“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

Non mi resta che lasciarti andare

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L'arte del biografo consiste nella scelta. Non deve preoccuparsi  
di essere vero, deve invece creare entro un caos di tratti umani. 
Alcuni pazienti demiurghi hanno radunato per il biografo certe idee, 
certi movimenti della fisionomia, certi avvenimenti. La loro opera si 
trova nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari. In mezzo a
questo ammasso il biografo seleziona quanto gli serve a comporre
una forma che non somigli a nessun altra.
(Marcel Schwob, Vite immaginarie)



Nel secondo atto de La vita ferma di Lucia Calamaro Riccardo prende per mano Alice, sua figlia, e guardando Simona le dice: “La bambina ha fame, la porto al bar a prendere un tramezzino”; papà “andiamo al bar?” interviene la figlia; “No” le risponde Riccardo. Da cinque minuti – cinque minuti di teatro, nei quali c'è più di mezza giornata – Riccardo sa che Simona ha un tumore e che “una soluzione non c'è”.

Riccardo avanza quindi dal centro del palco verso l'angolo anteriore sinistro, tenendo dietro di sé Alice, alza il volto e – come in preda a un impaccio – muove lentamente le mani: “Certo, non vengo proprio mai… famiglia di comunisti… che non so nemmeno bene come...” dice mentre si fa il segno della croce al cospetto di un crocifisso ipotetico che in concreto coincide con un faro posto in platea: Riccardo è dunque in una chiesa. “Volevo chiedere se si può sospendere il fare” chiede quindi Riccardo a Gesù, se è possibile – insiste – “fermare la vita”.
Riccardo non ottiene risposta e quindi persevera mettendo sul tavolo di questa contrattazione tutta la sua inadeguatezza, tutto il proprio sgomento. “Potremmo rimanere qui, fermi qui, qui non si sta poi così male” comincia; “No, non dico di cambiare il destino, non mi permetterei mai”, prosegue, ma “un ritardo in questi casi che male fa? A chi da fastidio?” continua riducendo di volta in volta le sue pretese finché – in un atto estremo di subordinazione all'incomprensibile – si trova a elemosinare gli spiccioli: potresti rimandare la morte di Simona almeno di una settimana, meglio: di “un mese, solo un altro mese? Che sarà mai?”; anzi: “Magari si potesse tirarla fino a settembre” – è il suo ultimo rilancio – ché così vede Alice che va in prima media.
Fermare la malattia fermando il tempo, sospendere la vita perché non avvenga la morte. Riccardo ha letto molti libri – i classici russi e francesi, la poesia italiana e straniera, la saggistica scientifica, la storiografia: scatoloni di libri, lo vediamo quando è intento al trasloco – ma evidentemente non ha letto gli Scritti letterari di Leonardo da Vinci: lo avesse fatto ne avrebbe tratto un'idea, forse un'illusione. Cosa pensa infatti Leonardo? Che “il moto è causa d'ogni vita” e dunque, per fermare la vita, Riccardo dovrebbe fermare il moto, ridurre cioè a zero ogni azione, rallentare tanto da non fare più niente. Invece lui si limita a rimandare – “io sono abbastanza bravo a rimandare” dice – ma poi riprende: a farsi la barba, a correre per il corridoio, a cucinare, a guardare i film in tv, ad abbracciare Simona dandole ogni tanto una carezza; riprende a lavorare, sempre più scocciato, occupato e stanco. Così – agendo – il tempo esiste, la vita prosegue e la malattia dunque persevera, intossicando inesorabilmente sua moglie. 

 


