“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 03 Novembre 2015 00:00

Gli spettri di Iago

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È sulle note dello String quartet in F Major di Maurice Ravel che mi appresto a scrivere queste poche considerazioni circa la Coscienza del pensiero.
Si può agire bene o male, consapevolmente o inconsapevolmente. Quello che più sconvolge dinanzi a una strage è forse sentire la voce stessa di colui che l'ha causata spiegare con convinzione le sue ragioni – quelle che lo hanno portato a compiere il suo folle gesto.

C'è, nelle menti dei criminali, un certo narcisismo, una sorta di onanismo contemplativo1 che si rivela sovente nelle trame dei gialli come meccanismo di autosabotazione, grazie alla quale i protagonisti "cattivi" della vicenda lasciano degli indizi ai detective per essere scoperti.
Non fa forse lo stesso il drammaturgo, quando ruba l'anima a un uomo – uno dei qualsiasi che hanno stimolato la sua immaginazione – e la introietta come un siero velenoso prima in un personaggio e poi nel pubblico del futuro –  che all'atto della scrittura ancora non esiste, sebbene pensato –  per costruire in modo (im)peccabile l'eroe del suo plot?
Il drammaturgo inglese William Shakespeare, ad esempio, era solito innestare platealmente i semi della tragedia che si sarebbe poi delineata, ma rendendo questi semi decodificabili solo al culmine dell’opera.
Analogamente, con una intelligente riproposizione dei meccanismi shakespeariani, fa Iago / crocuta crocuta, lo spettacolo con cui Lorenzo Berti, attore e regista del medesimo, ha debuttato al Teatro Civico 14 di Caserta.
Lo spettacolo Berti l’ha ereditato dal suo prima maestro, poi regista e infine collaboratore Roberto Latini, che gliene ha fatto dono in occasione del suo ventottesimo compleanno.
“Iago aveva ventotto anni. Adesso che tu ne hai compiuti ventotto, prendilo, è tuo”.
(Dall’intervista a Berti che è seguita alla rappresentazione)
I due spettacoli, a distanza di quasi sette anni l’uno dall’altro, raccontano la vicenda dell’Otello del celebre drammaturgo inglese attraverso le confessioni di Iago, l’antagonista malvagio e invidioso per antonomasia.
Se lo spettacolo di Latini del 2007 era stato definito “concerto” sonoro, la reinterpretazione di Berti è più vincolata al corpo che alla parola – che alle volte sovrasta la messa in scena e tradisce, suggerendole, le sue origini. La verbosità eccessiva del testo in alcuni punti sembra slittare e sfuggire a Berti, che nonostante questo piccolo neo sa destreggiarsi bene sul palco. Come attore, dimostra nel corso della performance una buona resistenza ai ritmi frenetici che si auto-impone come regista. La corporeità – e il modo di abitarla – è il discorso cui l’occhio dello spettatore presta volentieri orecchio: Berti ora solca con ampie falcate le tavole di legno, ora vi si adagia, esplora lo spazio scenico e vi si ancora fissando la catena che porta il collo ad un gancio.
Iago si scatena, poi si incatena.  In continuazione. È prigioniero della sua libertà di nuocere al prossimo.
A riempire la scena pochi elementi, caricati di significati altri dalla loro morfologia nel corso della narrazione. È ad opera della magia che l’attore sa compiere che uno tra gli spettatori – o tutti, se il mesmerismo è sapiente – vede qualcosa credendo sia quello che non è. Così, le nove aste da microfono di diverse altezze sul fondo della scena diventano sbarre di una cella, finestre di una casa, alberi, commilitoni, amici ubriachi. “Il compito dell’arte è rendere visibile l’invisibile”, diceva Paul Klee.
Lo spettacolo inizia con una confessione del protagonista delle scellerate vicende dell’Otello: il vero demiurgo. Iago.
Iago si presenta a noi – si racconta e svela le trame del suo arazzo d’inganni – ciò che, invero, lo condanna ad essere Iago.
“Se fossi Otello, di sicuro non vorrei essere Iago” , confessa durante il monologo attraverso le parole di Shakespeare: “Questi onesti babbei, per conto mio, si meritano solo le frustate. Ce n’è però di tutta un’altra tacca, che, azzimati e attillati, il volto sempre atteggiato all’ossequio, son bravissimi a farsi i fatti loro; essi, sbattendo in faccia ai lor padroni solo la mostra dei loro servigi, si fanno prosperi alle loro spalle; e, quando si son bene impannucciati, badano solo ad ossequiar se stessi”.
A queste parole seguono fatti – o, meglio, racconti dei suddetti. Berti-Iago interpreta, alle volte in maniera caricaturale, altri personaggi coinvolti nella vicenda – Brabanzio, Cassio, Roderigo, Desdemona, Otello; presta loro la sua voce e il suo corpo, scompaginando i fili tanto capziosamente intrecciati. L’attore riesce a dipingere con il corpo e con la voce diversi personaggi, avvalendosi addirittura di un raffinato escamotage: indossando una lente oculare di colore scuro che aumenta le dimensioni dell’iride e con una particolare tecnica mimica conferisce al personaggio di Roderigo una sua immediata ed efficace indipendenza estetica dallo Iago-narrato con cui dialoga.
Roderigo, come gli altri personaggi, sono però tutte narrazioni che passano attraverso un unico filtro: quello dello Iago-narrante, il quale racconta tutto dalla sua deformata prospettiva che lo mette boriosamente al di sopra di tutti gli uomini. Non è detto dunque che quello che lo spettatore vede narrare corrisponda al vero.
Sarà Iago stesso ad ammettere di essere un perenne inganno:  “Io non son dentro quel che sembro fuori”.

