"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 13 Dicembre 2015 00:00

Diritto di un giunco protestante

Scritto da 

Se mi venisse chiesto di scegliere una sola parola per questo spettacolo, sceglierei “tenue”, perché questo insieme di lettere ha radici nel sanscrito tan, prima che nel greco ten, e distende i suoi rami al cielo come un’attesa – l’eterna tela del divenire che racconta Diritto al martedì, fotogramma per fotogramma.
Sarebbe però più corretto parlare di bozzetto, come i tanti narrati dalla protagonista attraverso parole incagliate in un fondo di bottiglia.
Ad essere versati da questa, in sola uscita e senza ritorno, i versi dei poeti russi che non consolano l’innamorata di Ejinar, protagonista di un abbandono e di una vita fatta di stasi, prima di un ultimo fotogramma-bozzetto in dissolvenza.

Ispirato a Il giunco mormorante di Nina Berberova, l’adattamento teatrale di Linda Dalisi racconta di una pittrice, rifugiata russa a Parigi al tempo della guerra, e delle sue attese. L’attesa dell’uomo amato, che coincide con quelle dell’inizio e della fine della guerra, e tutte le attese dentro queste attese: l’attesa della vita, nell’angusta stanza in cui lei e lo zio si rifugiarono per quattro anni, l’attesa di un tempo di reazione, di reinvenzione, vissuta nel disfacimento corporeo delle mani dello zio – ribattezzato Secolo XIX – l’attesa che la bottiglia si riempisse e vi si potesse galleggiare dentro, per raggiungerne almeno l’orlo e riacciuffarsi fuori, al sicuro, lontano da orologi comandati e lettere rispedite al mittente.
Principia con una elegante dichiarazione questa messa in scena: lo spazio scenico viene delimitato come in un rituale magico – uno spazio sacro – in cui lo spettatore sa che dovrà porre tutto il suo abbandono e concedersi al “patto narrativo”.
Il confine tra io-narrante e spettatori viene raffigurato come una porta, che si apre per caso e per caso si richiude: è una dichiarazione d’esistenza. Il teatro esiste, da ambo le parti, e chi guarda a sua volta è guardato.
Ce lo ricorda Valentina Acca, protagonista della piéce, che attraverso un immaginario spioncino guarda contemporaneamente a noi, alla Storia e alla storia che la Berberova sussurra tra le pagine del suo racconto intimo e feroce.

Le mani
È una rappresentazione questa che incentra la sua forza nel potere evocativo dei gesti. La parola è un’altra lingua e serve a fare da collante al corpo con cui l’Acca si fa prisma irradiato di luce: un arcobaleno espressivo in cui vediamo Ejinar, Secolo XIX, una ballerina, un’antologia suicida di poeti o la moglie di Ejinar vivere, mutare, soffrire, estinguersi. Sembra quasi di vederlo Ejinar, mentre l’Acca gli tiene saldamente la mano sull’autobus. Acca diviene poi Ejinar stesso che tiene la mano della protagonista, saldamente, nonostante i rimbalzi ritmici – figuràti! – dell’autobus. Sono l’una il prolungamento dell’altra, nel corpo della sola attrice.
Queste stesse mani si perdono, per rincontrarsi molti anni dopo, lasciando posto a ben altre mani.
Sono quelle di Secolo XIX, celebre zio poeta della pittrice, dalle mani deformate dall’artrite. Una immagine a mio avviso profondamente allusiva di un secolo che, davanti alla guerra, ha perso la sua capacità di creare e difendere, abbandonando a sé i figli di quello che sarebbe stato XX. Istituendo uno spietato parallelismo, quello della russa potrebbe rivelarsi il dialogo tra i giovani adulti della nostra epoca e gli anziani della precedente che, citando Francisco de Goya,1 stanno divorando i loro stessi figli, come a suo tempo Saturno.

