”In coscienza, Kàtja, non lo so.“

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 01 Maggio 2016 00:00

Senza troppe parole

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La compagnia Il Teatro nel Baule porta in scena lo spettacolo vincitore del bando “Avviso Pubblico” dedicato dal Nuovo Teatro Sanità alle compagnie under 35. E lo fa con una semplicità e una dolcezza coinvolgenti. Uno spettacolo che si avvicina a quello che accade nel teatro in cui il protagonista della scena è il dramma trasmesso in uno scambio di condivisione con lo spettatore e con la forza di un linguaggio visivo incisivo e predominante. Il contrasto tra la vita e la morte, il senso di colpa e di impotenza, il desiderio (da de e sidera: mancanza ma anche moto verso le stelle) sono temi affrontati con poche parole, evocati in uno spazio intimo con l’attenzione premurosa di non invadere mai troppo.

Una scena animata da oggetti precede la comparsa degli attori sulla scena: un tavolo e una sedia ribaltati, un vecchio letto, una lampada che pende dal soffitto, una porta con appeso un camice e due ante di una finestra con sopra un altro camice. Uno scenario in cui sembra che sia accaduto qualcosa, che ci sia stato un cambiamento, uno stravolgimento. Questo movimento che mi prefiguro è confermato da un uomo anziano che entra muovendosi in modo agitato, veloce, come se fosse alla ricerca di qualcosa. Qualcosa che ci comunica essere per lui importante, origine della sua ricerca e del suo moto, un percorso che sta facendo. Non lo dice con le parole ma lo comunica comunque efficacemente: è evidente dai tanti fogli che legge, mezzo della sua ricerca, dal suo modo di andare avanti e indietro, dalla testa protesa in avanti. Il canale verbale è trascurato a favore della comunicazione analogica come sistema comunicativo emozionale: comportamenti, gesti, intesi come strumenti efficaci per stabilire una relazione con il pubblico. La scelta di sperimentare un teatro quasi senza parole conferisce un valore diverso alla presenza del pubblico: si è portati ad immaginarsi i dialoghi in una costruzione autonoma del senso che parte da stimoli concreti ma si completa nell’immaginazione e nelle risonanze proprie dello spettatore. Si è partecipi dell’atto creativo e catapultati in una forma che si serve di pochissime parole: l’espressione non avviene tanto attraverso il testo ma il gesto, la danza, i suoni, il movimento, il corpo.
E così comincia l’andare del vecchio, l’estrarre di fogli dalla giacca finchè si innervosisce perché trova un aeroplanino di carta incastrato nel suo soprabito e non il foglio cercato: è questo il simbolo del primo ricordo che affiora, portato in vita dai due giovani che entrano e lo fanno volare: essi sono la reincarnazione degli anni ormai trascorsi. Il ricordo viene poggiato sul tavolo, ora posizionato dritto e stabile, e comincia l’affiorare della memoria.
“Corriere 650 dove siete? Qui tempesta e cielo coperto, da voi? Il tempo è minaccioso, procediamo verso Sud”: grazie ad una radiolina udiamo queste poche indicazioni date nel condurre il volo, scambi di informazioni tra aviatori. Il ricordo si delinea quindi come il sogno di volare: il tempo è ondulatorio procedendo per immagini e flashback, il luogo è metaforicamente l’amigdala ossia l’area del cervello archivio della memoria emozionale. È come se fossimo all’interno di un sogno notturno che lascia esprimere alla mente del protagonista emozioni che da sveglio ha soppresso, fantasie tenute lontane dalla coscienza: qui sono rappresentate con la confusione e la mancanza di linearità tipiche del materiale onirico.
Le due coppie di attori giovani che entrano ed escono sotto gli occhi incuriositi dell’uomo rappresentano delle versioni altre della sua storia: sono quello che sarebbe potuto succedere se, le emozioni che avrebbe voluto esprimere, le scelte che avrebbe potuto fare. E così lo trasportano con l’immaginazione in situazioni di vita quotidiana: i quattro attori giocano, litigano, sorridono, ballano a ritmo di musica, sistemano il letto disfatto, si preparano per uscire... Quando la musica è interrotta da interferenze si paralizzano; poi riprendono quando la realtà lascia nuovamente spazio alla fantasia. Una parte dell’uomo viene resa visibile proprio attraverso gli altri attori che sono espressione della sua natura: della parte esteriore, attraverso il loro corpo, e di quella interiore, attraverso ciò che fanno e ciò che sentono. Il bambino interno che è in lui vorrebbe solo potersi avvicinare ed amare ma la gabbia che imprigiona il suo desiderio è il tempo che è passato: per rendere questo concetto con un’immagine basta visualizzare l’istallazione Love dello scultore Alexander Milov.
