“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 26 Novembre 2021 00:00

Un mare di lacrime firmato Roth/Marthaler

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C’è una farmacia che non cura, ci sono cinque farmaciste che pronunciano un giuramento che non dà speranza di guarigione e, invece che assicurare la riuscita dei farmaci, a centinaia esposti sugli scaffali che riempiono la scena, elencano gli effetti collaterali riportati sui bugiardini come minacce.

Non servono quell’unico cliente che entra sulla scena/farmacia di tanto in tanto, ma anzi la più giovane delle donne sembra avere il ruolo di liberarsi di lui. Con un piegamento a gambe larghe lo abbraccia, lo solleva di peso e lo riporta fuori, dietro la quinta da cui era uscito. Quel cliente disturba, o forse peggio, non esiste: il suo peso, misurato sulla bilancia posizionata sul proscenio, è zero, più di lui pesa il distributore dell’acqua che, solo avvicinandosi alla stessa bilancia, in un balletto ironicamente umanizzante, fa variare i numeri sul display. Il robot quindi ha un peso, per quanto confuso e bizzarro, un uomo (il cliente) no. Anche quando cerca di parlare, ogni parola è coperta dalla recita dadaista delle cinque donne che si lanciano beffarde e un po’ crudeli nell’enunciazione di un dramma corale senza scopo se non quello di giocare con le parole e coprire la voce di lui che intanto ripete infinite volte l’antifona: Take a thing and put it on one thing”.

"Risuona e rimbomba con la sua voce per le lande e i monti, allo zio sicario di leprotti saltellanti affianco al leprotto non pi
ù saltellante, il signor scassatacchi, dritto, piuttosto appoggiato allo zio sicario degli scassatacchi, il suonatore di cembalo e cosciotti, la sega che taglia il legno che schianta i cosciotti che schiaccia la briscola, con la quale lo zio spezzacuccioli, anche detto lo sgambettatore − da lassù − nelle lande − a qui, ha pulito, ripulito la superficie dai grumi di terra, stop, no, è ancora lì steso, sì, e riapre gli occhi, la zia giace affianco a lui, stesa da lui, ma forse no, o forse sì?

Questa, che senza sbagliare troppo, potremmo chiamare drammaturgia musicale è l’elemento che “si muove” in Das Weinen (Das Wähnen) − il pianto (il pensiero) − che il regista svizzero Christoph Marthaler ha portato in scena all’Arena del Sole di Bologna il 30 e il 31 ottobre scorsi. Un’opera in cui regna la fissità estetica annichilente di una scena, curata da Duri Bischoff, che ha la stessa bidimensionalità illusoria di un’opera pittorica.
Marthaler d’altronde emerge ai suoi esordi da artista sovversivo, autore di un teatro musicale che usa il linguaggio come strumento rivoluzionario. Ed è al giovane musicista che Dieter Roth affida uno dei suoi lavori letterari verso la fine degli anni ’80. Roth, artista visivo e poeta svizzero, che concepiva la scrittura come un “ruminare” per “formare frasi” provocatorie, privilegiando l’atto creatore, a discapito del senso, mette tra le mani di Marthaler un libro intitolato Das Weinen. Das Wähnen (Tränenmeer 4) − (Weeping. Imagining [Sea of tears 4]) dallo strano formato verticale e concepito come una raccolta di scritti. Dopo anni di peregrinazioni − i testi di Roth sono stati a lungo usati dal regista in tutte le produzioni che ha presentato in giro per il mondo − nel 2020 rimette insieme i pezzetti del puzzle dando vita a questo spettacolo con trenta brani oggi tradotti per il pubblico italiano da Sonia Antinori.
Marthaler non tradisce Roth: la parola è la vera protagonista, ed è un parola “ruminata”, esasperante, senza senso. Eppure la drammaturgia perde il fascino d’essere un testo per la scena, pioché la trasposizione di un libro geniale, in cui regna l’assurdo, e sovrana è la lingua, non trova sul palcoscenico il suo centro gravitazionale. Ci si muove nell’ambito della noia a piccoli passettini come quelli delle infermiere che vanno avanti e indietro, dentro e fuori la scena, pigiando il tappo delle loro penne e costruendo, insieme alla musica, la colonna sonora di uno spettacolo difficile da seguire. Spontanea sorge la domanda: se avessimo capito il tedesco si sarebbe riconosciuta una necessità di quest’opera? Sarebbe interessante vedere questo spettacolo con un pubblico diverso, senza dimenticare però che la storia di ognuno di noi interviene sempre nel processo di accettazione della noia e dell’abbandono che richiede quel nonsense rothiano e anche marthaleriano. Se non siamo disposti a un certo livello di empatia con ciò che quest’opera rappresenta − Non è uno spettacolo. È un mare di lacrime” riporta il foglio di sala − non apprezzeremo mai abbastanza ciò che stiamo vedendo. Ma è anche la storia collettiva, quella che ci portiamo addosso e che non è troppo celata dietro la mascherina che tutti portiamo sulla faccia e il disagio e l’emozione contrastanti di star di fianco, gomito a gomito, col nostro vicino, ad avere molta importanza nell’accoglimento di questo lavoro.
Una farmacia in cui nessuno viene curato, scatole di farmaci che non promettono guarigione e un giuramento d’Ippocrate tradito, contribuiscono alla costruzione di uno scenario inquietante che non può che suscitare due reazioni opposte nel pubblico: il rifiuto annoiato, o l’isteria, coinvolta e irriverente. E saranno reazioni sempre collettive, come la nostra storia. Il pianto, il pensiero è di fatto un rifiuto del pensiero logico, un invito al pensiero laterale, quello creativo. E anche un invito al pianto − accompagnato da un Lacrimosa del Requiem di Mozart − che siano queste lacrime scaturite dal troppo ridere o lacrime d’angoscia, di fronte a un falso Cristo che porta al calvario la sua croce: l’insegna luminosa col bastone di Asclepio sotto cui comicamente resta, alla fine, schiacciato.





Das Weinen (Das Wähnen) − Il Pianto (Il Pensiero)
basato sui testi di
Dieter Roth
regia Christoph Marthaler
con Liliana Benini, Magne Håvard Brekke, Olivia Grigolli, Elisa Plüss, Nikola Weisse, Susanne-Marie Wrage
scenografia Duri Bischoff
costumi Sara Kittelmann
sound design Thomas Schneider
musiche Bendix Dethleffsen
luci Christoph Kunz
drammaturgia Malte Ubenauf
audience development Elena Manuel
operatore pedagogico teatrale Manuela Runge
assistente alla produzione Clara Isabelle Dobbertin
tirocinante Samuel Petit
assistente scenografo Julia Bahn
assistente costumista Natalie Soroko
direttore di scena Aleksandar Sascha Dinevski
suggeritori Lea Theus, Gerlinde Uhlig-Vanet
relazioni internazionali & Tour manager Björn Pätz
foto di scena Gina Folly
produzione Schauspielhaus Zürich
in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Nanterre-Amandiers – centre dramatique national, Bergen International Festival, Théâtre Vidy-Lausanne und International Summer Festival Kampnagel, Hamburg.
supportato da Georg und Bertha Schwyzer-Winiker Stiftung and Pro Helvetia, Schweizer Kulturstiftung
lingua tedesco (con sovratitoli in italiano)
durata 1h 45’
Bologna, Arena del Sole, 30 ottobre 2021
in scena 30 e 31 ottobre 2021

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