"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 16 Maggio 2013 23:31

"Noi siamo le mani di Dio"

Scritto da 

Attendiamo la rappresentazione nel piacevole fresco del vico del Fico al Purgatorio ad Arco, cullati dalle note ipnotiche di un valzer. Il TIN, Teatro Instabile di Napoli, è decisamente sotto il segno di Pulcinella. Alle finestre del palazzo di fronte un bambolotto pende tristemente, appeso a testa in giù. Doveva essere stato un bel palazzetto quello di fronte, o forse l’ingresso laterale del palazzo su via dei Tribunali, prima di essere chiuso da brutte superfetazioni che lo hanno trasformato in un cortile cieco. Vico del Fico al Purgatorio ad Arco. Un vicolo. Con i panni stesi, sugli stendini per strada, con le piante, per strada, con delle vuote fioriere, sembra appena collocate, ancora mezze avvolte nel cellophane, speriamo presto riempite di belle piante prima che di immondizia... Doveva esserci una cappelluccia poco più avanti del teatro, lo immaginiamo dal cuore di Gesù al centro di ciò che resta di un frontone in stucco che sormonta una porticina di legno chiusa, si direbbe, da tempo immemore.

Lo spettacolo deve ancora cominciare, mentre un cardinale e uno scherano attendono all’angolo del vicolo, su via Tribunali, a reclutare pubblico in questa serata che promette pioggia. Si aggiunge un frate cappuccino, che avanza lento pede lungo il vicolo. Odore di pioggia. Si sente la polvere bagnata dalle prime gocce. Si parte. Seguiamo il frate e la sua campanella, passiamo accanto al Pulcinella di Lello Esposito e lo vediamo, una massa d’uomo in un saio bianco col mantello nero.
“Io ovunque mi giro vedo Dio”. Dio è in tutte le cose. “In fondo cosa siamo noi? Cosa sono le nostre anime?”. Si chiede e ci chiede. “Noi siamo le mani di Dio, perché siamo gli unici esseri che possono evolversi”, fino a raggiungerlo. “Ma chi ha detto che abbiamo una vita sola?”, potremmo rinascere uomini, oppure alberi, oppure zoccole... ”In fondo anche noi siamo delle zoccole, anche noi corriamo”, non si sa verso dove, verso cosa, forse corriamo per ingannare la nostra paura della morte. Ma per Giordano Bruno la morte non esiste, l’Inferno non esiste. Tutto ritorna, tutto rinasce, nulla può avere davvero fine, perché in tutto c’è una particella di Dio e Dio non può morire.
“Abiuro”. Lo ha fatto a Venezia, ma non è bastato, la Santa Inquisizione lo vuole, lo rinchiude, lo interroga, lo studia, lo soppesa. Le accuse sono apostasia, eresia, blasfemia, insegnamenti contro la religione... Lo seguiamo nella cavea del TIN, nei sotterranei del Palazzo Spinelli, spazio avvolgente, con le sue volte, i suoi pilastri in laterizio, le sue scale e balconate, prigione ideale, è già tutto pronto, anche l’odore di chiuso, il caldo umido e poi freddo dei luoghi non tocchi dal sole.
“Ve l’hanno mai detto che somigliate a un gufo?”, chiede allo scherano vestito di giallo e nero, ma lui, evidentemente privo di senso dell’umorismo, non si prende nemmeno la briga di rispondere. Ha lo sguardo dolcemente divertito Giordano Bruno, padrone di sé, così in contrasto con l’esile Cardinale Bellarmino, “Padre? A stento avete l’età per fare il figlio”, con i suoi occhialini, lo sguardo triste, compreso del suo ruolo di inquisitore, bocca, orecchio e braccio del Papa, quasi schiacciato da tanta responsabilità. “Ancora non vi siete stancati del sangue?” gli chiede il domenicano (anche se l’abito lo porta ormai solo per abitudine), mentre si sentono le grida di una donna, torturata. Verrà buttata più tardi nella cella, accusata di stregoneria, di