“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

Confessione dolorosa

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Palco vuoto cosparso dal terreno, vetri rotti, tre lampadari agli angoli gettati a terra, due sedie, sei sfere contenenti palline da ping pong. Uno specchio al centro della parete beige in fondo, tre corde che penzolano con pezzi di specchi e a penzolare anche un orologio simile a quelli molli di Dalì: la sensazione che il tempo si sia fermato e non restano che specchi rotti e deformanti che non restituiscono immagini fedeli alla realtà, ma solo frammenti. Le luci illuminano la scena per un po’, poi si abbassano, si spengono. È in questo momento di buio che fa la sua comparsa Elena Arvigo, e lentamente si accende una luce fioca: è seduta a terra che maneggia da sola grandi carte da gioco, gettandovi sopra con forza specchi che fanno rumore. Le luci scandiscono i diversi momenti della rappresentazione alternandosi tra il buio totale e la luce soffusa. 4:48 è l’orario secondo cui le pulsioni suicide si fanno più pressanti ed è anche qui il momento in cui l’attrice decide di porre fine alla sua esistenza.

Da un solitario con le carte parte il suo flusso di pensieri, ha inizio tutto ciò che decide di comunicare accompagnato dalle sue emozioni forti: si esprime non solo con le parole ma con il suo viso, il suo corpo, i suoi movimenti.
“Che cosa offri ai tuoi amici per renderli così premurosi?... Tu che cosa offri?”: è la prima riflessione che mi resta impressa e che si ripresenterà uguale nel finale. Io l’ho sentita come un chiedersi come fare per avere rapporti corrisposti, come si può essere amati, visti, considerati? Cosa si dovrà mai dare che io non sono capace di comprendere? Come si fa per essere in relazione con l’altro in modo sano? Più volte si rivolgerà al medico che la tiene in cura per insegnarle a relazionarsi e ad essere sana, e si avverte il suo sforzo, la necessità di stare meglio che si scontra infruttuosamente contro l’impossibilità di riuscirci.
È un corpo che cammina scalzo su vetri rotti, fa contatto con la sua esistenza frantumata, con i cocci di quello che resta, in movimento verso la scelta della fine della vita. Alterna movenze lente a scatti veloci, frasi pronunciate piano e quasi sussurrate a bruschi cambiamenti di tono, voce malinconica a urla rabbiose. Non c’è un ordine, un modo giusto di porsi, non c’è traccia dei filtri che una mente considerata sana possiede. “Premere, lanciare, spremere, colpire, frustare, bruciare”, verbi ripetuti senza sosta.
Fa cadere le palline e pronuncia numeri alla rinfusa, si paragona ad uno scarafaggio che scappa: un animale disprezzato da cui si fugge, piccolo, che può non essere visto. Si sente colpevole di tutto, anche se il dottore le dice “Non è colpa tua, sei malata”. Si ripete che è lei a permettere questo stato. Tutte le voci sono pronunciate da lei, in un monologo-dialogo con se stessa, con il medico, con l’altro. “Sono arrabbiata perché capisco”: in questa frase si riassume la lucida consapevolezza del suo disagio, la rabbia che la conduce a sentirsi “vittima, carnefice, spettatore”: spettatrice di una condizione che non ha scelto. “Vaffanculo a mio padre, a mia madre, a me che amo chi non esiste”: la rabbia distruttiva nasce da una speranza, dal suo bisogno vitale di essere amata. Dice che preferirebbe avere gli occhi cavati che aver perduto l’amore eppure neanche l’amore riesce a salvarla. Non riesce a fermarsi, è disperata ma non ha nessuna voglia di morire. In questo ho intravisto una speranza, una possibilità di salvezza, nonostante lei ripetesse continuamente che non c’era nessuna speranza. È come se fosse nuda, spogliata nel mettere fuori le sue paranoie, le idee maniacali, la sua rabbia, l’ipocondria, i pensieri omicidi. Si fa del male tagliandosi anche se non le dona sollievo e insiste nel dialogo immaginato con l’altro non tanto nel far vedere cosa si è procurata, ma sul farsi chiedere perché. Vuole che le sia chiesto, vuole essere vista e questo è l’unico modo che ha a disposizione. In un flusso di coscienza racconta di un sogno: le viene detto che ha solo otto minuti di vita e lei è stata in sala d’attesa per un’ora; è più il tempo passato a sperare di potercela fare che quello che realmente le rimane da vivere. In questo crescendo di sofferenza vomitata sul pubblico racconta di un tentato suicidio nel 1986 con un cocktail di aspirine e vino: sorride, come se fosse un’azione inevitabile.
È inevitabile davvero quando sul finale, salendo sulla sedia termina il suo calvario: “Un’altra me. Per favore aprite le tende” sulle dolci note di Let it be. Una lei diversa, lontana da quella che la imprigionava nel buio di una malattia, che autorizza a fare luce sul suo corpo perché oramai libero.
