"Che m'importa della gloria quando io scrivo per il pane?"

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Silvia Maiuri

Aldo e Rosemary, esseri umani fuori parte

Continua al Teatro Biondo una stagione segnata dalla produzione di drammaturgie contemporanee: è il caso di Nel nome del padre per la regia di Alfio Scuderi che ha debuttato il 15 marzo in Sala Strehler. Recuperando il testo che Luigi Lunari scrisse nel 1997, Scuderi affida a Paolo Briguglia e Silvia Ajelli i ruoli dei protagonisti: due figure storicamente esistite che mai avrebbero potuto incontrarsi in questa vita.

Aldo e Rosemary sono agli antipodi della storia dell’Occidente e, in effetti, hanno poco in comune: sono cresciuti all’insegna di due ideologie opposte che difendono fino all’ultimo respiro; sono diversi i valori in cui credono, le regole a cui si attengono, gli obiettivi che si sono posti. Hanno vissuto come due rette parallele senza mai incontrarsi. Da un lato Aldo, figlio intellettuale allevato nella Russia di Stalin, convinto sostenitore del comunismo, peregrino e rifugiato. Dall’altro Rosemary, figlia aristocratica istruita al rigido cattolicesimo e al perbenismo americano. Ma Lunari immagina di superare i limiti ideologici e geografici costringendoli insieme in una stanza: è un purgatorio, un luogo di espiazione e di passaggio all’eternità.
E, se Lunari li fa dialogare, Scuderi dirige il dialogo con sobrietà. Perché sono insieme in questo manicomio della coscienza? Sono due che hanno vissuto nel nome dei loro padri, un comunista e un capitalista. Nomi talmente altisonanti che hanno finito per porli nell’ombra. Entrambi schizofrenici, infatti, hanno subito la dimenticanza e il rifiuto da parte del padre. Ora devono trovare la redenzione comune: ma riusciranno, loro che hanno respirato sempre ai margini della storia, a ucciderli quei padri che la storia l’hanno fatta?
Il testo gioca su più fronti: da un lato l’ambiguità di queste due figure non dichiaratamente identificate, quindi la curiosità di scoprirle; dall’altro il conflitto tra la sfera intima, la loro, e quella pubblica nella quale siamo inclusi storicamente anche noi. Chiusi in quella stanza grigio perla, infatti, non ci sono solo due cavie della storia; ci siamo noi, coi nostri ideali, con quello che ne è rimasto. Privato e pubblico si mescolano per parlare di famiglia e di politica. E ogni parola si fa carico di un sentimento controverso e di un conflitto interiore che porta i protagonisti a un'incomunicabilità che si supera solo un poco mentre l’uno o l’altro parla di sé. Resta, alla base, un egocentrismo insuperabile che è sintomatico della malattia.
Paolo Briguglia e Silvia Ajelli hanno fatto un lavoro eccellente sui personaggi assumendone i tic e le manie, reiterati durante tutta la performance: Briguglia è un cinico-romantico non “attrezzato alla vita”. Sentimentale, logorroico, ossessionato dai suoi fantasmi, si muove sulla scena con nervosismo controllato, gli occhi strabuzzati, la frenesia della lingua. Ajelli è una Rosemary che ha paura di parlare: appiattita alla parete, tiene stretti tra loro i tacchi beige da pomeriggio, e non fa mai nulla di sbagliato.
Nella scena essenziale di Scuderi spesso un tappeto sonoro pop entra stonato a rompere il già precario equilibrio che i due protagonisti tentano di stabilire tra loro. Le parole che non si dicono le dice spesso la musica. Come le luci, che separano i ricordi dal presente: sono calde le luci dei ricordi, a voler dirci di nostalgia; ma variano in toni più accesi quando quei ricordi si riempiono di disagio. Diventano magenta, rosso, giallo acido. Quello che Aldo e Rosemary ricordano è un passato macchiato che ha lasciato segni profondi e di cui non si sono ancora liberati.
Nel nome del padre è una storia di riscatto e di autodeterminazione; è un’occasione per Aldo Togliatti e Rosemary Kennedy di rendersi liberi davanti agli occhi del pubblico.
Aldo e Rosemary sono arrivati in ritardo all’appuntamento con la vita, in anticipo a quello con la morte. Sono rimasti senza parte da recitare nello spettacolo della storia e si sono adattati a recitare fuori parte. Aldo e Rosemary hanno soprattutto una cosa in comune: sono figli di una storia sbagliata.

 

 

Nel nome del padre
di Luigi Lunari
regia e scene Alfio Scuderi
con Paolo Briguglia, Silvia Ajelli
produzione Teatro Biondo Palermo
Palermo, Teatro Biondo, 15 marzo 2017
in scena dal 15 al 25 marzo

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Pupi della vita, paladini della morte

Come ombre si muovono i membri della famiglia Macaluso, misteri buffi su un palcoscenico quasi buio. Vestiti a lutto marciano esagitati verso la platea segnando sulla scena molte direzioni possibili; croce in mano, affilata e lucente come spada paladina, sono un triangolo compatto con il vertice e la base. Spezzando per qualche attimo il ritmo soldatesco cedono sfiniti, a uno a uno, avvicendandosi quasi fossero lampi di una interminabile tempesta; ma repentinamente chi crolla viene salvato da un suo vicino. La precarietà del passo li fa cadere ma, ostinata, la passione li rialza.

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Di ritorno a Palermo, su un treno che viaggia lento verso l’aeroporto di Fiumicino rifletto sulle trasferte.

Il furioso Orlando secondo Pirrotta

Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
Vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
V’avea spillo o coltel subito fitto;
Così, se v’era alcun sasso men duro:
Ed era fuori in mille luoghi scritto,
E così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
Legati insieme di diversi nodi.
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, canto XIX)

 

In occasione del quinto centenario dalla pubblicazione dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto edito per la prima volta il 22 aprile del 1516 il Festival di Morgana, giunto alla XLI edizione, ha dedicato una sezione a questo capolavoro della letteratura italiana. Sul piccolo palcoscenico del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino a prestare voce e corpo al cavaliere Orlando Vincenzo Pirrotta va in scena con lo spettacolo inedito Vincenzo Pirrotta incontra il furioso Orlando, reading dei canti XIX, XXIII, XXIX, XXXIV, XXXIX ponendo come fil rouge l’amore romantico e incontrollato, motore di tutta l’opera.

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