“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Domenica, 24 Aprile 2016 00:00

"Porpora", partitura cromatica dell'anima

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Guardare un teatro dal palcoscenico, come avvenuto per lo spettacolo del Teatro Valdoca Porpora al Teatro Comunale Bonci di Cesena, è già di per sé una trasposizione emotiva, un ribaltamento canonico. Essere seduti sul palco con la sala di fronte, vuota e imponente, nella sua assenza di presenze umane, è un vissuto quasi aprioristico e primario, che non si fonda su di un’azione o una partecipazione, ma su uno stato “esente”, pre-sente, quindi essente. Uno sconvolgimento fisico, un capovolgimento psichico e sensoriale.

Sul palco ci sono delle liane, messe a mo’ di semicerchio. A differenza delle liane vere, queste sono rigide, fatte di materia dura, ma non sono fisse, bensì movibili. Mi dico che sono così per una possibile trasmissione simbolica di stabilità interiore o chiara determinazione dell’intento dell’opera. Mi dico, ma non so. Le conto, sono nove, e penso che un motivo per quel numero ci sarà. Nove saranno infatti i colori recitati ed agiti da una splendida Mariangela Gualtieri, che porta in scena la sua mitica e al contempo materica poesia con leggiadria, sapienza e malinconico, vivido spessore.
Ci sono poi tre piccoli pulpiti, minimali, neri, bassi. Continuo a immaginarmi i motivi per l’allestimento scenico del regista Cesare Ronconi, e mi dico che l’opera non sarà un’auto-celebrazione da un podio, ma che il podio stesso servirà per un’elegia degli elementi, o qualcosa del genere...
Oltre alle liane, ci sono due catene parallele, morbide, come quelle delle altalene; in mezzo, il terzo piccolo piedistallo. Anche qui percepisco un sovvertimento dell’ordinario: la liana è compatta, la catena delicata. Non tutto è come appare, le cose possono avere più significati e usi, i messaggi e gli oggetti vanno visti sotto luci differenti.
E poi gli strumenti musicali, sulla sinistra: due pianoforti e un tamburo di pelle scura, molto robusto e abbastanza largo; cionondimeno, agile alla vista. Si intravedono sul telaio scoperchiato del pianoforte dei dischetti, sembrano campane tibetane. Il sapiente regista mi racconterà più tardi che il tamburo è nepalese e i dischetti sono cimbali indiani, mentre il talentuoso musicista e compositore, Stefano Battaglia, ci mostrerà, nel corso dello spettacolo, come usarli tutti magicamente.
Intanto, tutt’a un tratto, le luci da tenui gialle diventano blu, come il silenzio quando arriva improvviso. Solo uno dei piccoli altari pagani resta illuminato. Le liane si muovono leggermente. Lo spettacolo ha inizio.
Mariangela Gualtieri entra in scena vestita di semplice nero, con una statuetta poggiata sul capo, raffigurante un bambino saggio e remoto al contempo. Un accenno musicale solido di pianoforte l’accompagna mentre sale sul primo, modesto altare. E comincia a celebrare la Terra, attraverso i colori:
“La terra parla in colori. / Mai tace mai tace. Mai piange. / Bisogna ascoltare”.
Una scenografia essenziale e quasi surreale, il pubblico, rapito, ascolta la parola, gentile, provenire dalle viscere dell’animo con voce attonita ed evocativa, e la musica, intensa e misteriosa, esprimere l’essenza della terra.
La girandola dei colori, appunto nove come le liane, più il decimo, grigio come le catene, comincia con il Bianco, con una lotta a due voci: tra chi vede in esso la neve e sente la pace, e chi sa delle sue guerre e grida. Il Bianco non è il colore più uniforme di tutti, quello placido, ma genera spasmi irrisolti: il Bianco è Auschwitz con la sua coltre di neve di dolore. E con la responsabilità che la Gualtieri enuncia come colpa soggettiva ancora presente, cioè come colpa assoluta, esistente oltre il tempo storicizzato e finito, colpa condivisa:
“Avessi io o tu, non importa / la parola, una, immensa di tregua, di / bacio, di pane, di figliolino, di notte di / luna, di dormire vicino. / Io non ho questa voce – e tu?”.
L’apertura sul/dal Bianco dà speranza, ma non una speranza originaria, piuttosto una speranza che passa attraverso lo strazio, lo fa suo, lo supera:
