“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Lunedì, 30 Ottobre 2017 00:00

Dal tragico al comico: Shakespeare ri/vive

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Era il 1599 quando William Shakespeare dava alla stampa il suo Giulio Cesare, una tragedia basata sulla cospirazione e conseguente assassinio di Giulio Cesare, il tiranno dei tiranni che governò Roma nel I sec a. C.
Cosa rimane oggi di uno dei più grandi statisti di tutta la storia è presto detto: basta andare al Teatro Bellini di Napoli ed assistere allo spettacolo Giulio Cesare. Uccidere il tiranno per intuire il carattere universale e sempreverde del dittatore romano. Siamo davanti alla storia e al suo inesorabile eterno ritorno di azioni, sempre uguali, eppure sempre diverse.

Giulio Cesare. Uccidere il tiranno è una delle sei opere shakespeariane proposte dal Teatro Bellini all’interno della rassegna Glob(e)al Shakespeare; nel caso specifico l’opera è andata in scena per la sua ultima replica il 26 ottobre seguita da Una commedia di errori di cui si parlerà a seguire. Torniamo a Cesare. La pièce comincia ad assassinio avvenuto. Lo spazio scenico del Teatro Bellini è reinventato e rimodulato sulla falsariga del Globe Theatre, il teatro di Londra dove recitò la compagnia di William Shakespeare. La scena è essenziale, le luci soffuse, il messaggio dell’opera è tutto affidato alla parola e ai gesti. Un’enorme sacca pende dal soffitto nel fondo della scena: entra Antonio che rompe la sacca facendo cadere a terra una montagna di polvere e terreno. Come una clessidra che segna il tempo e gli eventi, il terreno si accumula sul pavimento. Sarà lo stesso Antonio a spalarlo via per buona parte dello spettacolo e ad utilizzarlo per coprire la fossa di Cesare. Entrano poi in scena, uno alla volta, Bruto, Cassio e Casca; emergono da cave del pavimento, tanto che non si sa bene se siano loro a parlare o la loro coscienza. Bruto è il più sofferente dei personaggi in scena eppure la storia ce lo ha consegnato come uno dei più grandi traditori di sempre al pari di Giuda, Caino e pochi altri. La sua partecipazione all’assassinio di Cesare è qui riportata con tormento e dolore: egli è un uomo e in quanto tale i suoi sentimenti sono contrastanti. Da una parte la passione politica, il desiderio repubblicano di liberare Roma dal tiranno, dall’altra il disprezzo di sé per il ricorso all’assassinio. Ma c’è dell’altro; c’è il sentimento del figlio che uccide − perché non può non uccidere − il padre. Bruto, infatti, era stato adottato da Cesare; in epoca romana l’adozione era un legame di natura prettamente politica, ma qui andava ad irrobustirsi dal momento che non pochi credevano che Cesare fosse il suo padre naturale. Il quadro allora si complica e Bruto sente di aver tradito doppiamente Cesare. C’è “il complesso di Telemaco” nella figura di Bruto: il tramonto del padre, che anche da morto continua a vincere. Sarà lo stesso Bruto sul finale a dire che il padre vince sempre: l’unico modo, infatti, per eliminare realmente il padre è uccidere se stessi. L’Eros e il Thanatos come inizio e fine di ogni relazione. “Amavo Cesare e l’ho ucciso”, sono le parole di un Bruto sconvolto che dubita di tutto, finanche di sé. Il tradimento come atto di amore e conferma ultima del proprio stare al mondo. C’è poi Cassio. La sua posizione è già più distaccata; egli rivendica la necessità di uccidere il tiranno in nome di un amore più grande che è quello per la città di Roma. In lui non c’è tormento né angoscia; Cesare era solo un uomo, solo un corpo, un corpo come tanti, eppure anche il corpo dello stato che necessariamente andava ucciso in nome della libertà che neppure il popolo romano sapeva di desiderare. E Casca? Casca era uno schiavo, per lui l’uccisione di Cesare era necessaria e superflua allo stesso tempo. Casca amava Cesare, come il popolo amava il suo tiranno, pur essendone di lui schiavo. E che dire poi di Antonio? La sua presa di parola avviene a metà dell’opera, quando smette di spalare terreno e dichiara il suo amore viscerale e necessario per Cesare come la terra è necessaria e amabile per la pianta. Amore come bisogno, ma anche amore come idea dell’Amore stesso. Cesare era stato – a detta di Antonio − suo amico leale, cosa pensare quindi? era questa la verità oppure il tempo aveva addolcito la sua memoria? Cesare era un uomo giusto che si era prodigato per il suo popolo, per