"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 17 Febbraio 2016 00:00

Sogno o son desto

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Il Sogno ospitato al San Ferdinando è una rivisitazione dell’originale Sogno di una notte di mezza estate shakespeariano da parte di Ruggero Cappuccio per la regia di Claudio Di Palma.
Il tema del sogno e il confine tra sogno e realtà all’interno della commedia tragica è reso sin da subito evidente: il primo atto vede Oberon e Titania catapultati su di un letto ed impegnati in dialoghi sospesi tra sonno e veglia. Nell’ambientazione buia della stanza, schiarita di tanto in tanto dal riflesso della luce che penetra dalle persiane, è “meglio l’ingannevole dubbio di questo scuro”, come dice Titania, che averne la certezza dinanzi al sole.

Tutto richiama il tema del sogno: dalla scelta di come far apparire i personaggi in scena, dalla presenza del folletto Puck (prima di animarsi è presente ed è sospeso come fosse un’apparizione), dalle battute che sono alternate da momenti in cui i personaggi piombano nel sonno come se non avessero parlato con la razionalità ma attraverso le immagini dell’inconscio onirico.
Parlano e si confrontano cambiando registro continuamente, passando dall’ironia e dal macchiettismo a toni più elevati di un testo ricercato. Lo stile intende ricalcare quello di Shakespeare, abile nel plasmare il linguaggio e ad attribuire alle parole un valore evocativo, ma in una versione molto diversa, moderna e partenopea in cui non vi è un unico linguaggio bensì un fondersi di slang inglese, napoletano e italiano del Seicento. Il risultato è quello di dare forma a personaggi in cui non è presente solo l’elemento tragico, ma in cui il comico coesiste ed è preponderante: il gioco della lingua inglese parlata in modo approssimativo crea fraintendimenti ironici nella comunicazione (ad esempio la “city” al posto della “sete”). La caratterizzazione di Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate, è resa da Lello Arena ed Isa Danieli come umanizzazione di due personaggi mitici, avvicinandone i pensieri a quelli di una qualsiasi coppia napoletana, in cui i capricci di lei provano ad essere assecondati da lui, viene sottolineato il sovrappeso del personaggio, la signora Filicaia viene raccontata come la classica impicciona del palazzo...
La fiaba e la quotidianità sono intersecate in modo da non riconoscerne nettamente i confini: ai dialoghi tra Obern e Titania nel letto di un antico palazzo napoletano si aggiungono personaggi ricalcanti il folklore inglese come gli attori dilettanti e gli elfi. Nel secondo atto infatti la scena si popola del folletto Puck e i colori della scenografia rimandano ad un mondo fiabesco ed irreale: i personaggi del teorema dell’amore sono rappresentati come delle marionette, le fila delle cui vite sono orchestrate e tenute dall’alto. I personaggi tratti nell’inganno dell’amore sono nominati (Ermia, Lisandro, Demetrio, Elena) e ne vengono narrati gli intrighi ma non intervengono con la loro presenza sulla scena: sono resi come delle icone, dei burattini, immagini di una fantasia e di un divertimento maldestro del destino. Sono dei pupazzi che compaiono durante la notte, in uno spazio distaccato da quello della realtà, che si agitano e parlano ma tramite altri i quali li fanno interagire e muovere. La compagnia di attori che compare ha un compito chiave, le cui prove della rappresentazione del dramma amoroso aggiungono un’ulteriore accento comico: si insiste sulla goffaggine, sugli scarsi mezzi a disposizione che hanno, ridicolizzandoli e alludendo alle, a volte instabili, condizioni del teatro. Alcuni di loro devono rappresentare elementi inanimati (la luna, il muro, il leone) per sopperire alla mancanza di mezzi anche strutturali: ciò sembra venga messo in scena sia come denuncia della mancanza di mezzi, sia in chiave ironica e di leggerezza come se volessero dire al pubblico di apprezzare la buona volontà di chi fa questo mestiere nonostante le difficoltà. Il tema del “teatro nel teatro” è fedele alla versione di Shakespeare ma, al contrario del suo intento originale, gli attori non tentano di mettere in scena una rappresentazione per racimolare dei soldi, ma hanno da pagare un debito ad Oberon e Titania poiché vivono in casa loro senza pagare l’affitto: viene quindi loro comandato di recitare e gli vengono assegnate le parti senza margine di scelta; in questo si intravede un’ulteriore degradazione del loro lavoro e la scarsa possibilità che hanno di decidere in autonomia come e in che modo dare vita alla messa in scena. Probabilmente ciò è anche metafora della casualità delle trame d’amore, imprevedibili e suscitanti risultati poco aderenti alle speranze di un decorso lineare e felice. Infatti la stessa Titania che si innamora di un asino, non per sua volontà ma per effetto del fiore di Puck, è una metafora dell’imprevedibilità dell’amore che rende ciechi e a volte anche ridicoli: il fatto che la testa d’asino sia indossata dallo stesso Oberon sembra voler dire che i conflitti che egli aveva con lei passano in secondo piano quando cambia aspetto, nonostante resti immutata la persona. Forse ciò non è casuale: Titania si innamora della stessa persona con cui aveva litigato, ma con un aspetto decisamente peggiore di quello precedente.
Nonostante questi spunti di riflessione ed interpretazione personale, ho trovato la trama non ben delineata come se fosse basata solo su un sogno confuso in cui il visionario prende il sopravvento e rischia di far perdere il senso dei temi portanti come quello legato all’amore. Per il mio gusto si è persa una parte di bellezza a scapito del macchiettismo e di una comicità volutamente esasperata che non appartiene in questi termini al testo.
Mancano anche pezzi cantati a fare da sottofondo e/o separazione tra le scene, che avrebbero contribuito a conferire un’aura di magia che viene data solo dalla scenografia con colori che richiamano il tema del notturno, dagli abiti fiabeschi e dalle luci che ne rendono forte l’impatto.
Quello che noi sentiamo non è sempre razionale ma ci viene comunicato anche attraverso vie che non lo sono, come quella del sogno, ma sta a noi stabilirne il limite.
Resta qui un dubbio se ciò che è accaduto è reale o frutto di materiale puramente onirico e qual è il confine tra il sogno e la realtà: ciò non viene esplicitato come se nell’oscurità del mondo contemporaneo si possa solo riflettere ma non delimitare con precisione le risposte e ciò, a mio avviso, non è sempre vero.

 

 

 

 

Sogno di una notte di mezza estate
di William Shakespeare
riscrittura di Ruggero Cappuccio
regia Claudio Di Palma
con Lello Arena, Isa Danieli, Fabrizio Vona
e con Renato De Simone, Enzo Mirone, Rossella Pugliese, Antonella Romano
scene Luigi Ferrigno
costumi Annamaria Morelli
musiche Massimiliano Sacchi
burattini Selvaggia Filippini
foto di scena Foto Studio Azais
produzione Ente Teatro Cronaca, Vesuvioteatro
in collaborazione con Officine Culturali della Regione Lazio Bon Voyage, Festival Teatrale di Borgo Verezzi e Civit’Arte 2015
lingua italiano, slang inglese, napoletano
durata 1h 50'
Napoli, Teatro San Ferdinando, 11 febbraio 2016
in scena dal 10 al 21 febbraio 2016

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