“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Venerdì, 29 Ottobre 2021 00:00

Tra vizi ed eccessi, un Don Juan irriverente e libero

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Don Juan è un personaggio indimenticabile, perché fin dal principio della sua storia rifugge ad ogni classificazione. Ogni sua azione si pone in contrasto su ciò che è, la sua essenza, e ciò che dovrebbe essere nello specchio della società. Mozart ce lo presenta in quello che è stato definito “dramma giocoso” come figura buffonesca, nonostante la sua origine nobile. Ironico proprio perché sfuggente, nonostante la sua coerenza narrativa.

Ma il Don Juan in Soho, in scena al Teatro Bellini fino al 7 Novembre per la regia di Daniele Russo, riprende le caratteristiche di quello descritto da Molière: nel suo cinismo e nella non troppo velata perfidia, ostinato nel dedicarsi solo al soddisfacimento degli impulsi carnali più bassi che – come in Molière – qui sono descritti nella loro materialità apparentemente deprecabile, ma in realtà esaltata ad essenza stessa dell’uomo, perché lo riporta alla sua carnalità, alla dimensione terrena che guida ogni sua azione e intenzione.
Don Juan si impone qui sulla scena come uomo risoluto e libero. Vive le sue avventure, alla ricerca sempre della parola o del gesto estremo, nel quartiere londinese di Soho, con le sue luci e i suoi peccati non celati, dove in un palcoscenico rotante si muovono i vivaci personaggi di un mondo fatto di tentazioni e pentimento.
In questa vastità di tipologie umane i personaggi si possono collocare essenzialmente in due categorie: quelli che strenuamente difendono l’etica e la morale e Don Juan che da solo sfida ogni giudizio moralistico, affiancato da Stan, servitore e compagno, ricalco di Sganarello, che nutre verso di lui sentimenti di ripugnanza e adotta atteggiamenti di sottomissione e lealtà, provando più o meno ciò che ognuno di noi prova verso i vizi umani.
Non è cambiata l’essenza di Don Juan: è un uomo che ama le donne e si nutre di piaceri, effimeri, fulminei che gli regalano qualche istante di godimento prima di tornare alla sua esistenza aleatoria, fugace, sempre alla ricerca di una nuova sfida, di nuova preda nell’eterna caccia della seduzione. È genio e sregolatezza.
L’eterno gioco che Don Juan inscena con ciò che lo circonda, con il suo riso beffardo e la sua ironia dissacrante, rivela un’eterna competizione con sé stesso, con la volontà di imporsi in un mondo che merita di essere costantemente sfidato, parodiato, dove tutto risponde a tipologie ben definite, mentre lui vuole sfuggire a ogni categorizzazione.
È un uomo su cui facilmente può abbattersi la morale, vezzo e vizio dell’umanità, perché non sottostà a nessuna regola, vive il presente, proteso solo al soddisfacimento dei suoi bisogni, senza cercare complicazioni di sorta. E infatti il giudizio imperante del mondo si scaglia su di lui: da quello di Stan, che ne mette in luce le mostruosità, perché chi agisce senza morale non pensa mai agli altri, ma solo ai propri interessi primari, a quello di Elvira donna a lui devota e da lui sedotta e abbandonata, fino al padre che se ne vergogna e lo rinnega.
Il problema di tutti è che vorrebbero cambiarlo, mentre lui vive felice nel suo giardino di egoismo e leggerezze. Tutti cercano in lui la redenzione, lo esortano a pentirsi, ne condannano la superficialità e il disinteresse verso questioni per loro fondamentali: il matrimonio, la stabilità, la realizzazione personale. A loro lui risponde di “non essere il cattivo della storia”.
“Io sono un bambino che agisce solo seconda la sua volontà. Sono libero arbitrio e questo è tutto ciò che per cui valga la pena vivere”.
Ed è per questo che Don Juan, con la sua condotta apparentemente amorale, propone un ribaltamento di qualsiasi convinzione. Nell’antieroe irriverente e sacrilego raccontato qui tra risse e notti di lusso, che vive la sregolatezza come mantra, che cerca dalla vita sempre lo stimolo mai colto, l’andare sempre più in là, oltre tutte le aspettative, c’è il segreto di un nuovo modo di vivere o quantomeno una chiave di lettura. Quella di chi un uomo che esalta la perversione e la normalizza, che celebra l’egoismo come arma di difesa, che ama gli eccessi ed è estraneo a qualsiasi forma di giudizio. Soprattutto che sceglie di essere libero.