Colpisce la dolcezza e la semplicità con cui i due uomini e le due donne danno vita ad una danza instancabile di corpi, l’estrema complicità nelle diverse circostanze, l’unione mai troppo fusionale: sono alter ego di lui e di sua moglie.
Apprendiamo che  Rivière nella sua vita ha dato poco spazio all’amore, non ne ha mai avuto il tempo: e qui il collegamento risulta immediato per il nome usato, lo stesso del personaggio di Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry. Ci troviamo dinanzi ad un uomo duro ma anche sensibile: uno che si è inaridito nel tempo a causa della guerra e della perdita dolorosa della moglie ma che era animato da sogni e desideri. Mentre il protagonista del romanzo da cui è stata presa ispirazione era responsabile di una rete aereoportuale e aveva dedicato la sua vita ad una missione pericolosa facendo vivere alla donna amata il dramma della sua assenza, il nostro personaggio era tornato dal suo viaggio per raggiungere la moglie in fin di vita. Benché di diverso tipo, parliamo comunque della perdita di un membro della coppia e in Desidera anche del senso di colpa per non essere arrivato in tempo così da vedere l’altra ancora viva, per guardarla un’ultima volta. La trova morta, le luci si abbassano, resta solo un’ombra riflessa come se avesse perso una parte importante di sé per seguire la brama di altro. “Ho sempre agito come se qualcosa superasse in valore la vita umana. Ma in nome di che cosa? Perdonami Simona non si può tornare indietro”.
Come in una climax, la tensione è crescente nel passaggio che descrive la malattia della donna: tre medici che indossano delle mascherine e con le dita protese verso l’alto si agitano e camminano velocemente e instancabilmente sul palco  finché dopo un po’ si fermano dal tentativo di salvarla, lasciandole un referto che è la sua condanna definitiva. Questo foglio che viene guardato con terrore ricorda gli innumerevoli fogli che cospargeranno il palco, circondando l’uomo sul finale. Vi sono scritte altre versioni della stessa storia? Il silenzio e il buio che infonde la fine della vita comporta una trasformazione a livello cognitivo ed emotivo dell’uomo: l’entusiasmo per la sua realizzazione personale è chiaramente smorzato e i pensieri sono cupi e lenti. La sofferenza per la perdita accomuna il suo animo del passato e quello del presente: è per questo che il vecchio e i due giovani sono seduti tutti e tre sul letto, fermi, col capo chino. Poi il vecchio tende verso di sé il lenzuolo e lo poggia delicatamente sul letto, molto lentamente apre la finestra facendo entrare più luce. Ricompaiono le due coppie giovani, libere e giocose: il vecchio le guarda attento ed è in quel passaggio che decide di fare pace con il suo peso. È qui che concede che la lei del passato lo perdoni: lei gli porge un aeroplanino e gli dà un bacio. È qui che si permette di indossare la giacca di pelle e di tornare a vivere anche se solo con la fantasia il suo desiderio. “Sii prudente, sei bellissimo”: con queste parole la donna lo autorizza a volare; egli non lo fa per le stelle ma per non sentirsi vecchio.
La storia si chiude con un’immagine dolce, come se prendesse vita il sogno di un bambino: il tavolo diventa simbolicamente l’aereo, un ventilatore il motore e lui, che non si è mai arreso, è lì, presente e vivo. Mentre gli applausi riempiono la sala sento ancora per un po’ l’aria che grazie al ventilatore si muove, raffreddando: in una composizione circolare il movimento (cioè il desiderio) ha aperto e chiuso la scena.
Come la dedica del libro più famoso di Saint-Exupéry non è fatta all’amico adulto ma al bambino che Leone Werth è stato, così il protagonista della pièce fa una dedica retroattiva al se stesso del passato, le cui radici gli servono per capire chi è oggi e chi potrà essere domani. E forse la dedica  si può estendere a quello che è stato, a quello che non è stato e a quello che sarebbe potuto succedere se.

 

 

 

 

Desidera
regia e drammaturgia
Simona Di Maio, Sebastiano Coticelli
con Giuseppe Brancaccio, Sebastiano Coticelli, Simona Di Maio, Amalia Ruocco, Dimitri Tetta
musiche originali Tommy Grieco
scene Damiano Sanna
costumi Gina Oliva
disegno luci Paco Summonte
foto di scena Diego Bernabei De Nicola
produzione Il Teatro nel Baule
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 24 aprile 2016
in scena dal 22 al 24 aprile 2016

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