“Potrò mai perdonare al Dio che non esiste di avere rovinato la mia adolescenza seduto su una pila immensa di riviste di donne nude prova della sua inesistenza”.

Claudio Lolli

Sabato, 05 Marzo 2016 00:00

L'essenza di un sospiro

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La tela rossa si apre in un buio caravaggesco, interrotto solo dal bianco sporco di una lacera camicia, il collo rosso, coperto da una barba grigia, di un uomo ormai anziano, stracciato dalla vita. L'uomo parla, rauco, o meglio si lamenta, la testa poggiata su baule verde, di legno. Tutto è buio attorno a lui, le gambe sono avvolte dal buio, solo il torso e la voce esistono. "Acqua, acqua nun stutà 'o ffuoco d'ammore". Piange. Le parole sono arse come la sua gola, come la sua voce, come la sua pelle, come i capelli e la barba, sparsi di sale di anni e di naufragio. "Notte, guardame 'nfaccia", "Si fusse notte, oi notte", reitera l'invocazione.

Siamo a Napoli, sulla spiaggia ai piedi della collina di Posillipo, nell'incompiuto Palazzo Donn'Anna, il Palazzo degli Spiriti.
Il pàthos di luce viene interrotto dal rosso cremisi di un abito da donna, dalla generosa scollatura e l'imponente guardinfante, riempito dalle tremule carni di un uomo anziano, Zoroastro (Ciro Damiano), da cui apprendiamo che l'altro, per contrasto il giovane, si chiama Desiderio (Claudio Di Palma) e vent'anni prima è salpato per l'Inghilterra, senza salutare nessuno, senza dire addio, nemmeno a lui, che lo aveva raccolto, in fasce, sulla spiaggia del porto, e lo aveva cresciuto come un figlio, lui che, "Dominedio grazie", non aveva mai preso moglie, non aveva mai dovuto dividere il cibo con nessuno, non aveva avuto figli da vedere diventare malfattori e recuperare dalle patrie galere. Il vecchio evoca la folla del Carnevale, la racconta con le parole e i gesti, facendo sentire il lezzo dei corpi, il brusio delle strade, facendo vivere le espressioni delle facce, le voci.
Tutta la partitura del testo, composto e diretto da Ruggero Cappuccio e orchestrato da Paolo Vivaldi, gioca sul doppio registro del patetico e del comico, alternando la livida luce caravaggesca e la rabelesiana abbondanza del dialetto napoletano seicentesco. Non starò qui a svelare l'intreccio o a soffermarmi sulle gustose battute, sui momenti di comicità classica, degni della migliore tradizione del teatro napoletano antico, delle sacre rappresentazioni, le atmosfere da presepe settecentesco, fatte di accumulo di termini e immagini, mimica caricata ed evocativa. Cappuccio intinge la penna d'oca in un calamaio di fetido vino inglese, affonda le mani nel cuore pulsante dei sonetti di Shakespeare, sopravvissuti fortunosamente al naufragio di Desiderio ma ormai stinti e scoloriti, quasi illeggibili. E visto che non si possono più leggere nella lingua originale li riscrive in lingua napoletana e cala il mistero della dedica dei sonetti a MR. W. H. in una folle notte carnevalesca della brulicante Napoli vicereale. Il potere del classico è anche nella sua fecondità, nella sua capacità di produrre nuovi germogli a partire dalle sue radici, dai suoi succhi vitali. Il nome del Bardo si abbrevia in un sospiro, evocato da Desiderio nel puro suono, nell'ultimo alito esalato, il Globe Theatre diventa "'o triatro tutto a tunno". E così le molteplici interpretazioni di quelle due iniziali si intrecciano con la storia dei due saltimbanchi male in arnese, spiaggiati ai piedi della collina di Posillipo.
