“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 28 Luglio 2016 00:00

La mano vicino al fuoco

Scritto da 

Assistere alle prove di uno spettacolo è come vedere le suore che si mettono il velo al mattino. Vi è una sorta di sacra intimità violata da parte dello spettatore ingordo, che non si accontenta del prodotto finito, ma vuole intrufolarsi nelle pieghe del processo creativo. Gli artisti dicono che fa piacere, che è importante avere dei testimoni – ma somiglia pur sempre a un lusso, a un dispetto, a un’invasione di campo. Tanto più se si tratta di uno spettacolo studiato in terra straniera, che cerca di articolare precisamente il tema dell’estraneità.

Massimiliano Foà, regista della compagnia Vernicefresca, si pone all’incontro dei miei occhi stranieri con una gioia del tutto naturale, senza fare dell’accoglienza un baluardo etico. Come suggerisce lo spettacolo in gestazione, i codici di comportamento servono a chi è senza cuore. Vernicefresca non accoglie l’intruso perché è giusto farlo: due passi sul palco, e si è già dentro. Si respira l’aria di freschezza e onestà che pervade il lavoro della compagnia. Si percepisce immediatamente il desiderio di un reale confronto, la curiosità per un punto di vista nuovo sul lavoro in corso. L’umiltà suggerisce che poter lavorare è già un traguardo, e, come in ogni forma di conquista, vi è una buona dose di incredulità che si accompagna alla tenacia e alla determinazione più profonde. Credere a un progetto richiede disciplina dentro e fuori dal palco, finanche negli spostamenti da una sala prove all’altra. La compagnia è felicemente arresa all’idea che non si esce mai dal lavoro, neanche attraversando Milano sotto il sole delle 16, sui tram che portano dalla Fabbrica dell’Esperienza al CIMD. D’altronde, la temperatura di luglio non è calda quanto quella del testo scritto ad hoc, con delicata maestria, da Valentina Gamna. La drammaturgia è essenziale, evocativa, densissima. Ad hoc sono composte anche le musiche di Massimo Cordovani, paesaggi sonori avvolgenti e complessi che promettono di catturare all’istante la muscolatura nervosa degli spettatori a venire.
Ho.me presenta ai miei occhi stranieri una partitura ben definita, nonostante abbia alle sue spalle due sole settimane di prove. In scena vi sono quattro donne, e la ridondanza di un abbandono declinato in una ferita per ognuna differente. In un primo momento è solo il brivido del controllo che nega qualsiasi altro brivido e che si sviluppa tramite convenzioni e cerimonie, disegnando un clima di manie astratte e simboliche. Poi arriva una presenza estranea e imprevista, un pericolo da gestire, e tutto cambia in maniera impercettibile ma decisiva. Per comprendere questo scarto, Max invita a pensare alle montagne russe: si sale lentamente, si aspetta la prima curva, la seconda, si procede a zig zag, con ritmo discontinuo e con il cuore in gola, fino al punto di non ritorno, quando comincia la discesa a picco, scatenata. Nella seconda parte dello spettacolo deve sprigionarsi un’energia tanto forte da scardinare tutti i rituali messi in atto precedentemente. Come si realizza tale rovesciamento? Come accade una rivoluzione nel segno della liberazione? Avviene per contagio, sembra rispondere il lavoro di preparazione a Ho.me. Non vi sono motivazioni razionali, non si arriva a concordare cosa è giusto, cosa è buono, cosa è vero. Il movimento porta la convinzione, poiché è dal gesto che sorge il senso. Il contagio parte da un corpo che chiede di mangiare e dormire, un corpo ingombrante, che disturba nella naturalezza dei suoi bisogni. Render conto di questo corpo significa riflettere sulla carne del teatro.
