“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Mercoledì, 16 Settembre 2020 00:00

Cloughie

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“Se Dio avesse voluto che giocassimo a calcio tra le nuvole, avrebbe dovuto mettere l’erba lì su”.
  (Brian Clough)

    

Il 17 luglio 2020 il Leeds United, grazie alla sconfitta del West Bromwich Albion sul campo dell’Huddersfield, conquista l’aritmetica promozione in Premier League, la massima divisione inglese, dalla quale la squadra mancava dalla stagione 2003/2004. Sulla panchina del Leeds siede “El Loco” Marcelo Bielsa. Siede, El Loco, sulla panca che fu di Don Revie e di Brian Clough. Bielsa, Revie, Clough: trova l’intruso.

No, non è l’allenatore argentino, unico non inglese dei tre; e non è nemmeno Revie, che probabilmente dei tre è quello che riscuote minore notorietà; l’intruso è Brian Howard Clough, professione allenatore, segni particolari: mito. Ma non a Leeds. Lui, il Leeds United lo ereditò proprio da Revie, ma la sua esperienza ad Elland Road (così si chiama lo stadio del Leeds) durò solo quarantaquattro giorni.
Sono i quarantaquattro giorni raccontati in un libro di David Peace, Il maledetto United, e in un film dal medesimo titolo (regia di Tom Hooper), i quarantaquattro giorni in cui Brian Clough consumò il fallimento di un amore mai sbocciato alla guida di una squadra da sempre odiata. Campioni d’Inghilterra in carica, sotto la guida di Revie, a questi Clough subentrò dopo che il mai troppo stimato predecessore era stato nominato Commissario Tecnico della Nazionale dei Leoni d’Albione.
Contestava, Brian Clough, al Leeds United la legittimità dei titoli vinti fino ad allora (Campionato d’Inghilterra, due Coppe delle Fiere, una Coppa di Lega e due Community Shield), ottenuti a suo dire giocando sporco, con condotte di gioco ben oltre i limiti dell’antisportività. Accettò pertanto l’incarico (ma sarebbe più giusto parlare di sfida) di allenare l’odiato Leeds, nel 1974, mosso dall’ambizione di dimostrare che quella squadra sotto la sua guida avrebbe potuto vincere in un modo differente, trasformando l’odio del resto dell’Inghilterra in ammirazione. Il progetto di Clough naufragò in un mese e mezzo, nei quarantaquattro giorni di cui s’è fatto cenno, che lo videro inimicarsi lo spogliatoio, i dirigenti, i tifosi e forse ogni abitante della città di Leeds.
Ma chi era Brian Clough? E chi sarebbe diventato nella storia del calcio britannico? Buon calciatore, di ruolo attaccante, tra gli anni ’50 e ’60  non era riuscito ad arrivare ai massimi livelli, segnando però qualcosa come 251 gol in 274 partite fra Middlesbrough e Sunderland, prima che un infortunio ne interrompesse la carriera a soli ventotto anni, proiettandolo contestualmente a diventare uno dei più giovani (e rampanti) allenatori d’Inghilterra. Dopo le prime esperienze sulle panchine di squadre minori, aveva assunto la guida del Derby County – non propriamente una grande tradizionale del calcio inglese – portandolo dai bassifondi della seconda serie a vincere il titolo di Campione d’Inghilterra e a giocarsi l’anno dopo una semifinale di Coppa dei Campioni, persa contro la Juventus e sulla quale le ipotesi di risultato pilotato e di corruzione sono qualcosa di più che semplici illazioni. Dopo la parentesi nefasta di Leeds di cui si è detto, Brian Clough non solo ripete l’impresa compiuta col Derby County, ma la rende addirittura leggendaria allenando il Nottingham Forest, altra squadra dalla tradizione tutt’altro che vincente, di una città che fino ad allora poteva essere nota tutt’al più per la leggenda di Robin Hood; e proprio come una sorta di Robin Hood prestato al calcio, Clough ruba la ribalta ai grandi club inglesi per prendersela tutta per sé e per il suo Nottingham Forest: anche qui, squadra presa in mano mentre arrancava nell’anonimato della seconda serie, condotta prima alla promozione (1977), poi al titolo di Campione d’Inghilterra (da neopromossa, 1978) e infine sul tetto d’Europa per ben due volte consecutive (1979 e 1980), unica squadra ad oggi a poter annoverare nella propria bacheca più Coppe dei Campioni che campionati nazionali. Alla guida del Forest Clough sarebbe rimasto per ben diciotto anni – allenando tra gli altri anche suo figlio Nigel, anch’egli centravanti – legando a doppio filo la propria storia a quella del club e finendo trasfigurato in una leggenda calcistica meritevole di narrazione e ascolto.
Non fu da solo nella sua carriera leggendaria Brian Clough; non fu quasi mai solo. Fatta eccezione per la scellerata parentesi di Leeds, assieme a lui ci fu sempre il più fidato dei suoi collaboratori, nonché l’unico vero amico che egli ebbe: Peter Taylor. Brian e Pete avevano giocato insieme ai tempi del Sunderland, ricreando poi il sodalizio in panca una volta appesi gli scarpini al chiodo. Erano complementari, Clough e Taylor, l’uno esuberante e smargiasso, l’altro taciturno e propenso a starsene nell’ombra, incarnando il ruolo di secondo; ma Peter Taylor aveva un talento straordinario nello scovare giocatori nelle serie minori, talenti non ancora sbocciati o atleti che sembravano inesorabilmente avviati sul sentiero del declino e che vedevano invece la propria carriera inaspettatamente rilanciata. Perché Peter aveva l’occhio lungo, sapeva di calcio e soprattutto di lui Brian si fidava.
