“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 26 Giugno 2016 00:00

Il ciclo della vita e della morte

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Passage Through the World: un progetto site-specific focalizzato sul tema del viaggio attraverso territori diversi tra loro alla ricerca di significati, in uno spostarsi che assume le sembianze di un rito catartico, purificatorio rispetto alla perdita. Passaggio attraverso il mondo come inevitabilità della fine di una condizione transitoria di cui facciamo esperienza nel mondo legata in modo imprescindibile con la morte. Passaggio come punto di transizione da un punto ad un altro nella credenza e nella speranza di un potenziale rinnovamento che viene alimentata dalla spiritualità.

Senza sipario, all’interno del progetto di Shirin Neshat e Shoja Azari, ci troviamo al Museo Diocesano di Donnaregina Vecchia a Napoli dinanzi a quattro donne vestite di bianco, immobili, scalze, con il corpo teso e gli sguardi che si incrociano. Sono disposte ai lati di un cerchio immaginario simbolo della connessione, dell’eternità. All’opposto due lunghe file di donne vestite interamente di nero costeggiano il luogo, anche loro immobili e con un’espressione triste. Entra un uomo, Mohsen Namjoo, che suona uno strumento musicale della tradizione iraniana e si aggira tra la platea, fino ad arrivare sul palco. Di fronte a noi un grande schermo proietta i corpi di altre donne anch’esse a lutto e che recitano un “eterno riposo” le cui parole e il cui suono si propagano a partire dal video per poi espandersi alle donne ai lati: in un crescendo aumenta sempre più di intensità, i toni sono sempre più alti. Al termine del canto luttuoso parte con toni diversi un canto delle donne bianche che prendono vita e iniziano a girare in cerchio; poi riprende l’eterno riposo. Sembra infatti che ogni cosa possa essere una e il suo opposto: bianca e nera, viva e morta. Le grida delle donne parlano del dolore costipato mentre i respiri profondi successivi sono liberatori. Si esprime la sofferenza che serve a consentire di non precipitare in un vortice depressivo rispetto a contenuti tanto dolorosi: esprimerla e spiegarsela attraverso una fede aiuta a darne un senso.
I passaggi sono rapidi, gli aspetti mortiferi invadono prepotentemente nutrendosi però anche di quelli profondamente vitali.
Nel canto “Nennella tua è morta e mò chiagnit'...” si sente l’esigenza di urlare la sofferenza, di esprimerla anche fisicamente con le mani sul viso per sublimare un vissuto difficilmente accettabile se non nella fede, ovvero che la vita non finisce definitivamente: cambia solo forma. All’eterno riposo che torna continuamente quasi come un ritornello a scandire le strofe si alternano preghiere e canti: alcuni sono più statici in forma di litania mentre altri più dinamici accompagnati da un tamburello. “... E nel fatal istante il crudo e materno affetto le trafiggeva il petto, le tremava vedere un figlio che palpita che muore...”.
Una messa in scena che mette insieme gli opposti: la tristezza e la gioia, la tragedia e il gaudio, il bianco e il nero. Questo mettere insieme il diverso è la cifra dell’intero spettacolo: fondere e amalgamare stili provenienti da diverse culture riflette l’epoca a cui apparteniamo, diviene l’icona della mescolanza a volte necessaria benché comunque non sempre facile da realizzarsi.
Le emozioni prevalenti sono la tristezza e la gioia: anch’esse opposte e presenti in modo altalenante all’interno della volontà esplicita che viene trasmessa di provare a guardare e a comprendere universi lontani attraverso i punti di contatto tra loro. Ma qui opposto non significa escludente: nel caos si può restare. Attraverso la musica, le espressioni facciali e corporee, i movimenti, e tramite alcuni gesti come le mani protese verso l’alto, la comunicazione è efficace e coinvolge lo spettatore. Più che spettatori, infatti, ci si sente parte attiva, catapultati in un’esperienza ad alto tasso emotivo: la sensazione non è di estraneità o di lontananza, non si