Come la stessa Arvigo ha detto, entrare in contatto con questo testo di Sarah Kane non è stato facile, finchè non lo ha imparato e recitato come fosse una preghiera. Gli occhi assenti dell’attrice parlano della difficoltà di continuare a vivere in una condizione di dolore, di assenza, di mancanza d’amore; mantiene il contatto visivo con gli spettatori a cui comunica, in una confessione profonda, il suo disagio più intimo, con emotività dirompente e sincerità. È uno sguardo ambivalente: rassegnato e triste ma ancora vivo, coraggioso e desideroso di stabilire un contatto con l’altro. Indossa un vestito che ha dei lacci che mi sembrano simbolo di quelli di Kane: la drammaturga britannica, dopo essere stata ricoverata in ospedale a causa di un’overdose di sonniferi, si impiccò con i lacci delle sue stesse scarpe. È proprio l’assenza degli aiuti giusti che ha facilitato un atto tanto estremo. È un atto che poteva essere evitato? Chi decide di suicidarsi lo fa, neanche la contenzione riesce ad evitarlo. Ma è anche vero che quando mancano le risorse, il tormento si incrementa. Il confine tra l’essere considerati sani di mente e malati all’interno della società è labile e il rischio di precipitare nel vortice della follia appartiene a tutti.
Il monologo a cui assistiamo sul palco dell’Elicantropo è intriso di convinzioni fisse e ha tutti i contenuti persecutori e somatici del delirio dal “Non mi guardare, Cristo!” all’atto descritto dell’essersi tagliata. Sappiamo che Sarah Kane soffriva di depressione ma di solito è nelle psicosi maniaco-depressive che nel passaggio tra eccitamento e depressione si tenta il suicidio: in questo testo infatti  non si avverte solo la tristezza acuta ma un moto prepotente verso la vita ed è nell’impossibilità di riuscire a viverla che si avverte la sconfitta e l’impotenza. Per noi il delirio è incomprensibile e bizzarro perché non rientra nel comportamento e nel pensiero ordinario ma a volte deriva proprio da esperienze di vita ordinaria sopraffacenti e la psicosi può venire a definirsi “un’emotività insopportabile” (D. Garfield). La forte angoscia rappresentata sembra aver indebolito la capacità della sua mente di sintetizzare e di essere efficiente in quanto molta energia psicologica è dedicata ad allontanare la sofferenza. Mantiene la sua capacità riflessiva, rappresentando se stessa come una narrazione, ma con difficoltà a creare una rappresentazione corretta della mente altrui: nel dialogo immaginato con lo psichiatra recita così: “Hai visto il peggio di me ma mi piaci” mentre lui replica “io sono certo che ce la farai; hai bisogno di un dottore non di un amico”. Lei proietta, non distingue i ruoli né l’interesse puramente “medico” che l’uomo ha verso di lei scambiandolo per amore, non capendo la necessaria reciprocità de sentimenti. Questo parla dell’incapacità di integrare un’esperienza nella concezione del mondo: è disintegrazione. Ella infatti si definisce ripetendo ossessivamente gli aggettivi: scomposta, deragliata, destabilizzata…
È un testo sulla fragilità dell’essere umano che non evoca compassione né stigmatizza un disturbo mentale ma lo racconta, ne spiega la genesi e passo dopo passo motiva la scelta consapevole e lucida di abbandonare la vita: “Sono stanca, sono oltre le lacrime”. Compie l’unica scelta per lei possibile perché conscia di non poter essere ciò che desidera, per  non essere più schiava di paranoie, idee maniacali, autolesionismo; l’ unica soluzione per liberarsi dalla tristezza che la attanaglia, per uscire dalla prigione in cui è rinchiusa. Il modo di muoversi sul palco ricorda quello di una bestia in gabbia: si agita, si getta a terra, si avvinghia alla sedia. Ad un certo punto esce di scena, si allontana continuando a pronunciare parole confuse, poi rientra: non c’è traccia del controllo, del modo convenzionale di comportarsi.
Mi viene da pensare che quando non si può essere aggressivi verso gli altri si può orientare la propria aggressività in maniera ancora più efficace verso se stessi con il suicidio. È un atto prepotentemente aggressivo ma che esprime fortemente l’unica modalità che qualcuno sperimenta nel tentare l’individuazione.
La regia di Valentina Calvani è cruda, fedele al testo e mai retorica. Una Elena Arvigo appassionata, bravissima. Una rappresentazione, in una parola, reale.

 


4:48 Psychosis

di Sarah Kane
regia Valentina Calvani
traduzione Barbara Nativi
con Elena Arvigo
produzione Il Teatro delle Donne, Centro Nazionale di Drammaturgia
musiche Susanna Stivali
scene, costumi e ideazione luci Valentina Calvani, Elena Arvigo
foto di scena Pino Le Pera
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Teatro Elicantropo, 15 aprile 2016
in scena dal 14 al 17 aprile 2016

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