“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Lunedì, 28 Ottobre 2013 01:00

Potenza del narratore

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Debutta per Il Teatro cerca Casa un nuovo lavoro di Paolo Cresta e Paolo Lomanto: Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Riduttivo definire lo spettacolo una lettura teatralizzata con accompagnamento musicale. Ingiusto. Ciò cui abbiamo assistito, nella quieta e accogliente atmosfera di un salotto, trasformato in platea e palcoscenico senza soluzione di continuità, è a tutti gli effetti una narrazione teatrale, un racconto musicale o una partitura letteraria.

Profumo di lilium nella stanza. Non ci sono cambi di luce o sipari che si aprono. Due uomini in camicia bianca e pantaloni marrone entrano in scena, uno è alto e si accomoda alla chitarra, l’altro è più basso e prende posto allo sgabello. Comincia la chitarra, con il bolero di Quizas, quizas, quizas, che comincia a trasportarci dall’altro lato del mondo. Passiamo le colonne d’Ercole, ci imbarchiamo nel vasto oceano e raggiungiamo Cuba, le sue coste, il suo mare. Quando si spengono le note Paolo Cresta comincia a raccontare: "Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo..." e il miracolo della sospensione dell’incredulità si manifesta, stiamo lì ad ascoltare, a seguire la storia, a soffrire, sorridere, dispiacerci, intenerirci. “Il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna”. Le parole sono quelle di Hemingway, nulla è stato aggiunto o trasformato, solo ridotto. La narrazione teatrale come opera di sottrazione, come la scultura "per via di togliere" di Michelangelo (come ricorda Enzo Salomone nel dibattito finale). L’opera, come la pietra, è in sé perfetta, ma il tempo della narrazione non è quello della lettura solitaria, silenziosa. Il lavoro sul testo è stato un progressivo asciugare le parole, finché il romanzo è diventato testo.
Le parole descrivono il vecchio: "Le mani avevano cicatrici profonde che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti. Ma nessuna di queste cicatrici era fresca. Erano tutte antiche come erosioni di un deserto senza pesci”. Le parole hanno un corpo e quel corpo parla, freme, trema, si irrigidisce. Le parole si gonfiano come le onde, come la vena sul collo possente. Le parole diventano mare, e sale, e sartie rattoppate, e sconfitta, e paura, e tenacia. Le parole si mescolano alla musica, tappeto sonoro che sa di Cuba, sa di esotico, circoscrive quel mare che è Oceano eppure lambito dalla calda corrente. Quell’oceano che ha all’orizzonte le luci de L’Avana e si porta appresso colori, profumi, Dos Gardenias para ti, Candela e altro che immaginiamo, delicatamente suggerito da note pizzicate che si fondono, senza mai sovrapporsi, alle parole. E poi l’Africa. Quella dei sogni del vecchio. Con i leoni. Il ritmo di Afro blue è incalzante e saltellante. Sa di sole, pelle nera, colori sfolgoranti.
E di nuovo le onde. Per ottantacinque giorni. Nelle parole e nel gesto avvertiamo la tensione della lenza, il calore del filo che brucia tra le mani, corre veloce, fino a farle sanguinare. Lo vediamo, anzi lo sentiamo il crampo del vecchio. La vediamo e la sentiamo la stanchezza del vecchio. Sentiamo la sua voce bassa e profonda, quasi rassegnata, così in contrasto, ma sono solo leggere sfumature, con la voce e il tono del ragazzo, un po’ più acuta e febbrile, e così diversa, ancora piccole sfumature, dal narratore, la voce in terza persona, distesa, piana, attoriale, o meglio narratoriale. Anche il viso è più disteso quando parla il narratore. Anche se un attimo prima era esplosa tutta l’energia del vecchio in lotta con il pesce. Il viso era rosso e contratto, gli occhi lucidi e allucinati, il sudore vero era anche sudore letterario. E poi, repentina, la calma. Il distacco. La voce fuori campo che veste quegli stessi panni, quella stessa camicia bianca. Quello stesso viso in un attimo ha cambiato espressione. Gli occhi hanno assunto quel tipico sguardo che ti guarda senza guardarti o senza che tu sappia di essere guardato. Quello sguardo lontano dell’attore, eredità delle epoche in cui l’attore era persona, ovvero maschera e il suo sguardo due buchi in quella maschera.
Per questo trovo riduttiva la definizione di lettura teatralizzata, ché in nulla è mancata qui la fisicità o la potenza scenica dell’attore, non semplice narratore, ma piuttosto narrattore. Forse la nostra epoca disincantata ha ancora brama di sentir raccontare storie.

 

 

 

 

Il Teatro cerca Casa
Il vecchio e il mare
di
Ernest Hemingway
con Paolo Cresta
voce e chitarra Carlo Lomanto
lingua italiano
durata 50’
Napoli, interno privato, 25 ottobre 2013
in scena data unica

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