La vastità delle tipologie umane viene raccontata in uno spettacolo corale in cui i personaggi immediatamente ci vengono presentati in cerchio, elevati su una piattaforma che si muove in maniera vorticosa, ad indicare la velocità della narrazione e la mutevolezza costante di ogni rapporto e di ogni ideologia. In questo spettacolo, in effetti, le parole pronunciate, i gesti compiuti sono immediatamente contraddetti o falsificati da Don Juan stesso che si erge al di sopra di tutti i personaggi a guidare la narrazione, dirottandola in base ai suoi giochi linguistici, alle sue beffe e alle sue bugie. Lo spettacolo è costruito su di lui, che dalla regia di Gabriele Russo è sempre collocato al centro in posizione sopraelevata rispetto agli altri personaggi che gli fanno da contorno, offrendo commenti e critiche ai suoi comportamenti. Anche la sua prestanza fisica, rispetto alla quale gli altri personaggi appaiono esili figure di contorno, domina la scena.
L’irriverenza del Don Juan interpretato da Daniele Russo si esprime nella parola ma anche e soprattutto nel corpo, nella gestualità sempre volta all’eccesso, alla mimica parodizzante. Mentre lui è personaggio sfaccettato, che racconta una psicologia complessa, gli altri personaggi sono tipi. E i valori che essi rappresentano, luminosi o oscuri sono ben delineati da una scenografia che gioca con le sfumature di luce. Giochi di luce e di ombre e un’imponente colonna sonora accompagnano il percorso narrativo del nostro antieroe fino all’agnizione finale.
Avanzando tra incontri, peccati e pentimenti la trama si fa sempre più oscura e parallelamente la scenografia diventa sempre più buia, ad accogliere l’intorpidimento di qualsiasi intenzione. I motti di spirito lasciano spazio all’esplorazione sempre più intensa delle coscienze e alla fine tutti i personaggi si mettono a nudo. I tipi vengono svelati e così le intenzioni. Sono eliminate le sovrastrutture. I personaggi scendono tra il pubblico, in una costruzione sempre più intimistica che indica un annullamento della distanza e della finzione narrativa.
Nella scioccante scena finale i giochi di luce lasciano spazio ad una scenografia scarna e minimale, non c’è più spazio per i motti di spirito ma solo per l’esplorazione delle coscienze. Don Juan lascia la scena su uno sfondo bianco, senza luce, tutto intorno il buio, la scena è scarna, lo spettatore è solo con ste stesso. Prigioniero della stessa solitudine del suo eroe.
Il confine è molto sottile e dietro la patina ironica di uno spettacolo che regala non poche risate e momenti ironici, giocando su sconcezze e brutture, ci si apre ad una riflessione su cosa sia giusto e cosa no, su quanto sia lecito condannare un uomo che vive non seguendo la morale condivisa dalla società, se quell’uomo ha scelto come sua morale la libertà, nel suo senso più netto e totalizzante; soprattutto: esiste davvero possibilità di giudizio, in un mondo dove tutto è costruito a tavolino e puntare il dito, richiamandosi a giudizi pseudo-universali, è diventata becera abitudine? In una società fatta di ipocrisie che cerca costantemente il consenso, anche nella menzogna, Don Juan è un outsider, ma è autentico nel suo essere spaventosamente brutale.
Eppure quella società lo ha generato, di essa egli è il prodotto, perché si nutre delle stesse bassezze e superficialità che essa ha creato per dare piacere ai suoi seguaci.
È quella stessa società che ha dato vita i suoi miti di seduzione e di voluttà e che ha istillato in lui la noia, che lo spinge a cercare sempre altro, che lo porta ad ammettere che tutto ciò che fa è specchio della solitudine.
La verità è che tutti sono soli in un mondo fatto di schemi e di menzogne, ma Don Juan sceglie di esserlo in modo autentico. E quando alla fine la statua del Commendatore, come ci insegna il dramma di Mozart, viene a reclamare la sua anima, nessuno si rammaricherà per il Don Juan in Soho e legherà il suo nome solo al male compiuto.
L’unica possibilità di salvarsi per lui sarebbe dare ragione a quei volti ipocriti e ammettere di essere lui quello sbagliato, il “personaggio cattivo” della storia. Ma la strenua difesa della sua libertà non gli consentirebbe mai di tradirsi così. In un uomo apparentemente senza valori è forte il coraggio di difendere la sua essenza fino all’ultimo.
Per questo Don Juan diventa simbolo dei nostri desideri più segreti. E lo fa venendo raccontato in uno spettacolo che coraggiosamente ribalta ogni preconcetto, gioca con sé stesso in maniera dissacrante e sarcastica, mostra eccessi e amoralità, scappa dai giudizi e ci spinge forse a giudicare prima di tutto noi stessi.




Don Juan in Soho
di Patrick Marber
ispirato a Don Giovanni
di
Molière
regia Gabriele Russo
con Federica Altamura, Joele Anastasi, Alfredo Angelici, Noemi Apuzzo, Claudio Benegas, Claudia D’Avanzo, Mauro Marino, Alfonso Postiglione, Daniele Russo, Arianna Sorrentino, Enrico Sortino
scene Roberto Crea
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
progetto sonoro Alessio Foglia
foto di scena Mario Spada
produzione Fondazione Teatro Di Napoli - Teatro Bellini
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Bellini, 26 ottobre 2021
in scena dal 20 ottobre al 7 novembre 2021

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