“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Mercoledì, 28 Ottobre 2015 00:00

Il respiro della parola in Roberto Latini

Scritto da 

Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?”
(Ovidio, Metamorphoseon libri XV)

 

Il respiro è atto biochimico. È stravolgimento di materia, metamorfosi elettronica di sostanze che si trasformano per creare un “quid” – l’energia che dà il nutrimento ai processi vitali. Le cellule della parola si riassestano in Latini, in costante moto cinetico, nella loro totipotenza staminale: il verbo perde la sua funzione di Logos archetipico e viene vuotato da ogni senso concepibile dalla mente umana, per essere ricaricato di materia – nuova e plastica.

È il corpo dell’attore, che si deforma sotto il peso di un calice da empire ogni volta: vuotare e svuotare, il ciclico farsi opera e mondo, rubando le parole a Maurice Merleau-Ponty:
“È prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura”.1
Roberto Latini, premio Ubu 2014, stupisce il pubblico presente al Teatro Civico 14 con Metamorfosi, un adattamento teatrale moderno dei Metamorphoseon libri XV di Ovidio.
Dopo aver assistito alla gestazione che si stava compiendo a velocità fulminea sulle tavole di legno – da blastula a morula, da morula a embrione – queste, come un tavolo operatorio, venivano sporcate dagli “attrezzi del mestiere” con cui l’attore-chirurgo cuciva, dopo averla sventrata, una storia.
Il corpo dell’attore, demiurgo e creatura assieme, si presenta all’esordio della messa in scena “addobbato” di orpelli: degli occhiali, una gonna, scarpe e naso da clown, guanti rossi da femme fatale, un volto dipinto con bianco cerone incorniciato da una parrucca rastafariana. Questo perché, parafrasando le parole dell’attore in scena, “prestiamo maggiore attenzione a ciò che, svestito, non susciterebbe la nostra brama di conoscere”.
Il corpo, per potersi mostrare potenzialmente nudo, deve vestirsi di tutte le possibilità comunicative, deve indossare tutti i linguaggi (e ce lo suggerisce bene Latini, nel ripetere sovente il gesto di indicarsi la bocca) per dipingere il silenzio. È nel silenzio che può riprodursi la voce della ninfa Eco2, poco dopo che questo sia stato fecondato dalla parola. Eco è la vetta per la carne, così come la carne è il suo acme. Latini si disperde sonoramente – è voce, ovunque, grazie alle mirabili doti naturali e all’utilizzo di vocoder e microfoni che ne distorcono le frequenze – ed entra nello spazio dell’invisibile. È un uomo, quello dinanzi a noi? O è piuttosto un clown-chimera, aggetto per eccesso, che sta giocando a scomporsi sotto i nostri stessi occhi, che lo colgono sinesteticamente?3
Come scrive Ovidio, "vox tantum atque ossa supersunt: vox manet, ossa ferunt lapidis traxisse figuram" ("Rimangono solo voce e ossa; la voce rimane e dicono che le ossa si mutarono in forma di pietra").
La disperazione dell’amore di Eco, mutata da corpo in sola voce, si fonde a quella dell’inappagato Narciso4, che, da emblema del rifiuto, si tramuta in elemento floreale, emblema di totale dono. Il ribaltamento dei ruoli è il respiro, la biochimica dell’attore-clown-demiurgo che si toglie corpo e voce in Eco, per farsi silenzio e ascolto (e così il pubblico), che si dona in Narciso all’autoinganno per poter rappresentare le illusioni credendole vere: “Quid videat, nescit; sed quod videt, uritur illo, atque oculos idem, qui decipit, incitat error” (“Non sa ciò che vede; ma brucia per quello che vede e l’illusione, che inganna, eccita i suoi occhi”).
Metamorfosi è uno spettacolo-pista, che parla al/del teatro di oggi, il quale necessita sempre di nuove forme – come diceva il buon Čechov5 – per reinventare ciò che è già kthema es aiei6del nostro patrimonio culturale.
Chi scrive, mentre le storie ovidiane smembrate e destrutturate venivano evocate-urlate-implorate-sorrise, ha creduto che non ci potesse essere altro modo che far parlare i classici a un pubblico del XXI secolo d.C.; lo spettacolo si configurerebbe quindi come una pietra miliare per il futuro di un teatro che non abbia tema a scardinare il noto e a ricercare in esso quello che ancora non si era potuto dire/dare.
C’è un coraggio nella ricerca del Fortebraccio Teatro che trova la sua forza nella sua totale disponibilità: è un teatro che non si giudica, ma dona, è un raccontarsi che finisce per spogliare lo spettatore – rubandogli qualcosa senza che questi se ne accorga, se non mentre sta battendo le mani, quando tutto è appena iniziato/finito.
Un dono è, ancora, questo corpo che continua a cercarsi nel labirinto del Minotauro di Creta, bestia e uomo, da cui si fugge, dimenticando la lezione di Borges: “[…] le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole”.7
Avviene spesso inconsciamente che ciò che dovremmo trovare finiamo per distruggerlo, eliminando la possibilità di metabolizzarlo per trasformarci. È rinnegando l’unione tra psiche e sòma, tra lògos e materia che abbiamo creato il nostro mondo, perdendo la lezione di un mostro maestro che vorrebbe dirci forse che è nell’unione dei due capi che si regge l’asse del mondo e che non esiste Verità esclusivamente nel corpo, né Verità esclusivamente nel pensiero.
Ancora, in Borges: “Tutto esiste molte volte, infinite volte”.8
Il pubblico trema nel riverbero del corpo che ora si accascia, in off, ora si alza, in on, ridendo. Un ritorno del celebre quesito amletico. Stavolta, senza l’utilizzo di parola alcuna.
"Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso".9
È la volta di Orfeo. Non del mito, ma del suo dolore. Del suo piangere lacrime al cospetto dei potenti. Non lo si riconoscerebbe, col volto dipinto da clown, senza cetra e chitone, se non fosse per le sue parole. Non è forse questa una iconoclastia della maschera o dei suoi attributi? Non è, ancora, questo un dare linfa a un personaggio che si porta addosso secoli di dolore e rischia che ad esser riconosciuto sia il suo sembiante piuttosto che il suo significato?
Il suo corpo, perché di corpo e grammatica10 è fatto questo spettacolo, è una data emozione e, al contempo, nel viverla, la tramanda a chi lo contempla. In questo passaggio Latini si rivela: giunto ormai nudo di ogni orpello (che ha disseminati per il palcoscenico), è più forte e incisivo che in camouflage. L’uomo, attraverso la parola, espiandola, parla attraverso il clown a tutti gli uomini e come Narciso direbbe a Narciso: “exigua prohibemur aqua” (“siamo separati da poca acqua”).11
Nell’atto conclusivo, l’attore dichiara che l’eccesso di verbo è così annichilente da divenire silenzio: “Parlo parlo parlo e tutto ciò che resta è sordità”.
Catarsi e ouroboro.12
Le parole creano il silenzio. Il silenzio crea lo spazio per la parola.

