“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 19 Dicembre 2016 00:00

La farsa ferace di Punta Corsara

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Nudo il palco, nuda la scena; a parlare, più d’ogni altro elemento, in Io mio moglie e il miracolo è la partitura drammaturgica: consistente e matura, ad essa corrisponde una messinscena pulita e funzionale, che esalta il tessuto linguistico ed i meccanismi che ne sottendono (e ne sostengono) l’ottimo funzionamento in un lavoro che piace e convince, confermando Punta Corsara come una realtà stabilizzatasi fra le più interessanti del panorama nostrale.

Io, mia moglie e il miracolo piace e convince per come è strutturato, per congegno drammaturgico che lo sostiene, per la regia che lo traduce su scena e per come gli attori lo interpretano. Cifra espressiva ormai riconoscibile, quella di Punta Corsara, che nella fattispecie ci parla della società reale alludendovi ed evocandola mediante l’utilizzo del grottesco, di un grottesco che misura e calibra i meccanismi del comico per descrivere un luogo che non è luogo, abitato da personaggi non riconducibili ad un milieu preciso, ma come astratti dal contesto per essere rappresentativi di ogni contesto possibile. Ciascun attore in scena infonde nel proprio personaggio uno spessore che carica di credibilità la farsa che s’inscena, mettendosi al servizio di una regia che nell’essenzialità dei tagli di luce e nella reiterazione di meccanismi e giochi verbali trova la forma migliore per dar corpo all’idea scenica di partenza.
La scena ci offre un paesaggio sonoro di psichedelia intermittente quando ancora non s’è abitata dai protagonisti. I tagli di luce essenziali accompagneranno l’ingresso in assito dei personaggi, preceduti da un prologo che mescola una straniante miscellanea di sonorità, dal rumore delle pale di un elicottero al suono di una sirena, dall’urlo di Tarzan alla Haka degli All Blacks; una coppia danza sulle note di Strauss, lui e lei volteggiano senza toccarsi, avvolti in lunghi trench grigio-verdognoli, prima che lui s’accasci, morente, per essere poi resuscitato dal tocco sulla fronte della mano di un guaritore che appare in assito. È il prodromo sintetico di quel che vedremo: un rapporto a due (coi suoi personaggi di contorno) e un deus ex machina nel fantomatico ruolo del miracoloso guaritore, o forse più semplicemente dell’occhio veridico che rischiara d’un fascio di luce una realtà oscura e negata.
Il prologo introduce alla storia vera e propria: due coniugi, una figlia inspiegabilmente assente da casa da tre settimane (“è a fare il tempo prolungato”, si ostina a ripetere il padre della bambina) e un microcosmo gravitazionale che consta di uno sceriffo feticista, una puttana vestita di blu, un estraneo che rivendica talenti miracolistici ed uno scemo del villaggio: si delinea insomma un contesto di riferimento che si cala in un’atmosfera surreale tenuta in bilico su una sottile striscia di tensione che per più di un attimo fa pensare ad ambientazioni lynchiane (Blue Velvet pare più d’una semplice suggestione, rimando ad un mondo dal sostrato torbido che cova sotto la normalità apparente).
Dialoghi frontali, che rasentano l’assurdo e toccano il surreale, teatralità dichiarata ed evidente (gli oggetti evocati, il gesto di guidare l’auto simulandone i sobbalzi, il passeggero che vi entra quando l’autovettura è già in marcia), meccanismo della ripetizione verbale che crea un effetto comico progressivo e crescente, che stempera e smussa la feracità effettiva che pure promana: tutti elementi che concorrono a rendere teatralmente un affresco tipologico del contemporaneo, in cui attraverso efficaci polarizzazioni, prendono forma (e sostanza) personaggi, concetti, e situazioni con cui la quotidianità globale ci porta a confrontarci. Così ci troviamo al cospetto della violenza domestica, del senso di estraneità che si prova verso l’altro, sia esso uno sconosciuto o lo scemo del villaggio, ci troviamo davanti a concetti tipici come la sicurezza del possesso e il senso del controllo necessario – delle persone, degli oggetti: la protervia famigliare esercitata dal marito, il feticismo della scarpa per lo sceriffo, la stecca ciucciata dallo scemo del villaggio – che creano quel reticolo di abitudini di riferimento su cui si fonda l’agire umano nel tentativo di abbarbicarsi alle proprie salde e meschine certezze.
Tutto quello che accade tende verso un progressivo svelamento di una verità percepita eppure ostinatamente negata, raccontando quanto e come la società possa essere (o diventare) guasta e come e quanto essa possa sentire il bisogno di qualcosa di soprannaturale – o comunque di esulante dalla percezione comune – per potersi veder mostrare il baratro verso il quale sta precipitando, fingendo di non crederci.
La drammaturgia così congegnata porta le tracce dei protagonisti a convergere verso un intreccio comune, in cui ogni filo dell’ordito contribuisce a intessere un quadro progressivamente delineato, dalla rotondità tragica e surreale, in cui sottigliezze e sfumature agiscono sottotraccia, camuffate dalla patina farsesca della superficie, suggerendo in realtà una riflessione profonda su uno spaccato umano che evoca i temi – caldi e irrisolti – delle relazioni ipocrite e mendaci tra gli individui che abitano un medesimo contesto sociale.; ad una latitudine qualsiasi, in un luogo senza identità definita, movendo al riso per trasformarlo, senza quasi che ce ne si accorga, in un sentimento amarognolo, nell’agrodolce dualità che permea l’umano.

 

 

 

 

Io, mia moglie e il miracolo
scritto e diretto da Gianni Vastarella
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
costumi Daniela Salernitano
immagine di locandina Antonio Cannavacciuolo
collaborazione artistica e organizzazione Marina Dammacco
produzione 369gradi
con il sostegno di NUOVOIMAIE
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Piccolo Bellini, 14 dicembre 2016
in scena dal 13 al 18 dicembre 2016

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