“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 20 Febbraio 2020 00:00

Lo specchio opaco del fondo d'un bicchiere

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Per parlare di Animali da bar di Carrozzeria Orfeo, spettacolo del 2015 – preceduto da Thanks for Vaselina e seguito da Cous Cous Klan, coi quali va a formare una trilogia – in scena al Teatro Bellini mi piace partire da un riferimento cinematografico che di Animali da bar sembra essere padre (poco) nobile: Barfly – Moscone da bar. Si tratta di un film americano del 1987, scritto da Charles Bukowski e nel quale l’alter ego dello scrittore – Henry Chinaski – è interpretato da Mickey Rourke; il film è ambientato in gran parte in un bar, vero fulcro narrativo della vicenda, che poi altro non è che una proiezione su pellicola dell’universo letterario bukowskiano: lo stesso Bukowski vi compare in un cameo – guarda caso – proprio all’interno del Golden Horn, il bar per l’appunto da cui si parte e si ritorna tra un’ubriacatura e l’altra, tra una discesa agli inferi e la successiva, tra una gita ai margini dell’abiezione notturna e il ritorno alle poche comatose ore del giorno.

Da quell’ambientazione – prettamente bukowskiana – mi pare prenda le mosse anche Animali da bar, drammaturgia firmata da Gabriele Di Luca che a Bukowski si mostra tributaria in più elementi e – soprattutto – nel tentativo di riprodurne un immaginario traslato in una dimensione più nostrale che risulta comunque calzante e credibile. Siamo in un bar, dall’arredo minimale, coi fusti di birra a vista e un lungo bancone che occupa la parte centrale del palco; bancone attorno al quale si concentrano esemplari di un’umanità irrisolta e in rotta di collisione perpetua con il proprio disfacimento morale. Dietro al banco c’è Mirka (una eccellente Beatrice Schiros), un’ucraina dal piglio duro come la vita da cui proviene e che, in barba a qualsiasi reticenza etica, offre il proprio utero in comodato d’uso per portare avanti gravidanze per interposta persona (ovviamente dietro lauto compenso). Intorno a lei troviamo “Swarovski” (un altrettanto convincente Federico Vanni), che del cristallo possiede una fragilità ben acquattata dietro la coltre di cinismo che ostenta e il cui nome (o meglio, soprannome, perché nei bar è così che ci si appella reciprocamente), appare soprattutto un tributo per assonanza al nume letterario del vecchio Charles/Hank, del quale fra l’altro egli incarna una sorta di gemmazione mutatis mutandis, incarnando un personaggio che finirà per svelarsi progressivamente come espediente drammaturgico nodale; c’è poi Massimiliano Setti, che dello spettacolo è anche co-regista e che interpreta il buddista ultra-vegano che mangia solo mele, che prende botte dalla moglie al punto da dover indossare un collare rigido (sì da meritarsi nel bar il soprannome di “Colpo di frusta”) è che è il “locatario” dell’utero di Mirka; altro avventore abituale è “Sciacallo”, lo scassinatore zoppo e bipolare, svaligiatore di case che si svuotano per seguire i funerali di chi, abitandovi, un bel di’ defunge e la cui zoppia ricorda, nello strisciare il piede sul palco di Pier Luigi Pasino, l’incedere pencolante del Verbal interpretato da Kevin Spacey ne I soliti sospetti; e c’è infine, a completare il microcosmo di questa diversificata fauna antropica, l’imprenditore non troppo rampante (Alessandro Federico) che sta cercando di fare successo inventandosi un servizio di cremazione per animali domestici di piccola taglia. A questi personaggi si unisce – facendo la sua comparsa sonora prima dell’inizio dello spettacolo e ritornando con incursioni vocali a più riprese – la voce fuori campo di Alessandro Haber (anche lui ‘gancio’ bukowskiano, visto che in Haberowski, portato in giro per le sale teatrali qualche stagione fa, aveva addirittura fuso il proprio cognome a quello dello scrittore), che interpreta il vecchio proprietario del bar, rancoroso e xenofobo, malato e imbarbarito.
Quest’universo degenere consuma la propria quotidianità trovando riparo fra le pareti di un bar che riusciamo a immaginare periferico, che intuiamo scalcagnato e che la penombra in cui è persistentemente avvolto ci fa percepire sordido specchio di queste umanità in frantumi.