“Che il male che facciamo e / non vogliamo, che il male che facciamo / ci ritorni centuplicato in bene”.
Nel Verde è la terra propriamente detta, il nucleo primario, ma da sola la terra non basta: deve unirsi col cielo. Il Verde consente questa unione:
“Fa ponte. Ricuce il qui col non qui. (...) C’è una pace grandiosa / al centro del campo e il verde / dell’erba promette / – quello che dirai adesso / sarà vero per sempre”.
Il Verde è un invito all’apertura, alla fluidità, alla naturalità:
“Lasciati lavorare / dal cielo. Dalle piante. Dal molto / che non conosciamo eppure guida l’animale / nella sapienza delle circostanze”.
La sensazione che provo è di grande benessere, mi pare di essere in un prato dove vento e sole sono in equilibrio e gli elementi si uniscono nelle loro differenze, creando il mistero dell’armonia.
E subito, il Blu, un passaggio rapido, ma ripido e inquietante. La parte oscura dell’anima:
“I tonfi del blu salgono da un fondo. / Tu guardi e ti perdi nel suo punto più scuro / nel suo punto cupo poggiato quasi al nero”.
Eppure ho l’impressione di un messaggio costruttivo, cioè che senza perdersi, non ci si possa trovare.
I colori, come gli stati d’animo e gli accadimenti, sono fluidi, si passa dall’uno all’altro. E se uno dei segreti della vita fosse la disponibilità a viverli come vengono, sempre attenti e partecipi, ma non ostili e resistenti? Il testo poetico di Mariangela Gualtieri è un anche un testo a suo modo filosofico, perché indaga i motivi reconditi dell’esistenza, la problematicità dell’essere e i suoi conflitti, le tentazioni e i dolori, le risposte elaborabili e i vissuti possibili.
La vera pace non è il Bianco, ma il Celeste:
“A me pare di averlo percorso / tutto a volo – questo azzurro / che si dispiega pacato... Se guardo – entra nella radice / dà da bere al mio / alimenta il mio fuoco”.
Il cielo che entra nella terra, l’aria che alimenta il fuoco: una ricomposizione di elementi distanti o in contrasto tra di loro. In apparenza:
“Accortezza ci vuole ora. / Un amore affilato. Tagliente. (...) Niente confina o crolla / niente s’impolvera / in quella luce”.
La poesia mette vicini luoghi e tempi, ed opposti, attraverso i colori, mi è sempre più chiaro il messaggio, disarticolato da una contestualizzazione scenica tradizionale, caratteristica peraltro ricorrente nella produzione del Teatro Valdoca, che utilizza il metastorico per esprimere il suo messaggio lirico e simbolico.
“Le lacrime tutte sono nel viola”.
L’incipit del quinto colore si dipana anch’esso in ribaltamento dei ruoli: la Gualtieri qui è figlia che partorisce la madre, un’immagine potente, splendida; e il superamento del dolore causato dalla perdita della mamma e del “Babbo bellissimo”, anch’egli nel suo grembo, avviene nel momento in cui lei “incorpora” il sentimento che la separazione non è una fine, ma una continua nascita. Viola della ricomposizione, viola dell’antica, nuova vita.
Ed ecco il Porpora, colore arcaico, denso, poco definibile: esso esprime solennità del viaggio e del mito. Il Porpora è elogio del mare e dell’eroe immortale, della moltitudine – di persone ed elementi – contro la singolarità, che è solitudine, del presente. Perciò, forse:
“La terra perdona / in questo colore, in questo / soltanto – perdona e ride e ride – / con tutte le gole, con tutte le voci”.
La vibrazione del pianoforte è un lento crescendo che s’interseca con la voce recitante, la avvolge, senza sconvolgerla. Avviene qui la perfetta fusione tra i due artisti, e i significati da loro espressi. Vi ritrovo il motivo del titolo dell’opera.
Il Rosso è potere e violenza, dominio e animalità, lotta talora scriteriata. Ma il Rosso è anche potenza e amore. Lo accompagna un maestoso ritmo di tamburo ed echi di sonagli fatti di enormi, splendide unghie di tigre che potrebbero durare all’infinito. Ipnotico rito ridente della carne:
“Rosso è ciò che udiamo in ogni puntino / quando spalanchiamo d’amore / il corpo. Fanfare felici ha il rosso”. Ebbrezza ed inquietudine, instabilità del cuore, ma anche il Rosso – ci sussurra la Poeta – ha una sua strada possibile di felicità in questo mondo così composito e complesso:
“Ho pianto molto – per te. / Ho spento in me un’ira scancellante / che ti voleva estinto. (...) Ma per te è piovuta / nel mio fondo un’acqua feconda...”.
