instaurare contatti con universi paralleli o forse addirittura con l'aldilà.

Harold Pinter, uno dei maestri del teatro dell'assurdo, con Una specie di Alaska affonda le mani, al fine di rimodellare e plasmare, in un materiale umano ricavato dalla realtà, una storia realmente accaduta e restituitaci da Oliver Sacks in Risvegli, una raccolta di testimonianze in cui il medico racconta le esperienze dei suoi pazienti affetti dall'encephalitis letargica, epidemia che dopo il 1916 si presentò come temibilissima minaccia in gran parte del mondo.
Un assurdo portato agli estremi non solo per tipologia teatrale ma anche per la storia narrata che ha dell'incredibile. La piccola Debby, all'età di sedici anni viene colpita dalla terribile malattia che la tramuta per ventinove anni in una bella addormentata. Ma non si tratta di una favola e al suo risveglio, l'ormai matura Debby, non troverà ad attenderla nessun principe azzurro pronto a condurla sul suo destriero per recuperare il tempo perduto del quale poi, tutto sommato, non se ne sente una gran mancanza perché, entrambi, sanno che il meglio deve ancora venire.
No, per Debby non andrà così, perché mentre lei dormiva, il mondo, incurante della sua assenza, è andato avanti col suo incedere marziale, e la prova di tutto questo la troverà scritta su ogni lembo del suo corpo che, come una mappa fedele, recherà tutti i segni di un tempo trascorso senza essere stato vissuto. Una beffa, un inganno, un tempo defraudato ed una nuova persona che dovrebbe essere lei ma che non le è stato concesso di conoscere, un'estranea. Deborah cerca affannosamente di ritrovare questo tempo, da qualche parte, in qualche piega della memoria, con la frenesia di chi, tra l'incredulo e il terrorizzato, si tasta addosso cercando qualcosa che non trova e sicuramente aveva fino ad un attimo prima, ma un'asepsi mentale della vastità di un lago ghiacciato, che occupa lo spazio di ventinove anni, impedisce a quelle due persone, la ragazzina con i suoi sedici anni e la donna quarantacinquenne appena nata, di riconoscersi e riunirsi.
Un bianco lenzuolo, candido come il fazzoletto di un illusionista aveva ricoperto la giovane che si era accomodata sul lettino e quando era stato tolto il gioco era riuscito, la ragazzina non c'era più e al suo posto ecco una donna che avrebbe potuto essere sua madre. Ma qualcosa è andato storto perché la donna non ha ricordi suoi e le sono rimasti i soli ricordi della fanciulla, e quando si desta dal suo letto immacolato ricorda tutto quello che per lei è rimasto congelato anni prima, il cane, i giochi con le sorelle, la mamma che la sera prima si era scordata di cantarle la canzoncina della buonanotte, il fidanzato e il giorno del suo compleanno, che sarebbe arrivato a breve e ci sarebbero stati i regali, la torta, le candeline e tutto il resto: nella sua voce e nei suoi occhi si affaccia in un continuo baluginare la piccola Debby.
Non potendo recuperare da sé quel passato del quale è stata defraudata, perché nessuna memoria volontaria può essere sollecitata dall'intelletto a varcare i confini di quel non luogo ghiacciato in cui è rimasta congelata la sua esistenza e nessuna memoria spontanea può mai risvegliarsi col sapore di una qualche madeleine capace di restituire sentimenti e sensazioni che, ammesso ci siano stati, resteranno sommersi nei ghiacci di quell'Alaska, non le resta che la parola usata come un piccone per scavare, cercare e disseppellire, interrogando le due persone che l'hanno assistita in tutti quegli anni, la sorella Pauline e il medico di famiglia, che avendo fatto del caso di Deborah la sua ragione di vita ne ha anche sposata la sorella Pauline facendone, così, di fatto una vedova più che una sposa: loro sono i due soli testimoni, i sopravvissuti.
Ma non ci possono essere risposte, non le avrà Deborah e non le avranno gli spettatori; siamo nel teatro dell'assurdo, che ingenera un susseguirsi di domande che resteranno sospese e per un po' ci accompagneranno lungo la via del ritorno a casa. Viene da chiedersi se per lei quei ventinove anni siano stati per davvero 'tempo perduto', da cosa era animato il suo sonno, c'erano spiriti folletti o spettri, magari tutto quel tempo, in realtà, nel luogo in cui si trovava potevano aver avuto la durata di una sola notte di cui lei, una volta tornata nell'universo dal quale era venuta, non serba alcun ricordo. Così come, magari, mentre viveva il sogno di quella lunga notte non ricordava nulla della sua vita terrena, trovandosi le due esistenze sospese su universi paralleli incomunicabili dove il tempo scorre a velocità diverse. Cos'avrà provato quando, ritirandosi dalla propria pelle, ha attraversato quella frontiera d'ombra per penetrare nelle tenebre? Ma poi siamo così sicuri che il passaggio sia stato esattamente questo? Che abbia abbandonato la luce per raggiungere le tenebre e non l'inverso? Forse potrebbe essere il contrario. E i suoni? Il silenzio umano è capace di acuire tutti i suoni di sottofondo che molto spesso si mostrano più intensi e significativi. Lei ricorda solo il rumore di una goccia costante, cos'era, il ticchettio del tempo che passa e che si sente anche quando non ci sono orologi, il battito del suo cuore o il rumore delle sue lacrime?
Alle domande di Deborah vengono date risposte, ma contraddittorie, che quindi si annullano, perché mentre il medico, distante e distaccato come spesso fanno i medici quando, per mostrare il loro rispetto e la loro compassione per le sensazioni dei pazienti, non provano nemmeno a fingere di condividerle, sceglie di non edulcorare in alcun modo la realtà con qualche bugia. La sorella, invece, che probabilmente in Deborah vede ancora la ragazzina che lei stessa aveva visto trasformarsi in statua anni prima, non riesce a non mentirle e l'asseconda nei suoi anacronistici ricordi incoraggiandola a restare in quel passato e, forse, a tornare nel sogno per sfuggire al dolore di quella realtà insopportabile.
Nel finale Deborah, in un momento di lucidità comincia a dubitare. In quella situazione al limite del lisergico, infatti, tutto può essere rimesso in discussione: "Dice che sono viva? Dice che sono sveglia? Dice che non sono morta? Dice che i miei genitori sono vivi e sono andati a fare un viaggio in crociera?". Un silenzio contemplativo si impossessa della stanza, le parole hanno preso le distanze dai due testimoni che ora tacciono. Deborah raccoglie i tasselli del puzzle e li posiziona come più le piace: "Credo ora di avere ben chiara la situazione. Grazie!".

 

 

 

 

 

Una specie di Alaska
di Harold Pinter
regia Valerio Binasco
con Sara Bertelà, Nicola Panelli, Orietta Notari
allestimento scenico Nicolas Bovay
costumi Catia Castellani
lingua italiano
durata 45'
Napoli, Galleria Toledo, 11 gennaio 2014
in scena dal 10 al 12 gennaio 2014


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