Il nullafacente di Michele Santeramo abita uno spazio teatrale dimesso, ombratile, povero di arredi: un paio di sedie, qualche candela, una poltrona, un tavolo e – sopra al tavolo – un bonsai; questo spazio è talmente vuoto che il primo atto ch'egli compie, appena entrato in scena, è posare per terra le buste di plastica che sta portando: contengono frutta ammaccata, scartata da tutti ma per lui ancora commestibile. Non ci sono dunque una cucina, dei fornelli, una credenza e non c'è neanche una libreria eppure io sospetto che il nullafacente abbia letto molto e che, in particolare, abbia letto anche Leonardo da Vinci. Adesso – dopo averne già scritto la recensione un anno fa – comprendo che c'è un altro modo d'intendere la storia di cui egli fa parte. Il nullafacente è (anche) la messa in mostra di un'illusione, di un tentativo fallito, di una scommessa perduta poiché anche in questo caso abbiamo un uomo che ha una moglie malata e, anche in questo caso, un dottore deve avergli detto che “una soluzione non c'è” o meglio: che non c'è più niente da fare. Queste parole – non c'è più niente da fare per far guarire sua moglie – devono essergli rimaste in testa finché una sera, leggendo gli Scritti di Leonardo da Vinci, il nullafacente ha compreso che proprio il non fare niente avrebbe potuto salvarla: se noi non facciamo niente non inventiamo il tempo – ne ha dedotto – e se non inventiamo il tempo la vita forse davvero non prosegue, non avanza, non si consuma consumandoci. L'unico modo che ho per sospendere la vita – e dunque per rimandare la morte – è perciò non fare niente. Poi deve aver chiuso il libro, guardato sua moglie pensando (come Riccardo) “senza di lei io non so se ce la faccio” e deve aver deciso che dal giorno dopo avrebbe smesso di fare: di mettersi giacca e cravatta, di correre, lavorare e di guadagnare, di pagare affitto e bollette, di comprare le medicine.
Perché la morte non ti raggiunga, dev'essere stato il suo ultimo pensiero dopo aver dato un altro sguardo alla moglie e prima di tentare di dormire, tutto deve restare com'è.

 


È in questo modo che mi trovo a rileggere il testo de Il nullafacente ridando un valore ulteriore – un'intonazione diversa – ad alcune battute, altre assumono un peso che non avevano, di certe frasi mi accorgo ora soltanto. Così, per restare alla prima scena, comprendo l'insistenza nell'uso dei verbi “rallenta” e “rilassati” – cioè fermati e fallo davvero –, il rifiuto di prendersi cura dei piedi (impone troppo impegno), la risposta “Lo sarai sempre” all'“Io sono malata” detto dalla moglie – si tratta di una speranza: finché sarai malata, infatti, non sarai ancora morta; comprendo la continua relazione che il nullafacente stabilisce tra ogni gesto e la sua cronometria intrinseca (“Brava, non fare niente. Così stai meglio. E i secondi sono tutti tuoi”), intuisco perché proprio il sabato per lui è “una giornata persa” – è un giorno in cui è costretto a fare necessariamente qualcosa: andare ai mercati generali a prendere gli scarti di frutta – e capisco perché, quando la moglie gli dice “Sei andato solo a prendere delle verdure marce”, lui dopo aver detto “Solo?” elenca tutte le azioni compiute: vestirsi, uscire, fare la strada a piedi, arrivare al mercato, aspettare che vengano buttate frutta e verdura, prendere gli avanzi e fare la strada al contrario, fino a casa. Nell'ottica di non dover fare niente, infatti, egli ha fatto fin troppo.
Adesso comprendo da dove il nullafacente ha tratto l'idea del tempo forgiato dalle azioni degli uomini – ha letto i Pensieri di Leonardo –, il motivo per cui rifiuta il denaro e denuncia lo spreco dell'esistenza che il denaro ci impone (la “somma pazzia” dell'uomo, che “stenta sempre per non istentare” e così impiega la vita affannandosi “a godere i beni con somma fatica acquistati”), perché evita i palliativi dei medici (l'ostilità leonardesca contro alchimisti e negromanti), da dove gli viene l'idea di un eterno presente fatto di un pugno di secondi che scorrono (Leonardo scrive: “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo”), perché si prende cura di un bonsai: vegetale (la relazione tra lo scienziato e la natura, suo campo d'indagine) fissatosi in una forma perenne: come “il bonsai deve rimanere bonsai” ordina non a caso il nullafacente, “tutto deve rimanere com'è”.
Tuttavia questa ricerca dell'immobilità non è essa stessa che l'estrema ratio, un miraggio, la speranza di chi non aveva più alcuna speranza: il nullafacente si rende conto che la vita, in quanto vita, non è sospendibile e che per quanto tu tenti di tenerla ferma e infertile lei s'agita, si scuote, determina moti inevitabili che se non appartengono ai muscoli interessano comunque la pelle, il petto, la testa, forse l'anima: l'amore, che mi fa soffrire nel vederti così; il senso di tenerezza e di pena nel sapere che provi dolore; la paura che mi coglie quando cadi, inciampando nella tua debolezza; il terrore che tu non stia dormendo ma che sia già morta; questa mancanza di te, che sento anche se mi sei affianco. Per questo al nullafacente non resta che arrendersi e fare il contrario: invece di frenare la vita, per non affrontare la morte, provare a godere di tutta l'essenza della vita accettandone anche la fine, cercando dunque di sentirsi vivi fino all'ultimo istante. Così mi siedo accanto a te e poggio le mie dita sul tuo collo, percependone nelle vene i battiti del sangue fin “quando finisce”, e ti dico che morirei al tuo posto se in cambio mi prometti di non morire e tu acconsenti e ci scherzi, sapendo che si tratta di una prospettiva impossibile. Sentire i tuoi respiri nel silenzio, notare le sfumature che la luce disegna sulla tua pelle, percorrere con lo sguardo le punte dei tuoi capelli.
“Sveglia?” chiede il nullafacente a sua moglie, “Mh” infine risponde lei, prima che un soffio tramuti in fumo la fiamma dell'ultima candela ch'era accesa.

 


In Leonardo da Vinci. L'opera nascosta Michele Santeramo viene dal retro della sala – la stessa in cui sedeva durante Il nullafacente – e abita uno spazio semibuio nel quale trovano posto pochi elementi: un pannello che fa da sfondo e su cui vengono proiettate una cinquantina d'immagini pittoriche elaborate da Cristina Gardumi, una sedia e un tavolino sul quale sono posati i fogli che costituiscono la drammaturgia. Fatta una premessa (“Non mi fido delle storie vere. Non credo basti che una cosa sia accaduta per essere vera”), siede e comincia a raccontare guardando la platea.
Cosa?
In apparenza si tratta di un lacerto fantastico in aggiunta a una biografia effettiva. Alla maniera di Zweig, che usa le date della storia romanzandole, di Schwob, biografo di attimi che forse non sono esistiti, o di Davide Orecchio, che in Città distrutte compone storie irreali usufruendo dei resti di fatti reali, Santeramo racconta di Leonardo e del suo tentativo di rendere possibile l'immortalità. Santeramo inventa, naturalmente, ma il contesto dell'invenzione – direi la sua base – è costituita da elementi certificabili. C'è di Leonardo la consapevolezza che la guerra è una “pazzia bestialissima” e, nel contempo, la pratica dell'ingegneria militare di cui offre servigio a Presidenti, Eccellenze, congregazioni e al Duca di Milano Ludovico il Moro cui, non a caso, presenta un curriculum in undici punti, dieci dei quali usati per descrivere “istrumenti” di distruzione di massa. C'è di Leonardo il rispetto che deve a Dio, l'unico che sa “abbreviare o allungare le vite agli omini”, e la sua preferenza solo per ciò che è matematicamente dimostrabile; c'è il concetto dell'“indispensabilità dell'ostacolo”, della “necessità” del limite e della fine, che ci permette di desiderare finanche l'esperienza non conosciuta della morte e c'è la formula “Voi sapete” che Leonardo utilizza nelle Lettere e che Santeramo usa invece (undici volte) per rivolgersi al pubblico; c'è l'idea che gli stati d'animo producano calore e “che ogni nostra cognizione precipia dai sentimenti” mentre nei disegni che scorrono alle spalle di Santeramo, infine, trova concretezza l'idea che “la pittura è filosofia” e che il disegno è una manifestazione suprema del sapere.
Santeramo dunque racconta e così scorgiamo Leonardo sul campo di battaglia dove le armi che ha inventato hanno fatto una strage, lo sentiamo mentre – compiendo un atto di misericordia – finisce un moribondo facendogli scricchiolare una lama tra le costole, intuiamo quanto gli faccia concretamente schifo la morte, al punto che si convince a combatterla. Vediamo Leonardo partire per comporre l'Ultima cena e parlare con il Gesù che sta dipingendo a Santa Maria delle Grazie, disegnare l'Uomo vitruviano e litigare con un medico, infine edificare “il paese dove non si muore”: un luogo simile “a un quadro”, che per cornice ha un bosco e nel quale sono vietate l'immaginazione e la ricchezza, l'amore e la fame, il sesso e la memoria: tutto ciò che, essendo oggetto di passione e lussuria, genera la “moltiplicazione della vita”, il suo incerto e irrefrenabile andare. Un paese quindi che è pura forma fissa com'è una forma fissa la tela che ritrae La Gioconda, quella Gioconda di cui Leonardo una sera sente la voce, con cui inizia a discutere, di cui lentamente s'innamora essendone ricambiato. Eccolo, per me, il nucleo di Leonardo da Vinci. L'opera nascosta: il rapporto con questa donna immortalata in una posa (“Da quando mi hai dipinta, qualche anno fa, io sono esattamente come mi hai fatta, senza una ruga in più, senza un momento in più”) ma che – provando adesso sentimenti – sperimenta la vita e i suoi effetti inevitabili: il tenue calore di un bacio ricevuto su labbra di crosta pittorica, il dolore che le marca la fronte con un segno che nel dipinto prima non c'era, il dispiacere che pare invecchiarla; un sorriso di speranza e il broncio dovuto alla gelosia e la rabbia e la nostalgia che le imbiancano un capello, poi un ciuffo – lì, dietro la schiena, dove ai visitatori del Louvre non sarà mai dato vedere – fino a che alla Gioconda viene da piangere, pur sapendo di non poter piangere. “Fai me immortale e tu non sei capace di esserlo” dice a un punto la Gioconda a Leonardo prima di chiedergli – come il nullafacente fa con sua moglie – ti prego resta con me, non andare, non lasciarmi qui: “ferma la vita” e “smetti di morire” o almeno consentimi di appassire con te. 