avere intralciato il volere di Dio, per aver rianimato un bambino che stava morendo, e morto poi sotto un carro, qualche giorno più tardi, perché evidentemente il Signore aveva deciso di prendersela quell’anima... Anche lei ha paura di Giordano Bruno, lo stregone. Ma chi lo aveva accusato? Giovanni Mocenigo, a Venezia, che prima lo aveva accolto per farsi insegnare l’arte della memoria, ritenendola una magia, e poi, quando gli era stato chiarito che tale non era, lo aveva gettato via, in pasto all’Inquisizione. Ma Filippo Giordano Bruno conosce anche l’arte oratoria e il diritto canonico: “Unus testis, nullus testis”, un solo testimone/accusatore, nessun testimone, la parola di Mocenigo contro la sua. Il vero problema, spiega dolcemente a Bellarmino, è che “Voi cercate la verità tenendola alle spalle”.
Lo hanno accusato di aver dato inizio ad una setta, quella dei Giordanisti, ma lui replica “La setta è una cosa chiusa, io ho sempre cercato di aprire le cose... Ho preso l’abito per aprire la mia coscienza... Succedeva di tutto a S. Domenico Maggiore”, stupri, furti, rapine, omicidi, ma si punivano solo le parole, non i fatti, le parole facevano più paura. E mentre Giordano Bruno parla, in piedi, saldo, sicuro, è il Cardinale Bellarmino a sedere, confuso, dubbioso, turbato. Arguto e ironico Giordano racconta di aver scritto un’opera riparatrice, un elogio della Chiesa, per implorare il perdono del Papa. Ma ciò che aveva visto a Roma gli aveva fatto cambiare idea, aveva gettato il libro nel Tevere e cominciato la sua peregrinazione: Liguria, Torino, Venezia, Padova, Ginevra (dove si era scontrato cin i Calvinisti), Parigi (dove aveva incontrato Enrico III), Londra, Praga, Francoforte e da lì ancora Venezia, invitato da Giovanni Mocenigo. Ha viaggiato per aprire l’orizzonte, ha insegnato per aprire la mente dei giovani, dei sovrani. Di Enrico III apprezzava l’umiltà e il desiderio di pace, la concessione che ognuno professasse la religione che desiderava. Non più frate Giordano Bruno, non più teologo, ma filosofo. Il teologo parte da Dio per giungere alla verità, il filosofo ragiona per arrivare a Dio. Ogni parte di materia contiene una parte di Dio e tutto ritorna a Dio.
Il pubblico e Bellarmino pendono dalle labbra di Giordano, dal suo sorriso pieno e arguto, dagli occhi ispirati dal sole. Ma la condanna arriva, comunque, prevedibile, lo sappiano. E lui andrà fiero al martirio, con il cardinale che lo implora, in ginocchio, di abiurare, di salvarsi, di accettare il perdono. Troppo tardi. Lui sarà la lancia nel costato di Cristo, nel suo rogo di Campo de’ Fiori e il cardinale e noi, restiamo turbati, a porci le nostre domande, a interrogarci sulle nostre risposte. Usciamo dalla cavea/prigione piacevolmente sorpresi di tanto equilibrio e tanta sapienza scenica. Un testo lontano dalla retorica, sin troppo facile, e dalla banalità, eppure con la giusta mescolanza di informazione storico-filosofica e arguzia. Una recitazione viva eppure lontana dall’accademia, nel senso deteriore e scolastico. Ha anche smesso di piovere, magari grazie alle solari parole del Nolano...

 

 

 

Giordano Bruno. Processo alla Chiesa, ai Santi, ai Papi
scritto da
Ivan Luigi Antonio Scherillo
regia Emanuele Scherillo
con Marco Serra, Simona Pipolo, Ciro Bernardo, Flavio Visone, Ivan Luigi Antonio Scherillo
musiche Maestro Luca Longobardi
tecnico del suono Giuseppe Marino Romeo
lingua italiano
durata 1h
Napoli, TIN Teatro Instabile di Napoli, 15 maggio 2013
in scena dal 15 al 19 maggio

Lascia un commento

Sostieni


Facebook