Il potere della relatività in fisica
(Sebbene il titolo sia ingannevole, questo paragrafo non parlerà di Albert Einstein).
Le nostre percezioni cromatiche sono ingannevoli. Lo evidenziano i numerosi studi elettromagnetici e, con un piccolo esperimento riproducibile in casa, il cosiddetto “effetto Gelb”. Se si illumina con un fascio di luce un cerchio di carta di colore nero (sospeso, non appoggiato ad una superficie), questo apparirà grigio, se non addirittura bianco. Se invece ad esso accostiamo un cartoncino bianco, l’occhio immediatamente corregge la sua percezione, rivelandoci che il cerchio è in realtà nero. Per questo stesso motivo noi vediamo chiara la Luna, le cui rocce sono color antracite (per il lettore desideroso di approfondire: Luce bianca della luna).
"Quando un oggetto viene colpito dalla luce, le radiazioni elettromagnetiche che compongono la luce stessa interagiscono con la materia che costituisce l'oggetto. La luce viene in parte assorbita e in parte riflessa. L'oggetto appare del colore della radiazione che viene riflessa. Se la luce è assorbita del tutto, l'oggetto appare nero; se è tutta riflessa, l'oggetto appare bianco. Quale colore sia assorbito dipende dalla natura chimica del composto" (La luce e la materia).
È affascinante considerare che a noi si manifesta, della superficie di un oggetto, un colore che non appartiene all’oggetto, ma è in realtà ciò che l’oggetto sta respingendo – una radiazione luminosa dello spettro fotometrico che cade nel visibile (si chiama così il tipo di luce visibile all’occhio umano). Il nero è nero perché assorbe tutti i colori – il rosso, il verde, il blu e le loro proli – mentre il bianco li respinge, tutti.
Fatta questa piccola premessa, chi può dire che Iago sia “malvagio” e Otello, invece, un “puro”?
Non è forse quello stesso Otello a riempire dei peggiori insulti la donna che ama (“Whore!”, “Puttana!”) solo perché qualcuno gli ha raccontato una favola, arrivando persino ad uccidere – Desdemona e, infine, da vigliacco ravveduto, sé stesso?
Iago si è potuto insidiare attraverso una crepa nel muro, che non è di Iago, bensì di Otello.
Otello non è una vittima, né un buono corrotto: non c’è in lui il bene, né l’amore. Solo la ventura di essere stato baciato da un altro sole, che Iago riconosce e che brama per sé. L’unica nota positiva che riscontro in Otello è la sua partecipazione ad un senso dell’etica, in Iago completamente assente. È proprio questo a dargli il potere di agire.
Quando però Iago tenta Cassio con le baldorie tra compagni, è Cassio a lasciarsi sedurre.
Chi può dire, inoltre, che Iago sia un uomo peggiore di uno disposto a dare via tutti i suoi soldi (Roderigo), vendendo tutte le sue proprietà, per una donna?
Iago non è solo un personaggio, uno scuotitore di anime. È la parte insana della nostra coscienza e crudele è il destino del suo personaggio, che assomiglia a un “Promèteo incatenato”.

Promèteo:
   [...] aver morte non posso!
   Morte, sarebbe dei travagli il termine:
   niun fine invece è a me dei guai prescritto,
   se di Giove il poter prima non crolla.

E, ancora

Ermète:
   Prima, quest'aspra
   rupe, col fuoco e col celeste folgore
   il padre squarcerà, vi asconderà
   le membra tue, ché una petrosa branca
   le stringa. Dopo lungo ordine d'anni,
   di nuovo a luce tornerai. Ma il cane
   di Giove alato, l'aquila cruenta,
   voracemente il corpo a gran brandelli
   da mane a sera ti dilanierà,
   senza invito rependo, del tuo fegato
   a banchettar l'epula negra. E termine
   di tale strazio alcuno non attendere [...]

