“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Lunedì, 04 Luglio 2016 00:00

Limiti e risorse profondamente umane

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Pinocchio, la celebre fiaba italiana di Collodi è stata presentata all’edizione del Napoli Teatro Festival al Mercadante con la firma di Joël Pommerat, una delle voci più interessanti del teatro internazionale. Il tocco del regista dona una forma particolare alla storia che nella messa in scena è stata riadattata pur mantenendo le componenti essenziali della fiaba originale: egli la anima del suo senso personale. Si avverte la sensazione infatti di essere catapultati all’interno di un universo sorprendente e nuovo pur mantenendo i tratti della fiaba primitiva.

La funzione ammonitoria che nella fiaba di Collodi è presente in diversi personaggi come quello del Grillo Parlante che si incarna come la voce dell’intento pedagogico della vicenda, qui è presente molto poco: è subordinato e con una voce minimamente convincente.
I personaggi che aiutano Pinocchio nel suo percorso formativo sono trascurati e messi in ombra a favore di quelli che lo seducono distraendolo da ciò che sono i suoi doveri e la retta via: le personificazioni degli aspetti negativi dell’essere umano sono ricalcate forse come critica alla società contemporanea, ad una realtà in cui il senso dei valori va a volte lentamente svanendo. Molte anche le somiglianze: come Collodi diede vita a un mondo in cui il piano della fantasia e quello del reale erano continuamente confusi e fusi anche qui questo doppio livello è messo in risalto, emblema delle opposizioni tra ciò che vorremmo e ciò che dovremmo, tra il cedere ad una tentazione attraente e il rimanere focalizzati su ciò che è più giusto fare, tra il modellare le proprie azioni con lungimiranza rispetto al futuro e il viversi l’attimo con leggerezza e inconsapevolezza. Collodi si rivolgeva a Pinocchio talvolta pensandolo come un burattino, talvolta come ragazzino: qui si mantiene tale scissione ma è il protagonista stesso a pensarsi nei termini di questa ambivalenza mettendo più in risalto il conflitto interiore tipico dell’adolescenza, fase evolutiva critica. L’elemento fiabesco è rappresentato fedelmente alla pagina scritta accentuando la dimensione del surreale e rendendo il tutto più leggero. Più che una fiaba è il viaggio alla ricerca della propria identità, dell’importanza di non tagliare emotivamente con le proprie origini rifugiandosi in un mondo di solo divertimento e assenza di responsabilità ma farsi guidare dalla riconoscenza, dal sacrificio di chi si è preso cura di noi, perché ciò viene sempre ripagato o almeno questa è la morale della fiaba.
Le parole nello stile di Pommerat sono curate, attentamente scelte e assumono un ritmo scorrevole. Lo spazio della messa in scena è neutro, buio: induce a dimenticarsi di essere spettatori in una sala, si è testimoni di uno spaccato di vita reale più che di una fiaba meramente riadattata. La realtà è il punto di partenza e viene ricreata in uno stile particolare e raffinato. I personaggi vengono percepiti vicini, “nudi”: si entra nella loro intimità e si percepisce il loro realismo, elemento che induce a sentire più forti le loro emozioni, le loro fragilità, le risorse che hanno in sé. Le luci fioche rendono offuscate le forme degli attori e quando svaniscono completamente hanno la funzione di segnare un passaggio, un cambiamento: più che vedere sembra si voglia far sentire, lasciare spazio all’immaginazione guidando attraverso una scelta oculata delle parole piene di interrogativi. Il doppio livello della fiaba, resa attiva da elementi come il favoloso abito della fata o l’effetto della simulazione delle onde del mare, coesiste con quello del mondo reale grazie alla caratterizzazione profondamente umana dei personaggi, alcuni dei quali perseguono cinicamente gli interessi personali. Ha le sembianze di uno spazio onirico in cui ci sono simboli, c’è caos ma c’è anche riflessione e un pensiero alla base strutturato.