Tra supposizioni e agnizioni, rimembranze e indizi, restiamo anche noi col fiato sospeso, come Zoroastro, per sapere la verità, "saparrai tutto quanno sarrà tiempo". Quando il tempo arriva Desiderio indossa una maschera nera, funereo presagio di morte, e ripercorre all'indietro tremando la storia di quella notte di Carnevale di vent'anni prima, quando il viceré aveva promesso una ricompensa ad ogni musico, ogni menestrello, ogni saltimbanco che si fosse presentato a palazzo a cantare le sue strofe. Incantati lo seguiamo, a volte anche noi perplessi e increduli, come Zoroastro, per sapere chi si nascondeva dietro la maschera d'argento del viceré, chi era l'inglese nascosto dietro la maschera della Morte, chi e perché avesse portato via il giovane Desiderio, ancora fanciullo, né uomo né donna, rosa sempre chiusa e sempre aperta. Quel viaggio gli aveva aperto un nuovo mondo, una nuova lingua, "me stregai lu core chella lengua", le cui parole incomprensibili ripeteva come gli arcani di un incantesimo, poi la imparò quella lingua, imparò a comprenderla, "doppo me la 'mparai comm'a na nonnanonna". Poi si fece attore, Desiderio di essere ciò che doveva essere. E il  poeta scrisse per lui in quella lingua, scrisse versi immortali. La sua bellezza acerba lo ispirava, gli faceva vedere i volti delle donne che immaginava e dipingeva con le parole e lui − il giovinetto mai maschio e mai femmina − le incarnava quelle donne sulle tavole di quel teatro "tutt'a tunno", fino all'epidemia di peste (1593) che costrinse alla chiusura dei teatri londinesi e lo spinse a tornare a casa, a Napoli.
Come nella migliore tradizione del teatro napoletano classico tragico/patetico e comico si mischiano, grazie alle battute e alle cadute di tono di Zoroastro, degno del migliore Razzullo, che non crede a una parola della storia di Desiderio, "cca ce simm' salvat' pecché 'nce sta spazio, sinò c'a palla ca diciste fossemo mucca orte tutt'e' dujie schiacciate", e però cade puntualmente nel tranello della morte recitata, perché la magia del teatro è nel far credere il falso più vero del vero, come minaccia Desiderio: "Je te faccio credere tutt' chell' ca me passa p'a' capa".  E noi, come il vecchio Zoroastro, a bocca aperta aneliamo a conoscere la fine della storia, per sapere cosa avevano portato gli inglesi al palazzo del viceré quella stessa notte e chi fosse ritratto nel quadro, coperto da un rosso drappo, tirato via lentamente, come un sipario, prima che la tela del buio cada sul corpo esanime di Desiderio. Qui Cappuccio ribalta la prospettiva stessa dei sonetti, che martellanti spronano il fair friend a generare una nuova vita, che perpetui la sua immagine, la sua bellezza, la sua giovinezza, più e meglio delle sue rime infeconde (my barren rhyme) o di qualsiasi ritratto dipinto (liker than your painted counterfeit).
Quando si giunge all'epilogo, quando la maschera nera viene sostituita da una bianca, cerea come l'ultima immagine fissata dalla morte, il giovane attore, il giovane fanciullo che versi aveva ispirato e femminili ruoli aveva rappresentato, non è più: resta solo la sua immagine immortale, incarnata nella bellezza eterna dei versi, fatti tomba che occulta la sua vita (as a tomb Wich hides your life) e allo stesso tempo celebrazione di quella stessa vita, trionfando sulla falce del tempo e sulla caducità della materia, come figli di quel poeta malinconico, il cui nome suonava come l'ultimo respiro di chi muore. Shakespea..............................

 

 

 

Skakepea Re di Napoli
composto e diretto da
Ruggero Cappuccio
aiuto regia Nadia Baldi
con Claudio Di Palma, Ciro Damiano
musiche Paolo Vivaldi
scene e costumi Carlo Poggioli
luci Giovanna Venzi
produzione Teatro Segreto
lingua napoletano
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Nuovo, 2 marzo 2016
in scena dal 2 al 6 marzo 2016

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