Nessuno tra il pubblico può liberare Iago da sé stesso, fargli da cartina al tornasole.2 Nessun altro è presente sulla scena. Resta solo la mano del drammaturgo, da implorare.
“Aspetta... aspetta” – chiede l’attore, uscito di scena, dall’altra parte del palco.
È una apostrofe di Iago alla mano di Shakespeare che lo ha creato così crudele?
È un voler spolpare il frutto concepito dallo scrittore per lasciare il suo seme nelle mani di un personaggio aberrante e destinato a rimanere tale in tutte le sue “reincarnazioni”?
Iago non può essere altri da sé stesso, è il suo creatore a volerlo. Egli, impotente davanti alla sua natura, eternamente compie il male. Ogni volta che un lettore accarezza una pagina dell’Otello, ogni volta che un autore e un attore provano a mettere in scena le sue macchinazioni.
Cosa c’è di più triste di un personaggio condannato in tutte le sue evocazioni e resurrezioni?
Iago è un captivus, termine che ci è stato tramandato con “cattivo” e che originariamente non significava uomo malvagio, ma uomo prigioniero.

Lo spettro della memoria visibile
Dopo aver abbozzato il concetto di spettro del visibile, c’è un altro spettro di cui mi preme parlare: quello dei ricordi di Iago.
A chi scrive piace pensare che, attraverso la ciclica messa in scena della tragedia ordita, lo spirito del personaggio di Iago possa cercare la sua espiazione.
Questa ciclicità però non conosce interezza, ma la frammentarietà degli amarcord, l’incostanza da limbo dei déjà vù – la narrazione procede con fare ellissoidale attorno al nucleo portante della tragedia: l’omicidio di Desdemona.

OTELLO: Pensa ai peccati tuoi.
DESDEMONA: I miei peccati son l’amore per te.
OTELLO: Per questo muori.
DESDEMONA: Quella morte che uccide per amare è cosa innaturale. Ohimè, perché ti mordi così il labbro? Sei tutto scosso da un’ira di sangue.Son brutti segni; ma io spero, spero che non si volgano contro di me.

Questo nucleo drammatico, nella rappresentazione di Berti, è a sua volta una memoria minima del testo originale, totalmente smembrato. Rimontarlo pezzo per pezzo spetta all’attore e lo farà, attraverso dialoghi apparentemente confusionari all’inizio, roteando in afelio (Brabanzio, Roderigo, Cassio) e perielio (Otello e Desdemona). Il dialogo, nella sua ultima rappresentazione, passa attraverso una possente maschera di caprone nero. Per chi scrive non è una allusione al “Moro”, ma alla mostruosità del sentimento che si impossessa di lui, paradigma dell’interruzione del contatto con la realtà di cui innumerevoli uomini (lo direbbero adesso “raptus”) si sono macchiati nei secoli. Otello, in fondo, è come Iago. Distrugge quello che crede di non possedere (più).
Il proiettore illumina il corpo di Berti, incollando la sua ombra sulla parete, fusa assieme a quella della maschera mostruosa. La voce si adagia a questo nuovo corpo chimerico e bidimensionale, nei toni sommessi di Desdemona e in quelli imperiosi di Otello – modulati dall’unico attore in scena. Otello e Desdemona sono così vicini da bagnarsi della reciproca saliva, parlando, eppure restano isolati nelle loro distanze, sotto il peso della maschera che copre i loro volti e li costringe a guardare un universo deformato: per reggere il peso della maschera l’attore deve restare con il capo chino. Questa chiusura emotiva è rappresentata con un altro emblematico elemento: la catena.
Frammenti di dialoghi, confessioni, turpiloqui, provocazioni, difese, si susseguono a brandelli nella rievocazione che fa lo Iago confessore. Quando si rappresenta, incarnato nelle vicende di cui si fa artefice da quasi mezzo millennio, Iago è un ologramma, fantasma di sé stesso.

Ipse dixit
Iago attraverso le parole di Lorenzo Berti – estratte da una  breve intervista:
“Iago lo rivedo molto nei nostri coetanei: una generazione di persone che pensano di dover avere tutto senza far niente”.
“Iago vorrebbe essere un altro, non potendo, distrugge tutto”.
“Iago, incatenato, sta raccontando le sue efferatezze mentre i suoi carcerieri lo stanno torturando. Per me dall'altra parte della cella c'era Roberto con il suo Iago”.

 

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Note:
1) L’atto dell’osservare con intenzione/ammirazione sé stessi compiere un’azione, compiacendosene. 
2) In chimica, una speciale carta “sensibile” al pH che rivela l’acidità o la basicità di una soluzione, immersola in essa.

 

 

 

Iago / crocuta crocuta
di e con Lorenzo Berti
musiche e suoniGianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
organizzazione Nicole Arbelli
produzione Fortebraccio Teatro
lingua italiano
Caserta, Teatro Civico 14, 24 ottobre 2015
in scena 24 ottobre 2015 (data unica)

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