Arrogante, presuntuoso, irascibile, una personalità spiccata e l’intima convinzione di essere il più bravo di tutti: Brian Clough aveva l’indole della primadonna, tanto geniale sul campo di allenamento quanto propenso alla loquela sciolta davanti alle telecamere. Ed è per questo che, nello spettacolo che a Brian Clough si ispira e che è andato in scena nella cornice del Bosco di Capodimonte nell’ambito della sezione SportOpera del Napoli Teatro Festival, il personaggio di Clough è concepito come il protagnista di uno one man show, in cui Alfonso Postiglione è interprete e narratore in prima persona dell’epopea di uno dei tecnici più vincenti del calcio britannico, presentato in soggettiva come autore e conduttore della propria personalissima kermesse, in cui – come in una serata di gala – ripercorre per tratti salienti la propria storia, arco sonoro scandito dall’amato Sinatra, epitome di carne di quel my way, “a modo mio”, che nella parabola umana e sportiva di Brian Clough trova declinazione compiuta.
Sulla scena Alfonso Postiglione ci restituisce l’essenza di Clough, l’erubescenza delle gote è lì a ricordare quanto “Cloughie” apprezzasse l’alcool, cognac Martell a tenere compagnia all’intima solitudine dell’uomo e a rinfocolarne fragilità nervose e scatti d’ira. Doppiopetto sgargiante e cerone in viso, proprio di chi è lì per andare in scena; lo specchio di un camerino a raccontare la vanità un po’ capricciosa della primadonna che Clough fu, sempre a suo agio davanti alle telecamere come in panchina e che non avrebbe permesso a nessun altro che non fosse lui stesso di condurre lo show della propria vita.
Vita di Brian Clough che pertanto diventa proprio uno show, come una trasmissione in cui deve andare in scena nei panni del conduttore e che lo vede assoluto protagonista: maglie da calcio in forma di simulacro vengono in successione mostrate e appese sul palco a passare in rassegna tappe salienti e eventi significativi della carriera di Clough. Ma è in particolare su un aspetto, su un risvolto personale, che lo spettacolo riesce a focalizzare la propria attenzione: il rapporto – umano, profondissimo, ma nient’affatto privo di screzi e tensioni – fra Brian e Pete: Peter Taylor (quasi) inseparabile vice allenatore di Clough: “Io non sono niente senza di te, Peter” dirà a un certo punto sulla scena il Clough/Postiglione, prima che le note di Money dei Pink Floyd vengano a ricordarci che qualche volta la vile pecunia incrina profondamente anche i rapporti più autentici.
Ma The Damned Brian Clough Show finisce per essere soprattutto la storia di un sodalizio sportivo che è stata un’amicizia intensa e profonda tra due uomini di sport, legati a doppio filo, complementari. Due uomini che non sono riusciti a riconciliarsi, dopo l’ennesima lite, prima che uno dei due (Peter) morisse al caldo delle Baleari, mentre l’altro consumava gli ultimi anni di panca a Nottingham. Insieme avevano vinto a Derby, insieme avevano scritto la storia alla guida del Forest. Lo spettacolo inscena proprio la ferita non ricucita di una mancata riconciliazione, l’impossibilità di dirsi addio tra due uomini che avevano camminato fianco a fianco nella storia del calcio inglese. Lo fa, questo spettacolo, prendendo come angolazione lo sguardo guascone e sfrontato di Clough, che lo show della sua vita ripercorre col prprio personalissimo piglio esuberante, lo fa con buon impatto evocativo, seppur con qualche sfasatura rivedibile (perché mai, ad esempio, far parlare l’addetto alle poste al telefono con un maccheronico accento inglese?). Ma lo fa soprattutto immettendo nel finale un atto poetico a suggello, tassello intempestivo di una riappacificazione mancata, con le due Coppe dei Campioni vinte insieme da Clough e Taylor che prendono la forma di due palloncini lasciati nell’aria, omaggio postumo e tardivo di “Cloughie” all’amico Pete, colpevolmente dimenticato nel momento del successo, non più riavvicinato da quando s’erano lasciati in malo modo. Due palloni lasciati liberi verso il ricordo dell’amico, verso quel cielo inadatto al gioco del calcio, altrimenti Dio ci avrebbe messo dell’erba lassù: Clough e Taylor, storia di un’amicizia che ha fatto la storia del calcio, storia che diventa uno show, in cui l’omaggio sublima l’ingiuria di un mancato commiato di un triplice fischio che sarebbe stato più giusto ascoltare insieme.





Napoli Teatro Festival Italia
The Damned Brian Clough Show
di Cristian Caira
allenato e giocato da Alfonso Postiglione
musiche dal vivo Marcello Giannini
spazio scenico e costumi Giuseppe Avallone
collaborazione artistica Serena Marziale
foto di scena Salvatore Pastore
paese Italia
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Real Bosco di Capodimonte – Casino della Regina, 20 luglio 2020
in scena 20 luglio 2020 (data unica)

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