“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Giovedì, 04 Agosto 2016 00:00

La nuova Apocalisse di Enzo Cosimi

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La tempesta scoppia presto, molto prima del nostro ingresso nel Baglio Di Stefano dove Enzo Cosimi porta sul palcoscenico delle Orestiadi XXXV Sopra di me il diluvio, produzione creata per la Biennale di Venezia nel 2014 di cui firma regia e coreografia in collaborazione con l’interprete Paola Lattanzi. Introdotti alla visione dal laboratorio formativo Incontrarsi e Rivedersi a cura di Miriam Larocca e Giuseppe Antelmo è già durante la nostra fitta conversazione su questo Diluvio nella biblioteca del Museo delle Trame Mediterranee che rimbomba dentro le nostre pance un forte rumore di tempesta.

La sera nel Baglio siamo accolti dai tuoni artificiali di un’Apocalisse in atto favorita dal vento della Valle del Belice. Mentre ancora prendiamo posto in platea l’androgina Paola Lattanzi si sposta su tacchi vertiginosi da sinistra a destra del proscenio, da una piccola poltrona damascata in stile retrò a un cumulo di ossa bianche che meccanicamente simula di scagliare contro il suolo. Poi inizia una sfilata perimetrale al palcoscenico i cui passi sono scanditi da ruggiti di leoni, parte anch’essi di una colonna sonora disturbante.
Se quella precedente sembrava partorita dal Kubrick sessantottino di 2001: Odissea nello spazio, questa nuova immagine rimanda all’idea di umanità corrotta simbolo del nostro contemporaneo costretto all’apparenza. L’umano si fa bestiale, infatti, ogni volta che la performer cessa la sfilata e si abbassa avvicinandosi un poco di più al pavimento scenico, emblema, come a noi contemporanei insegnò Shakespeare, del mondo (“Quando nasciamo, i gridano che siamo arrivati a questo grande palcoscenico di pazzi”, Re Lear, Atto 4, scena 5). Se il teatro è il mondo e il mondo è il teatro, Cosimi mette in scena in questo lavoro la primordialità dei due concetti. Primitivo il gesto scenico si dipana in una partitura coreografica che amplifica i fenomeni naturali che noi tendiamo a considerare scontati. Non è, infatti, ancora lineare coreografia compiuta ma sono segni coreografici che insieme esplicano una metafisica del corpo, vero protagonista dell’essere in vita. Prima dell’intelletto, il corpo reagisce agli stimoli e cerca risposte ai bisogni. Così qui l’uomo, senza distinzione di genere – ché la Lattanzi è carne senza specie – si affaccia sull’arcaico evolversi di se stesso, scoprendo gli scempi di cui è responsabile e l’insostenibile aria di morte che lascia ad ogni passo lo costringe ancora una volta alla distruzione. Per questo motivo pone le basi per un moderno e sanatorio diluvio universale. Quel “sopra di me” che pareva tanto ambiguo e ego riferito ora ci rende partecipi di emozioni multiple: la sensazione di sentirsi addosso il disastro, il bisogno di tornare a galla da un pozzo nero e di respirare sull’orlo del fango. La bellezza della ricerca di Cosimi e della Lattanzi viene dalla capacità di attingere ai banalissimi desideri antropologici che sono egocentrici, personali e d’origine atavica; dal saperli porre, attraverso l’arte più antica della danza, in una dimensione universale; dal toccare lo stomaco di chi guarda, entrargli dentro senza passare per il filtro del cervello.
Enzo Cosimi ha saputo, soprattutto nella prima parte del pezzo, eliminare il surplus lavorando ossessivamente sulla simmetria del gesto e partendo dal gesto ha accumulato suggestioni materiali: il fumo, le luci rosse, i rumori della natura selvaggia affiancati al frastuono della guerra, il buio, le fruste, le ossa, i tacchi alti, il trucco pesante. Ma nella seconda parte un po’ si affievolisce il senso di questa ricerca: quando Cosimi affida alle immagini video dell’Africa straziata la didascalia dell’intero pezzo. Culminando nel nudo, il linguaggio del corpo dell’interprete è sopraffatto dalle proiezioni di altri corpi martoriati. Qui il regista-coreografo compie un’operazione di semplificazione percorrendo una strada già molto battuta che finisce per sbiadire quella capacità di dire con la sola presenza: di parlare con le costole, con le ginocchia, con i gomiti e di comunicare al corpo stesso dello spettatore, ora immobilizzato, invece, da un reportage/telegiornale esplicativo e commovente.   

 

 

Orestiadi
Sopra di me il diluvio
regia, coreografia, scene, costumi Enzo Cosimi
collaborazione alla coreografia Paola Lattanzi
con Paola Lattanzi
video Stefano Galanti
musiche Chris Watson, Petro Loa, Jon Wheeler
fruste sciamaniche Cristian Dorigatti
disegno luci Gianni Staropoli
organizzazione Flavia Passigli, Maria Paola Zedda
produzione Compagnia Enzo Cosimi, MiBACT
in collaborazione con Biennale di Venezia
Gibellina (TP), Baglio Di Stefano, 30 luglio 2016
in scena 30 luglio 2016 (data unica)

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