“immagino il teatro come un non finito, / non finibile. / nella sua natura credo sia l'imperfezione / l'imperfezione come aspirazione / l'imperfezione esatta, netta, giusta, precisa / l'imperfezione simile al difetto / il teatro come difetto. / assolutamente imperfetto”.

Roberto Latini

Giovedì, 11 Gennaio 2018 00:00

Storia viva in un corpo morto

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Sono un recensore accidioso. Perennemente in ritardo, con articoli da scrivere che s’affastellano e s’accavallano, accumulando ritardi sesquipedali. “La critica non scade, non deperisce” – mi ripeto come un mantra, quasi a volermi far coraggio da solo – “mica è come la cronaca”, soggiungo a tentar capziosamente di corroborare i miei pensieri, i pensieri di un recensore accidioso e perennemente in ritardo.

E così, mentre – sempre e comunque all’ombra di quel filo d’ansia strisciante che veglia saldo sul mio essere – mi accingo a metter mano ad una delle recensioni che ho in coda in attesa di vedere luce e pubblicazione, mi ritrovo a considerare, al netto di colpa, dolo e indulgenze giustificazioniste verso me stesso, come talvolta la tempistica ritardata possa avere dei vantaggi e mi sforzo di consolarmi in grembo a questa prospettiva che non scalfisce il ritardo e funge da culla ulteriore all’indolenza. Eppure, qualche vantaggio invero c’è e risiede nel fatto che, mentre s’indugia oltremodo, si ha modo di veder spuntare materiali ulteriori in aggiunta, utili alla bisogna.
Ed è così che mi accade, nella fattispecie, in riferimento allo spettacolo di Daniele Timpano Dux in scatola, andato in scena lo scorso novembre a Napoli al TRAM di Port’Alba e che gira l’Italia da oltre un decennio (è del 2006) portandosi dietro uno sciame sismico di polemiche ribollenti sin dalla sua apparizione, come si può constatare spulciando un po’ di rassegna stampa che si trova in calce alla pagina che Wikipedia dedica all’attore/autore romano.
Sicché sull’onda anche di quanto sia stato già detto, arrivando non solo buon ultimo rispetto ad uno spettacolo visto ormai un paio di mesi addietro, ma irrimediabilmente postumo rispetto ad una bibliografia critica ultradecennale che s’accompagna a questo stesso spettacolo, mi tocca cercare una chiave d’approccio che si provi a smarcare dal già detto. Pur nient’affatto sicuro di riuscirci – e forse proprio per questa ragione – comincio subito col dire che Dux in scatola è uno di quegli spettacoli che, visto ora o dieci anni fa, mantiene un’endemica freschezza, probabilmente dovuta al fatto che, trattando dei “resti morti di un corpo vivo” – quello di Benito Mussolini, con tutto il suo portato storico e storiografico – fa sì che in ogni epoca lo si rappresenti, tale spettacolo funga da spettroscopio di rifrazione per il tempo in cui va in scena (come non pensare a recrudescenze del nostro tempo, a raid di vaga emulazione squadrista, a derive forzanoviste e casapoundine di cui leggiamo nelle cronache attuali?); ed è pertanto, riagganciandomi a quell’accidia che mi fa recensore ritardatario che, imbattendomi in un post pubblicato sul social network più in voga – e sul quale Daniele Timpano è presenza assidua, attiva e costante – che mi è capitato d’intercettare una recensione dello spettacolo pubblicata su un sito di estrema destra, la qual cosa è stata la mia porta d’ingresso verso la prospettiva dalla quale cominciare a prendere questo spettacolo, ovvero il peso specifico dell’argomento trattato – Benito Mussolini – sulla società nel tempo in cui è rappresentato lo spettacolo.
La prima considerazione, partendo proprio dalle reazioni che Dux in scatola suscita o ha suscitato negli spettatori e negli analisti “di parte” (di qualunque parte) è che si tratti di uno spettacolo che si presta ad interpretazioni contrastanti, che a più d’uno hanno addirittura suggerito una chiave di lettura apologetica del fascismo. Questo perché nell’approccio di Daniele Timpano a questa narrazione delle vicende di un feretro – che gli fa compagnia in scena sotto forma d’un baule in cui, più che le spoglie d’un cadavere mi sembra ci sia la memoria storica stratificata del nostro Paese – c’è innanzitutto un attento lavoro di ricerca storica (in ciò simile a quello che sorregge l’impianto del più recente Acqua di colonia portato in scena con Elvira Frosini), ma c’è soprattutto un’attenzione alle sfumature della storia, alla stratificazione delle sue contraddizioni e delle sue ambiguità, un'ambiguità con cui Timpano abilmente gioca (anche) teatralmente, alternando l’io narrante al personaggio in un entra ed esci continuo dalla storia, nella quale, marionetta di carne, si muove con la consuete verve affabulatoria, mentre racconta con leggerezza paradossale di vicende intrise di senso del tragico. E un'ambiguità che pertanto finisce per suscitare attenzione ed interesse a prescindere dall'angolazione dalla quale si guardi a questo spettacolo.
Le vicende che Daniele Timpano racconta e interpreta, seguendo un rivolo di storia nazionale che parte dalle peripezie di una salma, sono lo strumento attraverso il quale guardare al passato come patrimonio di un immaginario acquisito, non privo di contraddizioni e paradossi. Seguendo il peregrinare di queste spoglie via via oltraggiate, sezionate, decomposte, fino all’ultimo approdo museale di San Cassiano di Predappio (dove vanno infine ad inserirsi nel quadretto anch'esso grottesco del merchandising dei nostalgici), seguiamo di fatto il progredire della storia italiana, con le sue polarizzazioni e le sue difficoltà di giungere se non proprio ad una pacificazione, quantomeno ad una capacità di storicizzare il passato. Completo nero e cravatta rossa, già nell’abbigliamento Timpano sembra sintetizzare gli universi contrapposti che hanno animato la nostra storia nazionale almeno fino alla caduta di muri e cortine, i cui revanscismi recenti appaiono – almeno ideologicamente – come pallidi riverberi.
Quella di contrapporsi in polarizzazioni manichee è atavicamente una tendenza connaturata agli italiani, sicché parlare di fascismo col tono scanzonato e grottesco come fa Timpano è quasi naturale possa generare levate di scudi e fraintendimenti, un po’ come accadeva (fatti i debiti distinguo) con Renzo De Felice e i suoi studi sul fascismo che gli valsero la taccia di revisionista benché storico di formazione prettamente marxista. Eppure, mentre ti lasci trasportare dal racconto caracollante e farsesco – ancorché materiato di verità storica verificata – che Daniele Timpano imbastisce sulla scena, più che prendere posizione si è portati a farsi appassionare dalla vicenda, che diventa volano per curiosità storiche da andare a spigolare spulciando testi e fonti per quella sana velleità di conoscenza che Dux in scatola instilla. Conoscenza della nostra storia, di quello che siamo oggi e di quello che eravamo ieri.
Il tutto con un linguaggio teatrale, verbale e corporeo, tipicamente timpaniano, che in un logorroico flusso di parole in caotica armonia riesce a coniugare il tempo passato della storia al tempo presente della scena.







Dux in scatola
Autobiografia da morto di Mussolini Benito

drammaturgia, regia, interpretazione Daniele Timpano
collaborazione artistica Valentina Cannizzaro, Gabriele Linari
produzione amnesiA vivacE
in collaborazione con Rialto Santambrogio, Consorzio Ubusettete
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro TRAM, 9 novembre 2017
in scena dal 9 al 12 novembre 2017

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