Un umorismo fosco e graffiante, venato di un cinismo che pare senza appello, connota i dialoghi che si svolgono all’interno del bar, fra sorsate di birra e conseguenti gite all’orinatoio che appare a vista in scena, come a voler conferire un surplus di verità. E sono dialoghi che hanno un ritmo serrato e continuo, praticando (talvolta senza lesinare l’ammicco furbetto al pubblico e al riso di facile presa), la strada del sarcasmo corrosivo e irriverente, come quando per citare giusto un esempio Mirka per difendere la legittimità del proprio utero in affitto richiama come illustre antecedente il caso della Madonna; un sarcasmo che tiene bene per tutta la durata della rappresentazione, perché sorretto da un amalgama scenico che fa leva agilmente sulla compattezza e sulla complementarità della compagine attorale, in grado di infondere un ritmo da commedia brillante – ancorché truce – ai dialoghi che si susseguono senza soluzione di continuità, almeno fino a quando, nella seconda metà della vicenda, cedono maggiormente il passo a tirate sermoneggianti, sempre improntate a considerazioni ispirate da un universo valoriale che sembrerebbe aver messo nel ruolo di stella cometa da seguire il disincanto impudente e cinico, sferzante e sprezzante che, mentre non fa sconti alle debolezze altrui, sembra altresì arroccarsi nella difesa strenua della propria conservazione, come fosse a guardia di uno status quo che non voglia correre il rischio di essere scalfito dall’idea che possano esistere altre possibilità. Ed è per questo che “Swarovski” sbeffeggia in continuazione il remissivo “Colpo di frusta”, mentre ciascuno degli altri protagonisti combatte la propria personale battaglia contro gli spettri che tormentano e angosciano il vivere di ognuno di loro.
Figura chiave dell’intero meccanismo drammaturgico è, come si anticipava, proprio “Swarovski”, che troviamo all’inizio in scena presentato come scrittore in crisi, in rotta col proprio editore che gli ha commissionato un libro sulla Grande Guerra in occasione del centenario (a proposito: quest’anacronismo non sarebbe il caso di correggerlo, visto che siamo nel 2020 e il centenario del ‘15-’18 è bello che trascorso?); “Swarovski” che ritroveremo nel finale come orchestratore occulto dell’intero impianto drammaturgico, in ciò costituendo omaggio ulteriore al Bukowski di riferimento.
Lo spaccato che ne sortisce è un caustico affresco di normalissima abiezione, di quel senso del deteriore a cui sembra che ci si stia assuefacendo sempre più, al punto che ciò che è becero finiamo per derubricarlo tutt’al più alla voce black humour, come se si stesse progressivamente depotenziando la nostra capacità coscienziale, il nostro senno di discernere il sano dal degenere e la risata in cui ci ritroviamo a compiacerci non sia altro che uno specchio del nostro indurimento.
È come se, in questo piccolo caravanserraglio raccolto attorno a un bancone ci sia il tentativo, da parte di Carrozzeria Orfeo, di mostrarci lo specchio opaco delle nostre cattive coscienze, pronte a ridere, anche sguaiatamente (e certo pubblico presente in sala invero ci è apparso smodato nel compiacersi ad ogni piè sospinto, per ogni più o meno salace battuta, meglio ancora se venata dal gusto del motteggio scurrile) di quel microcosmo inscenato, rimuovendo precauzionalmente l’ipotesi di poterne fare parte. Eppure, sotto la patina ridanciana e pungentemente ironica di una verbalità icastica e spinta, mi pare di poter dire che si annidasse proprio questo sottotesto amaro, che ci coinvolge e ci indica come compartecipi, molto più e in modo assai più profondo di quanto di prim’acchito sembri raccontare la superficie di uno spettacolo che diverte in maniera accattivante, a tratti complice, ma la cui complessità sembrerebbe lavorare a un livello più sottile agendo un meccanismo ben più articolato e composito.
Sicché la domanda che ne consegue e con cui ci accomiatiamo dall’eco fragorosa delle risa non è tanto se siamo davvero così abietti come suggerisce l’immagine di noi che lo specchio teatrale sembrerebbe restituirci, ma se siamo in grado di renderci conto, dal riflesso in filigrana e attraverso il riverbero opaco della scena, delle derive di abbrutimento lungo le quali ci potremmo incamminare (se non ci siamo già incamminati), o se invece preferiamo che ci pensi una risata a seppellirle.





Animali da bar
di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia
Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
con Beatrice Schiros, Alessandro Federico, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Federico Vanni
voce fuori campo Alessandro Haber
musiche originali
Massimiliano Setti
progettazione scene
Maria Spazzi
assistente scenografo Aurelio Colombo
realizzazione scene Scenografie Barbaro srl
costumi Erika Carretta
luci Giovanni Berti
allestimento
Leonardo Bonechi
illustrazione Federico Bassi
foto di scena Laila Pozzo
organizzazione
Luisa Supino
produzione 2015 Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Festival Internazionale di Andria | Castel dei Mondi
in coproduzione con Marche Teatro
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Bellini, 18 febbraio 2020
in scena dal 18 al 23 febbraio 2020

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