percepisce una separazione e un confine netto tra il ruolo dell’attore e quello del pubblico. La possibilità che viene data è quella di stare in un’esperienza, l’”autorizzazione” di poterci stare, rimanere, fermarsi. E ciò avviene dal principio quando lo spettatore viene accolto dalle quattro donne vestite di bianco e dalle tante donne immobili vestite, all’opposto, di nero. I riti legati al lutto accompagnati dalle note che si propagano appartengono ad una performance in cui musica, canto e video sono perfettamente intrecciati e intesi come tre strumenti equamente importanti e colonne fondanti la rappresentazione. Il canale comunicativo usato della musica stimola l’emotività senza bisogno di spiegazioni o troppe parole ad accompagnarla: con la sua immediatezza ed il suo linguaggio universale riesce ad attivare e a connettere. I rimandi alla cultura e alla religione islamica vengono fusi con quelli alla cultura e alla religione cristiana all’interno di una performance in cui l’accavallarsi delle forme artistiche richiama una riflessione più ampia anche rispetto agli episodi di intolleranza che caratterizzano i nostri tempi. Ciò è evidente dalla scelta dell’artista iraniano Mohsen Namjoo di mettere insieme brani popolari provenienti dall’Asia Centrale passando per il Medio Oriente fino a raggiungere il Sud Italia: si ripropone metaforicamente e attraverso confluenze musicali differenti un cammino attraverso l’antica via della seta.
L’appartenenza ha spesso a che fare anche con la mescolanza, con le diverse confluenze culturali: ogni elemento che ci consente di poter appartenere ci permette allo stesso tempo di poterci serenamente separare: il confronto, il dialogo e la tolleranza della diversità contribuiscono ad arricchire un popolo nella sua esperienza dello stare al mondo. Si avverte come se si sia voluta sottolineare l’importanza del riconoscere che l’esperienza del dolore fa parte della natura umana indipendentemente dalle proprie origini e dalla propria provenienza geografica, mostrando alcuni rituali che, nonostante ognuno con linguaggi e modalità differenti, consentono comunque di elaborarla. Il modo con cui si affronta la perdita varia di cultura in cultura ma il senso e la funzione sono gli stessi: si amplia la visuale rispetto a questo tema allargandola e volgendo lo sguardo verso le modalità dell’altro, ovviamente senza sottrarre gli elementi che contribuiscono a delineare l’identità di un popolo. Si può guardare all’altro senza essere giudicanti, si possono notare similarità e discrepanze riconoscendo comunque che alcuni vissuti sono primordiali e comuni a prescindere dal posto in cui si è cresciuti o dalla religione in cui si crede. Questa consapevolezza crea comunanza e allenta distanze che spesso sono frutto solo di preconcetti e di rifiuto nell’avvicinarsi per esplorare l’esterno, avvertito unicamente come minaccioso.
La contaminazione tra media utilizzati è una scelta riuscita e quello che si sente più forte e che arriva di pancia (oltre agli spunti di riflessione che vengono elaborati solo in un tempo successivo), sono gli aspetti emotivi che coinvolgono e inglobano in un’esperienza dai tratti nuovi, particolari e intensi.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Passage Through the World
immagini, video e spazio scenico Shirin Neshat, Shoja Azari
creazione musicale, canto ed esecuzione strumentale Mohsen Namjoo
ensemble vocale Faraualla
con la partecipazione di Antonella Morea e “I giullari di Dio” della parrocchia di Santa Chiara in Napoli
foto di scena Salvatore Pastore
progetto di Change Performing Arts
produzione esecutiva CRT Milano/Centro ricerche teatrali
originariamente commissionato da TPP/Teatro Pubblico Pugliese per la manifestazione Misteri e fuochi
con il cofinanziamento di Fondo di sviluppo e coesione Puglia 2007/13 Unione Europea/Regione Puglia
paese Iran
lingua italiano, iraniano
durata 1h
Napoli, Museo Diocesano Donnaregina Vecchia, 17 giugno 2016
in scena dal 15 al 20 giugno 2016

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