“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Mercoledì, 11 Dicembre 2019 00:00

Il vuoto, soprattutto

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Il palcoscenico è ingombro di oggetti, ne risulta un arredamento soffocante. Sulla parete di fondo, sulla destra, vi è un calciobalilla a cui Marcello sta giocando da solo, un po’ nervosamente mentre il pubblico sta ancora prendendo posto il platea. Più avanti c’è una chaise longue e un piccolo tavolino su cui vi è una scacchiera. Sulla sinistra, al limite del proscenio, un tavolo alto con due alte sedie, mentre poco più indietro troneggia un bel frigorifero di marca Smeg, nero lucente.

Il tutto compone un corollario di sedute, di giochi, e di comodità che ruotano attorno a un grosso tavolo quadrato posto al centro scena, a dominare lo spazio. Mentre Marcello continua a giocare in solitario, irrompono sulla scena gli altri personaggi: Veronica, Luigi, Carlo che si agitano, si muovono tra gli oggetti per loro quotidiani, discutono in modo acceso, tra periodi sincopati e sintassi nervose. È evidente che abbiano già discusso e non abbiano molte alternative. A un tratto una frase si staglia netta, pronunciata da Veronica: “Quanto ci becchiamo?”; “Sette anni” è la risposta di Marcello che si intuisce essere il leader.
Il buio in sala e la luce che riprende dopo pochi attimi fa comprendere che la pièce inizia solo ora e la scena precedente costituiva solo l’antefatto, un breve prologo alla vera finzione che comincia da questo momento in poi.
I quattro personaggi sono i soci fondatori di un’azienda di successo, partiti da un’idea geniale del giovane Luigi, poi proiettati verso carriere rivestite da nomi altisonanti: COE, Chief of Technology, e via discorrendo. Hanno goduto del lusso, della vita agiata a cui nessuno di loro vuole più rinunciare, anzi l’avidità li ha portati a dirottare i loro capitali all’estero per evadere il fisco. Il modo in cui Veronica, inguainata in un abito fucsia e tacco alto, racconta ciò che hanno fatto ha qualcosa di familiare, di già sentito troppe volte nelle cronache finanziarie e penali, infatti lei riassume, semplifica, glissa. Tutto ovvio, tutto facile. Ora che il fisco è loro addosso, per salvare l’azienda e le loro vite, decidono che uno di loro dovrà sacrificarsi e “beccarsi” sette anni, ma chi debba essre costui non è facile.
Il quinto personaggio che compare sulla scena è Giuseppe, il mediatore chiamato a risolvere la questione e a cui è destinato un ricco benefit e la possibilità di far parte dell’azienda una volta raggiunto il buon fine. Giuseppe avrà il ruolo di deus ex machina: colui che, stabilendo regole chiare in questo gioco rischiosissimo, li porterà a trovare l’unica via di uscita, cioè l’unico nome che perderà sette anni di vita per salvare tutto. La via di fuga è ben chiara sulla scena: sulla parete in fondo a sinistra sembra stonare quel cartello anglosassone stradale in cui vi è scritto One Way, senso unico, con la freccia diretta verso destra. È un cartello solo apparentemente decorativo, non è un semplice elemento d’arredo. Indica la via di fuga, il senso unico verso cui andare, la modalità per salvare se stessi e l’azienda: sacrificare uno di loro che assumerà le responsabilità su se stesso, le colpe fino a quel momento condivise, sulla sua fedina penale. Chi? Il mediatore li aiuterà nella scelta che solo da loro dovrà partire per essere universalmente accettata.
È usato il termine “sacrificio” dalla connotazione intrinsecamente positiva, attribuendogli un valore eticamente giusto e premiale, invece in questo contesto questa parola farà esaltare le meschinerie e le falsità di ognuno di loro. L’incalzare dell’azione e dei dialoghi, il dispiegarsi delle personalità di ogni singolo personaggio, la messa a nudo di crimini e misfatti gettando via la maschera condivisa fino a quel momento delle loro relazioni interpersonali fanno quasi parteggiare per ognuno di loro, spingendo lo spettatore ad assolvere o condannare a seconda degli elementi che vengono messi lì sul piatto, al centro del tavolo. In realtà quel tavolo quadrato è un ring dove avviene un match di boxe: nessun colpo basso è escluso. In realtà tra le corde di quel ring non vi è nessun sacrificio, non vi è alcuna etica, nessuna simpatia e nemmeno empatia, non vi è che il simulacro di tutto ciò, una recita personale ad uso e consumo di chi ha pagato il biglietto. Presi dall’ingranaggio che viene azionato con una certa maestria, ci si dimentica dell’essenza di ognuno di loro, già ben chiara e palesata dalle battute iniziali e rese ancora più chiara dalla cinica spiegazione di Veronica: “I soldi portano soldi”; insomma: non si sono accontentati, sono avidi e non solo del denaro. Tutto dunque è sul ring: le relazioni amorose, gli episodi in cui il genio e l’estro di ognuno hanno salvato l’azienda in più di un’occasione, gli egoismi singoli e gli egoismi collettivi mentre gli anni passati a condividere idee e questi spazi hanno fatto fraintendere la convenienza per amicizia, l’amore per opportunismo, come avviene nelle più bieche e banali dinamiche delle relazioni umane.  Più che una partita a scacchi, come suggerisce la scenografia, è quindi prorpio il ring che prevale. Più che suspense e tensione, si avverte l’ovvietà e la banalizzazione sentimentale, come dimostra quell’“okeeey” che pronuncia Giuseppe nei momenti di tensione; lui, sempre sorridente, sempre al suo posto. Tutto ciò che è stato lanciato sul tavolo, come nelle migliori opere della nuova drammaturgia catalana, evapora nel colpo di scena finale e nel silenzio pesante che ne segue. Il testo, infatti, è di José Cabeza e Julia Fontana che nel 2016 ne fecero un film dallo stesso titolo, 7 anni, una produzione Netflix che ricorda, tanto quanto questo spettacolo, il film di Pupi Avati Regalo di Natale in cui le unità teatrali aristoteliche di tempo e di luogo e di spazio costringono alcuni amici a scontrarsi più che incontrarsi attorno a un tavolo. A rinforzare questa percezione c’è la traduzione del testo di Enrico Ianniello, che ha già tradotto autori catalani come Jordi Galceran (Il metodo Gronholm e Giacomino e mamma) e, soprattutto, Pau Mirò in occasione di Chiove e Jucatùre in (e molto 7 anni mi ricorda proprio Jucatùre).
Infine. Gli attori Giorgio Marchesi, Massimiliano Vado, Pierpaolo De Mejo, Serena Iansiti e Arcangelo Iannace sono abili nel rendere i loro ruoli senza sfasature così rappresentando questa farsa moderna sull’avidità, sull’ipocrisia, sulla vita facile iconizzata dal frigorifero come status symbol, dal telefono cellulare (rigorosamente ultima versione), dall’abbigliamento casual ma ricercato e di marca. Dal vuoto, essenzialmente.





7 anni

di José Cabezae, Julia Fontana
traduzione Enrico Ianniello
regia Francesco Frangipane
con Giorgio Marchesi, Massimiliano Vado, Pierpaolo De Mejo, Serena Iansiti, Arcangelo Iannace
foto di scena Manuela Giusto
produzione Teatro Argot
lingua italiano
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Nest, venerdi 6 dicembre 2019
in scena 6 e 7 dicembre 2019

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