“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Giovedì, 03 Marzo 2016 00:00

La Venere degli stracci

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Una rappresentazione a forma di cerchio: in una composizione circolare e in uno spazio che appare isolato dal tempo, lo spettacolo si apre con il buio totale, buio in cui poi ci si ritroverà nuovamente al termine. Ci troviamo in una dimensione onirica?
Luigino Impagliazzo viene colto dalla passione per Fortuna Licenziati, che sconvolge la sua routine da impiegato insinuandosi prepotentemente nelle sue fantasie. Lei è una bella ragazza formosa e attraente: diventa subito un’ossessiva immagine nella sua mente tanto da non abbandonarlo mai. C’è però un terzo che si frappone tra loro: Albino di cui la donna è l’amante.

Luigino diventa sempre più asciutto, sciupato, non mangia, non dorme, manda continuamente certificati giustificativi al lavoro. Anche il tentativo di una sera in un cinema a luci rosse si rivela fallimentare: il pensiero di  Fortuna gli appare anche lì e fugge via, lesto cercando di allontanarsi da quel tormento. Come uscire da questa situazione? Come allontanare questo pensiero invasivo e invalidante? Un evento casuale gli viene in soccorso: Albino, boss malavitoso, viene assassinato da un killer. Solo adesso per lui si prospetta una speranza di concretizzare la sua passione e fare sua la donna. Nella camera 551 si consuma finalmente l’amore tra i due, forte, passionale e il destino vuole che coincida con il terremoto del 23 novembre del 1980. Tutti gli oggetti della stanza si muovono in un crescendo di intensità a causa dell’amplesso d’amore (dal lampadario alla spalliera del letto) e ironicamente in quel momento, alle ore 19, l’evento naturale del terremoto si abbatte sulla città. Questo accostamento genera il riso e dà maggiore intensità alla fusione tra i due descritta. Luigino è appagato, ha realizzato quello scopo che per lui era diventata l’energia propulsiva di ogni suo giorno e che pensava un sogno che sarebbe rimasto confinato soltanto nella sua mente. Ma lei inaspettatamente in una mattina domenicale gli comunica che andrà via, in posti che non vuole specificare, dove c’è sofferenza per i malati  terminali e dove vuole dare l’ultimo sollievo e piacere con il suo corpo per espiare e rendere pura la sua anima. Luigino ne rimane sconvolto, incredulo e nonostante cerchi di farla ragionare non smuove gli intenti della donna. L’epilogo vuole che dopo dieci lunghi anni sorprendentemente Luigino sia dipinto confinato in un ospedale psichiatrico, dilaniato dalla passione in una sofferenza così grande da avergli fatto perdere la ragione. La riflessione finale porta agli spettatori un’immagine evocativa su Napoli, una Napoli che si vede nelle palle di vetro con neve sulle bancarelle: puoi capovolgerla quanto vuoi per muoverne le fila simbolicamente, ma in realtà con o senza fiocchi bianchi rimane la stessa.
Venere dei terremoti: l’icona del Bello accostata e collegata all’imprevedibilità di eventi naturali che sconvolgono lo status quo. Fortuna è simbolo di questo: dei moti dell’animo in un subbuglio da terremoto dell’uomo prima, e poi viene associata nel ricordo ad ogni cataclisma che avviene nel mondo. Anche in Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto (istallazione di arte contemporanea emblema dell’arte povera datata 1967, in esposizione alla Tate Modern di Londra) il Bello e il Vero dell’arte stanno insieme ad un mucchio di vestiti della gente comune a cui la Venere si avvicina in un contrasto tra il suo bianco assoluto e le tinte variopinte degli stracci ammucchiati. L’accostamento provocatorio e apparentemente stridente tra la perfezione artistica e il caos disordinato della vita quotidiana richiama l’accostamento che viene fatto tra i due protagonisti apparentemente così lontani e che pareva impossibile far incontrare.