Se l’amore si fa acqua, e scorre, produce gioia, si compie.
Il Nero invece è un “tuono”, uno “sparo”, è la notte che fa perderci senza capirci, né farci capire.
“Cara notte che nascondi quello che siamo / uno sputo impastato di fango / che senza amore si fa deforme”. È ferita, il nero; privazione. È comunque amore, ma amore – di sé – che, andando oltre il timore di non sentirsi amati, deve ricostituirsi e riaffacciarsi sul palcoscenico della vita.
E dopo il buio, ancora una volta la Gualtieri ci spiazza: non è rosa l’alba, ma Arancione. Come la gatta, le sue fusa, la sua auto-sufficiente regalità; è forza creativa e manifesta, l’Arancione. Estate, gioia, indipendenza, bellezza: un tripudio di luce.
E se ogni colore ha il proprio dono, tutti i colori sono nel Grigio, colore mediano, onnicomprensivo, che non ha un suo nitore, ma entra nella mescolanza di tutti i colori, è perciò colore finale. È questo il lato che la Poeta dice di non conoscere bene, anche se a me pare lo porti nel corpo:
“Ma la poesia non ha colore. Perché insieme alle voci tiene in sé / il grande tacere, quel silenzio assiderato / steso in alto la notte, / nel più largo dell’aria”.
La notte viene infine riabilitata, resa vivente, colorata. I colori delle catene morbide e mobili consentono alla protagonista – altro apparente paradosso, la catena simbolo di liberazione – di librarsi nell’aria, di unire cioè terra e cielo: gli estremi della Poesia, i suoi unici confini accettabili, quelli dell’universo. Ed anche se la Poeta è consapevole del suo essere piccola dinanzi a tale grandiosità, e del suo essere sola tra gli elementi del mondo, è sola con essi, sola con la sua poesia, sola con la poesia del mondo. Grata.
“Non so dunque lo scopo e se c’è scopo / nel grandioso venire a me di tutto – in dono”.
Man mano che lo spettacolo avanza, lo spazio e il tempo si fanno sempre più rarefatti, perciò i colori possono diventare materia del ricordo, come del presente e del sogno, e si diffondono in ogni luogo, reale o simbolico. E si fanno madre, padre e figlia; donna, vecchia e bambina. Senza mai divenire fuga, ma sempre presenza. È una sfida al tempo lineare, Porpora, una sfida ai ruoli predefiniti, al bisogno di incasellare e consumare; è una sfida a tutto ciò che si reputa immutabile.
I colori sono materie che alimentano l’anima, di giorno e di notte. E dipingono il viaggio. Ci si ritrova completamente assorbiti dall’armonia costituita dal “timbro-sigillo” vocale della Gualtieri, e dalla “melodia ritmica” di Battaglia, quasi persi, ognuno dentro sé, ma con un fluido morbido e caldo che ci riga dolcemente il viso e ci lega tutti, come fanno le linee immaginarie che uniscono le stelle.
La Gualtieri e Battaglia hanno costruito per noi un evidente sodalizio emotivo prima che artistico: una costellazione di colori ed emozioni, il nucleo battente, il cuore corrente, dell’esistenza, il cui unico segreto di riuscita, di felicità possibile – cioè di felicità trovata nel semplice perseguirla – consiste appunto nell’unificazione del tracciato interiore, primigenio, inconscio, con quello esteriore, scelto, consapevole.
La Poesia si incarna nel Teatro attraverso la Musica, il suono diventa armonia con la voce, in un tutt’uno cosmico ed essenziale, con i sensi ed i sentimenti protesi verso un anelito atopico e atemporale, che, superato il dolore e incontrata la gratitudine, diviene strabiliante, naturale assunto: solo l’Amore rende possibile, e vivibile, la Libertà.

 

 

 

 

 

 

Porpora – rito sonoro per cielo e terra
testi scritti e recitati da
Mariangela Gualtieri
regia, scene e luci
Cesare Ronconi
con Stefano Battaglia, Mariangela Gualtieri
musiche composte ed eseguite dal vivo da Stefano Battaglia
fotografie Ana Shametaj, Edoardo Mozzanega, Melina Mulas
produzione Teatro Valdoca
con il contributo di  Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena, Comune di Cesena
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione
lingua italiano
durata 1h 25'
Cesena (FC), Teatro Bonci, 19 Aprile 2016
in scena dal 18 al 23 Aprile 2016

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