“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 30 Ottobre 2021 00:00

La storia riscritta dai vincitori: lunga vita a Medea

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Quindici talenti. Tanto costano i servigi di Euripide. Euripide, il drammaturgo a cui dobbiamo la più famosa rappresentazione teatrale di Medea, ripresa poi da altri: emblema di donna vendicativa perché tradita dal marito, folle di dolore tanto da uccidere i suoi stessi figli. Simbolo dell’irrazionalità che è tipica della donna.

Quindici talenti d’oro per riscrivere un mito e creare una figura di donna selvaggia, incarnazione del male, capro espiatorio di violenza e orrore dei Corinzi.
La Storia è scritta dai vincitori e il mito non fa eccezione: se pensiamo al ruolo fondamentale del teatro in Grecia, avendo funzione educativa e dunque di trasmissione dei valori della società, non è così difficile credere che il drammaturgo dovesse adattarsi alle richieste del potere esattamente come oggi la narrazione del nostro tempo viene manipolata (scelta di notizie, fake news, narrazioni distorte).
Medea, ancora, per avvalorare la tesi di come una narrazione possa attraversare ere, è anche il nome dato a una sindrome.
Con Christa Wolf, scrittrice tedesca, la prospettiva si ribalta. Studi e ricerche, ci sono attestazioni in testi di storiografi antichi, hanno portato alla luce una figura di donna diversa. Ed è questa nuova Medea protagonista dello spettacolo di Cinzia Cordella, regista e attrice. Originaria della Colchide, Medea proviene da una tribù matriarcale non violenta; sacerdotessa, principessa, viveva del culto della terra e della fertilità. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta a impadronirsi del vello d'oro ingannando il padre. Fugge con lui e giunge a Corinto.
La storia, sul palco, ha inizio a fatti ormai compiuti. Sinuosa si muove, elegante, quasi danzando. L’intensità dello sguardo colpisce più di ogni parola. Parla il corpo sul palco, i gesti. Da un’urna la sabbia viene rovesciata sul pavimento, le mani vi affondano. Un ritorno alla terra, al suo elemento. Un richiamo ai morti. Della sabbia rossa crea poi una striscia centrale: violenza, sangue versato. Con la sua veste lunga sparge quel sangue, si macchia.
“La città ha fondamenta sopra un misfatto”.
Medea infanticida e fratricida? La sua colpa è quella di aver scoperto su cosa si regga il regno di Creonte, il suo potere. Un omicidio, la morte della piccola Ifinoe, erede al trono. Stessa sorte del fratello di Medea, non da lei ucciso ma dal padre per conservare il trono. E in scena Cinzia Cordella lo ricorda con un momento toccante: da un vaso prende a piene mani pezzi di carne e se li porta al viso, in un gesto di disgustosa tenerezza.
“Quando corsi per il campo su cui le donne folli avevano sparpagliato le tue membra fatte a pezzi, quando corsi singhiozzando per quel campo nell’oscurità che calava e ti raccolsi, povero fratello scorticato, pezzo dopo pezzo, osso dopo osso, allora smisi di credere”.
Traditrice. Traditrice.
Ha tradito la sua terra e suo padre, non solo per amore. Sapeva ed è fuggita da un mondo che non le apparteneva più. Ha tradito Giasone, e lui ha tradito Medea. Ma non ha tradito se stessa, quella donna selvaggia che, come scrive Clarissa Pinkola Estés, è dentro di noi. Selvaggia non inteso come barbara, ma capace di una forza incredibile proveniente da dentro, dal suo essere donna e avere la capacità di rialzarsi.
Medea diventa capro espiatorio di ogni male, anche della peste che colpisce Corinto. La sua fierezza viene vista come superbia. Bella, indomita, spaventosa.
“L’immagine più terribile e irresistibile che ho di lei. Medea sacerdotessa sacrificante davanti all’altare di un’antichissima dea del suo popolo, avvolta in una pelle taurina, in testa un berretto frigio fatto coi testicoli del toro, contrassegno della sacerdotessa che ha il diritto di compiere sacrifici cruenti. E questo fece Medea. Presso l’altare vibrò il coltello sul torello adornato e gli squarciò la carotide, così che quello cadde e si dissanguò. Ma le donne raccolsero il sangue e lo bevvero, e Medea per prima, e io provai orrore di lei, e non potei distogliere lo sguardo, e sono sicuro che voleva che la vedessi così, spaventosa e bella, la desiderai come non avevo mai desiderato una donna”.
In scena anche Giasone, Davis Tagliaferro, in un’interpretazione che poco convince perché meno vibrante, più incerta, impostata. Ha, però, il merito di mostrarci Medea in una forma ancora diversa. Perfetta vittima sacrificale lei, in un rovesciamento delle parti.
Medea è un’outsider, una profuga. Si ripete qui il tema del diverso che spaventa e affascina allo stesso tempo. Un animale da studiare per le sue differenze con la civile Corinto, e da ammaestrare perché la libertà fa paura. Ma lei non abbassa la testa mai.
“Le donne dei Corinzi mi sembrano animali addomesticati, resi con cura mansueti”.
Giasone non la difende dalle accuse, lui è “l’uomo ingannato”. Ma la rabbia del tradimento, che pure colpisce la sua virilità, non è comunque più forte del desiderio di ricchezza e gloria per un uomo greco. Lascia che la esilino, e le voci su di lei diventano aria. Glieli hanno ammazzati i figli, per lo stesso istinto di conservazione del potere che prima di loro ha portato alla morte Ifinoe e Apsirto.
“Di noi hanno fatto ciò di cui avevano bisogno. Di te l’eroe, e di me la donna malvagia. Così ci hanno allontanati l’una dall’altro”.
Vincitori e vinti. Una storia senza fine.





Medea. Voci
di
Christa Wolf
regia
Cinzia Cordella
con Cinzia Cordella, Davis Tagliaferro
acting coach Paolo Antonio Simioni
collaborazione scenografica Bruno Garofalo
assistente alla regia Sabino Rociola
distribuzione Mario Minopoli
produzione Mabel Productions
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Elicantropo, 23 ottobre 2021
in scena dal 21 al 31 ottobre 2021

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