La scena si apre con un narratore che si presenta cieco e con un proposito forte: non mentire nel racconto ma presentare la più pura verità: “Vi dirò la verità che è la cosa più importante”. Ma dove si trova la verità? Forse nell’inquietudine del vivere, nel porsi affannosamente domande non accontentandosi delle prime risposte, nell’interrogarsi, nel mettere in discussione continuamente con occhi sempre nuovi, curiosi e bramosi di scoprire. La verità è sempre meno ricercata oggi, svilita dalle apparenze. E così il narratore dall’alto della sua posizione di esterno, con un microfono introduce un uomo solo, che aveva perso tutti i contatti umani: gli restava solo un albero magro e cupo con cui conversava in modo serio e incomprensibile. Poi l’idea: perché non provare a crearne qualcosa che potesse anche solo assomigliare al modello umano? La solitudine porta con sé il desiderio di stare, di appartenere ad un sistema e non essere più autoreferenziali, di creare qualcosa che aiuti a placare il senso di incessante isolamento ed emarginazione. Pian piano l’uomo aveva l’impressione che il legno gli si avvicinasse e gli parlasse: “Mi lascerai così? Sono nudo e non ho la bocca”; il frutto del lavoro fatto sull’albero è un risultato che si avvicina alla verità. L’aura di magia si manifesta: in questo passaggio ha la funzione simbolica di sottolineare che con le proprie forze e l’impegno si può modificare una condizione di abbandono in cui si versa. Il protagonista si manifesta sin da subito nel suo impeto adolescenziale con un carattere oppositivo, che si ribella e non accetta la condizione di povertà in cui è il padre, si lamenta e fa di tutto affinché gli sia comprato un libro nuovo per andare a scuola. Non lo vuole usato: perché gli altri dovrebbero vedere le condizioni di difficoltà economica? Le tentazioni sul suo cammino lo distolgono immediatamente dal suo dovere: egli non si cura del sacrificio che il padre ha dovuto fare per poterlo mandare a scuola vendendo il suo unico cappotto e lo scambia per entrare in un locale. Le peripezie che affronterà riflettono l’ingenuità di un essere in divenire che ancora non ha completato il suo processo di identificazione, l’innocenza che lo rende vittima della società, il conflitto tra il dovere e il piacere, l’irresistibile richiamo verso un luogo ameno in cui non ci si annoia mai. Pinocchio è un essere con i tratti tipici di un adolescente contemporaneo: combattuto, mutevole, agitato, prepotente, rifiutante verso le regole. Il cambiamento si configura come il solo motore possibile per una condizione migliore, il sacrificio e l’obbedienza gli ingredienti necessari per diventare un ragazzino vero grazie alla fata turchina. Ma nella vita si può veramente cambiare? Un sasso può divenire un fiore? E un pezzo di legno può trasformarsi in carne? Il protagonista riesce in questo processo non privo di ostacoli: lo fa progressivamente in un lento cammino verso una maggiore consapevolezza. “E a partire da quel giorno la vita cominciò per davvero”: dall’acquisizione dell’importanza di vivere nella più pura della verità si apre la possibilità di un cammino diverso, più autentico benché non utopisticamente sempre in discesa.
Il naso che si allunga di Pinocchio viene tagliato e ridimensionato: ma il “sintomo” che gli ha fatto crescere simbolicamente il naso, ossia le bugie, è stato eliminato o questo agito è solo un modo per restare ciechi dinanzi ad una debolezza?
Bravi gli attori, essenziali ed esemplificative le parole scelte, d’effetto i meccanismi propri della regia: un salto in un mondo fiabesco da un lato, e dall’altro in una riflessione su tanti temi attuali che inevitabilmente ci appartengono.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Pinocchio
una creazione teatrale di 
Joël Pommerat
da Carlo Collodi
con Myriam Assouline, Sylvain Caillat, Hervé Blanc, Daniel Dubois, Maya Vignando
collaborazione artistica Philippe Carbonneaux
scenografia e luci Eric Soyer
marionetta Fabienne Killy
costumi Marie-Hélène Bouvet
composizione musicale Antonin Leymarie
traduzione in italiano Caterina Gozzi
produzione Compagnie Louis Brouillard
in coproduzione con L’espace Malraux-Scène Nationale De Chambéry Et De La Savoie, Centre Dramatique Régional De Tours, Théâtre De Villefranche / Scène Rhône Alpes / Scène Conventionnée, La Ferme De Bel Ebat / Guyancourt, Théâtre Brétigny / Scène Conventionnée Du Val D’orge, Le Gallia Théâtre / Scène Conventionnée De Saintes, Théâtre National De Bordeaux Aquitaine, Les Salins/Scène Nationale De Martigues, Théâtre Du Gymnase-Marseille, Cncdc – Châteauvallon, Grenoble / Maison De La Culture Mc2, La Scène Nationale De Cavaillon, Automne En Normandie, Cdn De Normandie – Comédie De Caen
paese Francia
lingua francese (con sottotitoli in italiano)
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Mercadante, 26 giugno 2016
in scena dal 24 al 26 giugno 2016

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