 


Per chi non ha (ancora) visto Il nullafacente a teatro Leonardo da Vinci. L'opera nascosta è un'occasione ulteriore per ricordarsi che la morte è creatrice di valori (a chi e cosa diamo davvero importanza e valore? Per cosa vale la pena vivere al punto che ci dispiace morire?) ed è un racconto sulla separazione tra chi resta e chi parte, tra chi vive e chi smette di vivere; sull'accettazione dell'addio – infine – giacché, proprio come scrive Leonardo, “quando io crederò imparare a vivere” in realtà “io imparerò a morire”. Un racconto che ha una sua piena autonomia autorale, che verrà confermata in tournée. Per chi Il nullafacente invece lo ha già visto, oltre a essere una performance di matrice dickensiana (cioè del Dickens degli ultimi anni, che condivide le proprie scritture sedendosi in palcoscenico e interpretandole non mimeticamente ma con l'ausilio della voce, dei toni e dei ritmi, dei minimi gesti, delle pause, dello sguardo diretto allo spettatore/uditore riportando così, per dirla con Calvino, “la narrativa alle sue origini di comunicazione orale”), il Leonardo da Vinci potrà agire come una fonte svelata, la condivisione di un contenuto compositivo, l'opera nascosta (per citare il sottotitolo) contenuta in un'altra opera.
E mentre io ancora mi chiedo se a raccontarmi di Leonardo questa sera sia stato davvero il drammaturgo, che ha smesso i panni del personaggio ed è qui per narrarci una storia, se sia stato un uomo che di mestiere fa lo scrittore e che sente sempre più il bisogno di interrogarsi sul dolore e la fine o se invece ho rincontrato il nullafacente, rimasto solo su questo palco una volta abitato anche da sua moglie, un'ultima cosa mi preme ed è sottolineare quanto la scrittura di Santeramo si stia dimostrando capace di pensare alti pensieri traducendoli in espressioni che appartengono allo scorrere quotidiano della vita. Così − scrivendo Il nullafacente o Leonardo, riscrivendo il Tito di Shakespeare o inventando due anni fa il prequel dell'Amleto e senza mai rinunciare alla specificità materiale del teatro temi come la violenza e la libertà sociale e individuale, la ricchezza e la sua crudeltà, l'autoreclusione come conseguenza del Potere e il tradimento degli amici, la bulimia di possesso, il bisogno di un'esistenza altra e diversa, la relazione intergenerazionale, il senso di responsabilità, l'appartenenza alle trame del destino, la stanchezza per il sangue e l'orrore o – come in questo caso – l'accettazione dolorosa ma naturale della morte (“il vero nodo che l'arte continua ad affrontare oppure a eludere”, per dirla con Attilio Scarpellini) usufruiscono in palcoscenico delle stesse parole che usiamo mentre spezziamo a tavola il pane o con cui sentiamo che una madre sta parlando di suo figlio a un'amica. Queste parole così ci raggiungono, ci appartengono e infine ci restano, nel tempo. E non mi pare un pregio da poco.

 



le foto a corredo dell'articolo sono di Silvia Baldini (La vita ferma), di Guido Mencari (Il nullafacente), di Filippo Manzini (Leonardo da Vinci. L'opera nascosta)

 

 

leggi anche:
Alessandro Toppi, Primi appunti su Il nullafacente (Il Pickwick, 12 aprile 2017)

 

 

Leonardo da Vinci. L'opera nascosta
di e con
Michele Santeramo
con le immagini di Cristina Gardumi
luci Fabio Giommarelli
foto di scena Filippo Manzini
produzione
Fondazione Teatro della Toscana
lingua italiano
durata 50'
Pontedera (PI), Teatro Era, 6 dicembre 2017
in scena dal 30 novembre al 6 dicembre 2017

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