Roberto Azzurro porta sul palco dell’Elicantropo una storia appassionata, ironica, divertente che parla d’amore ma non solo. Parla di tormenti, di circostanze avverse della vita, del destino, della fortuna, del contorno sociale e culturale che fa da sfondo ai personaggi napoletani. La dinamica del terzo presente in ogni relazione, in quanto le relazioni non esistono se non in forma triangolare, qui è sottolineata. Così il binomio di lui (inetto e inebriato dal profumo della donna) con lei (il potere astuto della seduzione per perseguire i propri scopi), non può esistere se non insieme a volte alle donne del popolo (la madre di lui, le vicine del palazzo), altre alla malavita (il boss Albino e il killer che lo ammazza) o alla simbologia cristiana (la Madonna e le icone cattoliche). L’attore-regista è stato abilissimo nel tratteggiare ogni persona che si impone sulla scena solo cambiando il tono della voce, l’intonazione, il dialetto, le movenze. Con la sua gestualità e il movimento del corpo accentua i passaggi di maggiore intensità: movimenti veloci per passaggi rapidi e pause intense per una momentanea stasi del discorso. Ogni personaggio che incarna ha movenze ed espressioni facciali che lo connotano distinguendolo dagli altri. Ad accompagnarlo la bravissima pianista Rebecca Lou Guerra che con le note che vanno da Beethoven a Bach a Mozart, rende il racconto soave e a tratti più leggero o al contrario più denso, a seconda dei momenti. Contribuisce così a scandire momenti del testo diversificati, donandosi appassionatamente al suo pianoforte. Le espressioni facciali dell’attore sono molto accentuate e fanno sì che prenda vita il testo scritto. Un monologo potrebbe annoiare e far perdere alcuni passaggi nella narrazione rischiando di far calare l’attenzione: in tal caso ciò non avviene, anzi sembra di visualizzare più persone che si animano in un corpo solo. Scorrevole e appassionante, fa sì che si rida in diversi punti per le bizzarre descrizioni e i dialoghi ai limiti del surreale a cui si assiste. L’intento non è spiccatamente pedagogico ma narrativo: racconta uno strato sociale, dei sentimenti, dei moti di una psiche in sussulto che dilaniano e straziano il cuore di una persona, senza appesantire il racconto ma con una chiave ironica ed espressioni onomatopeiche.
Il testo appartiene a Manlio Santanelli: è ricco di metafore, digressioni e costruzioni sintattiche, in un linguaggio che sembra nato per la lettura, per la pagina scritta. Qui è adattato davvero bene per l’ascolto nel progetto dell’attore, condito da elementi visivi che ne accompagnano la dialettica. Non credo sia facile rendere immediatamente fruibile ad un uditorio un testo così articolato senza rischiare che l’attenzione cali. In questo gioca bene il potenziale evocativo di Azzurro molto capace nel districarsi tra i passaggi narrativi accompagnandoli in modo personale ed originale. Assistiamo ad un cambiamento di voci e modo di parlare che passa dall’appartenere ora ad un italiano ricercato ora ad un dialetto verace e ad una differenziazione dei personaggi che si stagliano sulla scena curando anche elementi del non verbale, pensati attentamente per far parte di un’identità piuttosto che di un’altra.
Come Escher in Mano con sfera riflettente (1935) dipinge quello che vede direttamente, ossia la sua mano e quello che la sua vista non raggiungerebbe senza l’ausilio della sfera, così Azzurro dà voce a quello che fa parte del testo di Santanelli così com’è e a quello che fa parte della sua interpretazione, che non vedrebbe senza le sue personali lenti ossia i suoi occhi.
La naturalezza e la bravura con cui si muove sul palco coinvolgono attivamente e rendono desiderosi di sapere come si dispieghi la vicenda, attimo dopo attimo. Le descrizioni particolareggiate fanno spaziare la mente che si ritrova a figurarsi i luoghi, le persone, le azioni come se apparissero davvero sulla scena e non fossero soltanto proiezioni dell’immaginazione. C’è coinvolgimento più attivo del dare un margine di discrezionalità a chi assiste alla rappresentazione, lasciandolo libero di creare con la fantasia?

 

 

 

 

 

La Venere dei terremoti
di Manlio Santanelli
regia Roberto Azzurro
con Roberto Azzurro
al pianoforte Rebecca Lou Guerra
produzione Eventi Mediterranei
in coproduzione con Ortensia T
lingua italiano
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Elicantropo, 28 febbraio 2016
in scena dal 25 al 28 febbraio 2016

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