Altre considerazioni e frammenti di intervista
Senza biodisponibilità di elementi esogeni ad un sistema aperto, cioè in relazione con l’ambiente esterno, non vi sarebbero scambi in ambo le direzioni e la materia, salvo autodegradarsi, non potrebbe scambiare particelle con l’altro-da-sé. Questo vale per tutti i sistemi, fisici, chimici, elettrici. Inorganici e organici. Come l’uomo. Come il teatro. Ho molto insistito sulla biochimica e sulla respirazione cellulare in questa analisi in quanto mi ha molto colpito una risposta che Roberto Latini ha dato durante la nostra chiacchierata a fine spettacolo.

Come le vive la destrutturazione della parola?
"Respirandola".

Per chi avesse assistito allo spettacolo, è evidente quanto l’opera rappresentata ruoti attorno alla parola e alla sua deframmentazione/ricompattazione. Queste ultime avvengono attraverso un meccanismo “incarnato”, non meramente concettuale. Per ogni parola martoriata ci sono un sussulto, uno scatto scapolare, una frenesia. Un non darsi pace del corpo che sta, torna, si muove, in una “scatola nera” di geometrie, microfoni, fiori finti e suoni che si fanno altri dal loro padrone. La voce di Latini pizzica tutte le corde dell’animo umano, dal fastidio allo strazio, dalla passione all’empatica misericordia e si dissolve, significando che lo scopo ultimo della propria fatica sia l’amore, nei versi di Per te, bambina mia di Mariangela Gualtieri. 

"[…]
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
[...]
Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
[...]
Siamo ancora capaci
di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.
[...]
C’è splendore
in ogni cosa.
[...]
Non avere paura.
[...]
L’amore è il tuo destino.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro. Nient’altro"

Amore per il teatro, amore per l’uomo, amore nel dare chiavi ulteriori a una ricerca e spazi alt(r)i per poterla incarnare.

 

Extra 
Ipse dixit:
"Quello che possiamo fare attraverso Ovidio e i suoi i miti è prenderci occasione di quel divenire che ci somiglia da qualche parte, che siamo noi, come siamo noi mentre siamo platea e palco. Quindi provare a stare non di fronte, ma nel mezzo e a tirare nel mezzo le emozioni".

“Mi piace pensare che il materiale prodotto non sia costretto, ma metamorfizzabile, in una capacità di cambiare, di trasformare, di farci cambiare durante e avere costantemente qualcosa di diverso”.

“L’uomo è esposto a un livello che nella condizione del clown mi sembra molto interessante perché questa è una delle pochissime figure che esclude completamente l'attore e il personaggio. È più immediata. Più umana”.

 

Note:
1) Tratto da L’Œil et l’Espit (L’occhio e lo spirito, ed. italiana SE SRL), 1964
2)  Eco, ninfa le cui vicende vengono cantate ne Le Metamorfosi di Ovidio.
3) Si intenda per “sinestesia”, in tal caso, la possibilità per il fruitore di “sentire vedendo” o “vedere ascoltando”.
4) Narciso, sempre cantato ne Le Metamorfosi ovidiane, è quella figura mitologica che diede poi il nome al “narcisismo” nell’odierna psicanalisi.
5) “Sono necessarie forme nuove. Forme nuove sono necessarie!” (Kostja, Il gabbiano, A. Čechov).
6) κτμα ς αεί, “acquisizione perenne”, in Tucidide, La guerra del Peloponneso (opera datata negli anni 400 a.C. circa).
7) da La casa di Asterione, L’aleph, Jorge Luis Borges.
8) ibidem.
9) ibidem.
10) Si intenda per “grammatica”, in questo caso, l’insieme delle regole con cui creare un codice partendo dai segni.
11) Le Metamorfosi di Ovidio
12) In mitologia, il serpente eterno, simbolo della ciclicità delle cose e dell’Infinito.

 

 

Metamorfosi | scatola nera
da Ovidio
di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
organizzazione Nicole Arbelli
foto di scena Futura Tittaferrante
produzione Fortebraccio Teatro
Caserta, Teatro Civico 14, 25 ottobre 2015
in scena 25 ottobre 2015 (data unica)

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