le fasce deboli a cui aveva dato un posto in cui vivere e pasti da mangiare, e mense e asili e scuole, o era un tiranno meschino e crudele travestito da San Francesco? Tocca accettare che l’altra faccia del male è pur sempre il bene. “Dopotutto Mussolini ha scritto anche poesie”, cantava De André. Tocca ammettere che Cesare era tutto questo e molto altro, ma prima di tutto era un’idea. Uno di noi, il minimo comune divisore tra tutti gli essere umani di tutti i tempi, tutto ciò che abbiamo bisogno di amare e di odiare per vivere. Un antico Berlusconi in abiti militari. O un Andreotti, sicuramente non un Berlinguer. Ed è qui che parte il passaggio all’epoca moderna, immediato e messo in scena da un cambio degli avvenimenti con il quale si rappresenta la battaglia di Filippi, battaglia/epilogo con cui tutti i giochi si conclusero. Alle armi obsolete e alle antiche tecniche di combattimento si sostituiscono idealmente carrarmati, bombe, gas e armi nucleari. In tal modo la storia si conferma essere condanna alla ripetizione di azioni e meschinità. È così che lo spettacolo finisce e gli applausi vanno agli attori in scena, Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco e Isacco Venturini, impeccabili nella loro esecuzione, nella reiterazione dei gesti, nella fissità della voce e dello sguardo, nel colore dell’atteggiamento.
Pausa. Tempo di un breve commento tra un bicchiere di vino e un toast e si torna in sala per assistere a Una commedia di errori. Si cambia completamente registro: in scena l’equivoco, il doppio, l’altro da sé. La scenografia rimane la medesima, ma si fa ora spazio al comico e alla farsa ambientati nell’America anni ’30 del ’900. È chiaro il riferimento ai Menecmi di Plauto nell’impianto generale della storia e nella scelta del tema come lo era nelle stesse intenzioni shakespeariane. Siamo davanti ad una coppia di gemelli interpretati da attori (Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella) fisicamente similari tra di loro: la vicenda prende avvio nel momento in cui si perde la reale identità dei membri delle coppie dando luogo a una serie di avvenimenti divertenti e paradossali, il tutto in un mix tra italo-spagnolo, italo-inglese e soprattutto napoletano. Lo Shakespeare che non ti aspetti abilmente rielaborato dalla compagnia Punta Corsara: comico, divertente, che non si prende mai troppo sul serio, anche quando uno dei gemelli che ha smarrito la propria identità dichiara di sentirsi come una goccia alla ricerca dell’altra goccia uguale a sé, che non trovandola si perde nel mare, infinito. Buona e convincente la performance degli attori, che non cadono mai nell’eccesso della ricerca della risata e del comico a tutti i costi. Si conclude così una serata cominciata con la serietà e il pathos necessari a rivivere e rielaborare in chiave moderna la morte di Cesare e proseguita con la comicità made in Naples. Si conferma l’universalità della letteratura e del teatro, il per sempre dei sentimenti umani, dell’amore, dell’odio, del tradimento e dell’altro da sé, l’elasticità con cui si può parlare del presente attraverso i fatti e la parole del passato. Insomma, Shakespeare è vivo e lotta insieme a noi.





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Glob(e)al Shakespeare
un progetto di Gabriele Russo
scene Francesco Esposito
costumi Chiara Aversano
light designer Salvatore Palladino, Gianni Caccia
sound designer G.U.P. Alcaro
coproduzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini, Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia


Giulio Cesare. Uccidere il tiranno
da Giulio Cesare
di
William Shakespeare
riscrittura originale Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa
assistente alla regia Dario Farooghi, Emanuele Scherillo
con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Bellini, 26 ottobre 2017
in scena dal 10 al 15 e il 26 ottobre 2017

Una commedia di errori
da La commedia degli errori
di William Shakespeare
riscrittura Marina Dammacco, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella
regia Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella
voce registrata Adriano Pantaleo
musiche originali Giovanni Block
uno spettacolo di Punta Corsara
lingua italiano, napoletano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Bellini, 26 ottobre 2017
in scena dal 10 al 15 e il 26 ottobre 2017

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