Per dar vita a Ho.me le interpreti Jessica Festa, Martha Festa, Rossella Massari e Arianna Ricciardi sono chiamate a trovare sinergie, comporre armonie fisiche, congiungere nello spazio punti deboli e punti forti. Nel processo in scena, dal controllo al rovesciamento, l’imperativo è quello di tener fede ad una forma di verità. I personaggi non sono malati o psicopatici, anche quando si comportano in maniera non immediatamente intellegibile, essi sono sempre impegnati in qualcosa che ha un senso per loro. E per riflettere il senso, bisogna passare per una verità del corpo. Ad esempio, bisogna combattere per far entrar le battute dentro il singhiozzo di una paura tremenda, ascoltando quando arrivano davvero le parole. Bisogna sentire cosa succede quando si sale in cima a una scala come a una corda, e improvvisamente tutto diventa chiaro, quasi si salisse davvero una collina, con una fatica dentro le gambe e le braccia che è la verità del corpo in scena. Bisogna seguire il movimento che cerca di liberarsi dalla rigidità delle sovrastrutture e scoprire che, per danzare, all’inizio, c’è bisogno delle gonne. Pezzi di stoffa che lasciano libere le gambe, suggerendo un’idea di festa che è festa selvaggia, le gonne sono veicolo di una rivelazione. Max confida: “Possiamo parlare del fuoco per tutta la vita, ma prima o poi ti devo mettere la mano vicino al fuoco per farti capire che cos’è. Poi basta, sei libera di accendere o spegnere il tuo fuoco, non hai più bisogno del mio”.
C’è qualcuno o qualcosa che conduce il movimento, che sia il calore del fuoco, il nero della gonna o la voce del regista. “Non c’è una vera e propria democrazia a teatro” continua Foà “perché ad un certo punto è necessario prendersi la responsabilità che così deve essere il lavoro”. Cionondimeno, la ricerca della forma viene sviluppata insieme, in un tempo tanto lungo quanto efficace, in un’atmosfera di collaborazione e di rispetto reciproco, nella piena libertà di lavorare nello spazio i concetti, ridiscutendo ogni volta il modo in cui si deve deporre una statua che è una persona. Anche la drammaturgia viene continuamente riformulata, nelle minime sfumature semantiche, così da presentarsi come un testo in divenire.
La poetica di Vernicefresca ha la forza di una radicale apertura alle sollecitazioni della contingenza, che accetta di lasciar accadere l’evento del teatro, senza deciderlo in maniera intenzionale e senza obbligarlo ad una ragione predeterminata. L’invito ripetuto è quello di stare dentro il lavoro, di mantenere alta la tensione, di smettere di pensare e di seguire il flusso, fino al punto in cui caso e caos diventano necessità. Ripetendo la stessa scena cento volte, arriva un momento in cui si capisce che non può essere altrimenti. Deve andare così e così. È la magia della metamorfosi di un teatro che davvero si costruisce davanti ai miei occhi stranieri, rifiutando di farsi copia di un testo già finito prima ancora di venire alla luce della ribalta. Vernicefresca incarna la bellezza del divenire opera.
Il 17 e il 18 settembre Ho.me andrà in scena alla Fabbrica dell’Esperienza di Milano. Chissà in che modo diventerà spettacolo, concentrandosi così e così, come deve essere, nello spazio di una sera. Aspettando le impressioni a posteriori, non si potrà non ricordarlo come risultato di queste giornate di prova, in cui il teatro si è messo davvero alla prova. Ripetendosi identico, lo si è visto cambiare, anche solo leggerissimamente. Nelle prove, così come sono concepite e messe in atto da Vernicefresca, si sente il tempo che passa, i movimenti entrati dentro il corpo che si ripetono con una consapevolezza sempre diversa. Proviamo ancora. Sempre le stesse cose, sempre diverse. Scopriamo il senso della differenza inseguendo l’identico. Ripetiamo, ossia usiamo il tempo per averne di più. Come l’amore, sappiamo dire soltanto ancora. Se siamo sinceri, non facciamo promesse, non diciamo per sempre, ma sentiamo di volerne sempre di nuovo, troviamo l’incoscienza di stare dentro una voglia. Non ne abbiamo mai abbastanza, eppure non siamo destinati all’insoddisfazione. Stiamo nel desiderio di ripetere ogni volta la pienezza del tempo. Diciamo: torna, proviamo anche domani, facciamo vivere ancora questo sguardo. E domani scopriamo gli stessi occhi, con dentro un colore in più.

 

 

 

N.B.: su Vernicefresca si veda anche: Michele Di Donato, Progetto d'Arte: una mano di "Vernicefresca" (Il Pickwick, 5 agosto 2015)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook