"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 21 Dicembre 2016 00:00

La saga Lehman in scena a Roma

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Di ritorno a Palermo, su un treno che viaggia lento verso l’aeroporto di Fiumicino rifletto sulle trasferte.

Sono venuta a Roma per assistere a Lehman Trilogy ultimo capolavoro di Luca Ronconi perfezionato sulla ballata di Stefano Massini che − dopo il grande successo ottenuto nel 2015 a Milano, sua città natale dove fu premiato di cinque Ubu − Antonio Calbi ha voluto nella stagione 2016/2017 del suo teatro convinto che anche il pubblico dell’Argentina meritasse o, forse, fosse in dovere di vederlo. Di trasferta bisogna parlare in casi che, come questo, fanno muovere un gran numero di spettatori verso i grandi palcoscenici (così era successo al debutto milanese che ha attirato come miele tutte le api operaie di questo alveare che è il teatro italiano). Spettatori curiosi, vergini, esperti e operatori, habitué e affezionati pronti a meravigliarsi dell’immensità che – sarebbe ingenuo non dirlo – riverbera dal nome Luca Ronconi. “Una mia amica è venuta da Bologna” mi viene da pensare; “Io e mio marito siamo arrivati stamattina dalle Marche, ripartiamo stasera” commenta fiera una donna sulla sessantina seduta al mio fianco alla fine dello spettacolo; “Io l’ho visto due volte, la prima al Piccolo quando uscì” sento dire a molti. La fibrillazione in sala impressiona: non perché sia insolita l’affluenza al teatro di Roma di un pubblico non romano – è la prassi in occasione di grandi nomi – quanto per il carattere mitologico che assume la ripresa di Lehman Trilogy ora: uno spettacolo straordinario (letteralmente fuori dall’ordinario) che rischia la strada della tournée dece-vente-trentennale.
Modello di “come si fa teatro”, Lehman Trilogy è il frutto dell’unione di due menti non comunemente brillanti e paritariamente responsabili; si serve di interpreti radicali e radicati nella concretezza del “fare teatro” e di strumenti quali la parola, il corpo, la luce, maneggiati da braccia e bocche lucide. Diviso in due parti, Tre fratelli e Padri e figli, compie un volo sulle teste dell’intera famiglia Lehman dalle origini al crollo: un excursus analitico della storia finanziaria degli Stati Uniti intrecciato con la sottile poetica della saga familiare. L’11 settembre del 1844 Henry Lehman – un magistrale Massimo De Francovich – è il primo dei fratelli a sbarcare in terra americana; gli altri due, Emanuel – acuto Fabrizio Gifuni – e Mayer – preciso Massimo Popolizio – lo seguiranno dopo anche loro traversando il vasto mare che separa Rimpar, piccolo villaggio della Baviera da cui provengono, da Montgomery per tuffarsi in quel “carillon chiamato America”. Da una nave inizia la storia dell’uomo, da una nave la storia dei fratelli Lehman scandita dall’orologio portuale che segnerà l’ora di arrivo di Henry per tutta la durata dello spettacolo.
La delicatezza tonale di questa prima parte in cui l’affermativo è sognante e fiero di un’onestà antica e il lavoro è concretezza motrice, sarà alterata dal sopraggiungere del sogno americano: alla morte di Henry, Emanuel scopre la possibilità del Nord dando il via all’espansione della Lehman Brothers; il tono si fa più alto, declamatorio, fino al picco storico della Guerra di Secessione insinuata nei pensieri di Emanuel dalla voce cantilenante del defunto capostipite in cui i due fratelli Lehman hanno perso la testa della famiglia. Su tutto lo spettacolo aleggia la presenza dei morti sui vivi trattata da Ronconi con saggezza semplice ma potente. Sono rimasti il braccio Emanuel e la patata Mayer (bulbe questo il soprannome che sin da piccolo gli era stato affibbiato): uomo liscio e solido, come una patata, che scivolando tra i due fratelli sempre in lotta ne media gli scontri. Senza la testa inevitabile sarà la secessione tra il braccio e la patata, poiché l’uno curerà gli interessi del Nord stabilendosi a New York – ché un braccio non sa far altro che agire – e l’altra servirà la sua terra al Sud, l’Alabama terreno fertile e natale.
Le colpe dei padri, qui come in ogni saga familiare dai tempi di Edipo, ricadranno sui figli che, con l’avvento del Novecento e la morte dell’ultimo dei fratelli, prendono potere assoluto su un’eredità smembrata e volubile. Tanto volubile da cangiarsi in vantaggiosa: la Lehman Brothers nata dal cotone passerà per il caffè per diventare mediatrice di beni immateriali con la compravendita di titoli. L’immaterialità entra nella storia americana e in quella dei Lehman scavalcando il cotone, sottomettendo il bene concreto per guardare a un futuro incerto ma affascinante. “Viviamo di un mestiere che ancora non esiste” dirà Philip, il primo dei figli Lehman – interpretato da un energico Paolo Pierobon – e il più spietato: un uomo che ha scritto la sua vita in stampatello sull’agenda senza esitazione. L’immateriale, l’incerto… è una storia di equilibrio, è gioco d’azzardo tutto risolto nella bellissima figura di Solomon Paprinskij – il Premio Ubu 2015 Fabrizio Falco –  l’equilibrista cammina su un filo teso sulla piazza di Wall Street: la sua storia s’interseca a quella dei protagonisti e sembra indissolubilmente legata al carattere di Bobbie Lehman, figlio di Philip, e ultimo erede.
Bobbie – egregio Fausto Cabra – debole nell’aspetto e negli intenti – un uomo in corsivo all’opposto del padre – entra attivamente nella storia della Lehman Brothers portandosi dietro la scia di quella sete di potere che si era con Philip insidiato nella sua genetica pur senza, tuttavia, la tempra per sopportarla. Ostacolato dalla crisi del ’29 – un giovedì nero ronconiano scandito dagli spari dei suicidi di Wall Street – Bobbie riuscirà “a modo suo” a salvare la banca facendola navigare, come piccola scialuppa, sul mare di sangue dell’alta finanza americana. E insieme all’equilibrio di Bobbie, il cui corpo dopo la crisi inizierà ad accusare i colpi del tempo con un tremore sempre più evidente, crollerà l’equilibrio di Solomon Paprinskij precipitato dal filo che aveva sorretto da tutta la vita il suo peso: un’idea questa di Massini/Ronconi talmente semplice da stupire per l’efficacia.
Tremando e ballando il twist Bobbie Lehman attraversa la storia e per questo infinito e inarrestabile twist morirà ossessionato, fino all’ultimo istante, dall’ansia di finanziare il progresso, perseguitato dai fantasmi di quel mondo che lui stesso ha contribuito a creare e che ora intimano di distruggerlo. Su tutti King Kong (in quegli anni la Lehman Brothers Bank ha finanziato diverse case di produzione cinematografica), simbolo di un potere colossale ma incontrollabile che via via prende le sembianze di Hitler (Bobbie Lehman coinvolse la banca in entrambe le Guerre Mondiali). E senza controllo, senza accorgersene muore l’ultimo dei Lehman.
Dopo di lui uno scenario minaccioso investe la banca e prepara al fallimento che abbiamo conosciuto nel 2008: funzionari stranieri i cui cognomi danzano in uno scambio affaristico frenetico e amaro presenziano a turno sulla poltrona che Bobbie ha lasciata vuota; anche loro, due, come Bobbie e come tutti i suoi predecessori portano la tuta da lavoro sopra al vestito elegante; ma la loro è in lurex e insieme alla voce metallica li fa somigliare senza equivoci a grossi titoli tossici.
La ripetitività del rituale ebraico del lutto, scandito sempre dalle parole “come accadeva a Rimpar”, che ha accompagnato la morte dei Lehman, risuona al “funerale” di famiglia che, come il lunch aziendale del lunedì, è presenziato da tutti i membri maschi. Il 15 settembre 2008 i Lehman sono fantasmi che aspettano la notizia di una fine, la loro, che già sono finiti. Quel processo che ha portato alla disumanizzazione degli uomini ora è capovolto: vegliano sul loro frutto, una banca andromorfa, una donna partoriente denaro.
Al fianco del trio dei patriarchi De Francovich, Gifuni, Popolizio un cast poliedrico formato da Martin Ilunga Chishimba, Paolo Pierobon, Fabrizio Falco, Raffaele Esposito, Denis Fasolo, Roberto Zibetti, Fausto Cabra, Francesca Ciocchetti, Laila Maria Fernandez, si muove nell’architettura rigorosa di Marco Rossi animata dalle luci di A. J. Weissbard.

 

 

foto a corredo dell'articolo di Luigi La Selva e Attilio Marasco

 

Lehman Trilogy
di
Stefano Massini
regia Luca Ronconi
con (in ordine di apparizione) Massimo De Francovich, Fabrizio Gifuni, Massimo Popolizio, Martin Ilunga Chishimba, Paolo Pierobon, Fabrizio Falco, Raffaele Esposito, Denis Fasolo, Roberto Zibetti, Fausto Cabra, Francesca Ciocchetti, Laila Maria Fernandez
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
produzione Piccolo Teatro di Milano − Teatro d'Europa
Roma, Teatro Argentina, 11 dicembre 2016
in scena dal 25 novembre al 18 dicembre 2016

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