I bozzetti
Espediente narrativo, i bellissimi bozzetti, disegnati dalla Dalisi, raccontano il tempo, le scelte, si fanno maschera, lettere, provocazione: Valentina Acca ne accosta uno al viso – che rappresenta Emma, la donna che Ejinar sposerà poco dopo essere arrivato da Parigi nella sua città natale, tradendo la loro promessa d’amore; altri disegni vengono disposti con cura a terra dopo essere stati mostrati al pubblico per ammassare gli anni del Secolo scorso; su un cavalletto quattro di essi vengono disposti a formare le vetrate di una finestra su cui, provocatoria, la pittrice incolla un quinto disegno con sopra raffigurato un uccellino, posato su quel ramo al di sotto del quale eserciti avevano transitato e distrutto ogni speranza di ritorno alla bellezza. Geometricamente disposti a semicerchio, quasi come se l’attrice si costruisse un palco nel palco stesso, servono come fotogrammi tristi del rifiuto, della preoccupazione, della manomissione del sentimento che Ejinar compie alle spalle della donna cui aveva promesso amore eterno.
Nonostante questo bieco tradimento, ella accetta di raggiungere i coniugi in vacanza in Italia, con la tiepida speranza di poter trascorrere del tempo con l’ancora amato, invano.

“Pensavo al passato lontano e a quello assai prossimo, a Emma, a Stoccolma, al mio futuro, che senza Ejnar mi sembrava impossibile, e con lui irrealizzabile”
2

La “no man’s land”
È qui che forte si fa la voce della Berberova, attraverso le parole della Acca.
"Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria 'no man’s land', in cui si è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla".3
La terra di nessuno non è un luogo desolato, bensì uno spazio vitale accuratamente ricavato tra la vita pensata e quella vissuta. Lo spettatore la può (intrav)vedere mentre la protagonista dipinge su un immaginario cavalletto o quando si avvicina –  ed il buio cala sul resto della scena – e pare il tempo si dilati (se ne ha proprio la sensazione fisica). Esistono un “nord-est”, terra (in)definita, dove tutto ha fine, e una terra dove nessuno ha potere sulla vita dell’altro, da custodire gelosamente, preservando il mistero suo e dell’altro-da-sé.
"L’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, o un giorno al mese: vive di questa sua vita libera e segreta da una sera (o da un giorno) all’altra, e queste ore hanno una loro continuità. Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo, oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la 'linea generale' dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s’è mai incontrato con sé stesso, e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno, e in nessun altro tempo e luogo. (…) In questa 'no man’s land', dove l’uomo vive nella libertà e nel mistero, possono accadere strane cose, si possono incontrare esseri simili, si può leggere e capire un libro con particolare intensità, o ascoltare musica in modo anch’esso inconsueto, oppure nel silenzio e nella solitudine può nascere il pensiero che in seguito ti cambierà la vita, che ti porterà alla rovina o alla salvezza. Forse in questa 'no man’s land' gli uomini piangono, o bevono, o ricordano cose che nessuno conosce, o osservano i propri piedi scalzi...".4
Quello dell’autrice de Il giunco mormorante è un importante invito all’umanità, cui vengono costantemente tese una serie di trappole – potremmo dire noi oggi sicuramente quella del consumismo, così come un vittoriano avrebbe potuto dire il moralismo o un europeo del milleseicento sicuramente il timor dei e il tribunale dell’Inquisizione. L’umanità ciclicamente tende a mettere il piede in fallo e a cadere, soggiogata da preoccupazioni, superstizioni, piccole viltà che sono rese possibili solo quando la mente e lo spirito non vengono educate alla coltivazione dei propri spazi interiori. L’omologazione, strumento di controllo che già agli albori del Novecento aveva traumatizzato l’uomo del tempo, tanto da spingere Alfred Binet a scrivere il primo saggio sulla “pluralità dell’Io”, è uno dei peggiori mali che l’uomo del XX secolo, assieme a quello del XXI, si ritrova ad affrontare. Ejnar si adagia sulle scelte facili, su un matrimonio che gli garantisca serenità quotidiana e rinunzia così per sempre alla donna che ama, scientemente, chiedendole un incontro carnale in assenza di Emma. La protagonista, rivendicando sé stessa, le lettere rispedite al mittente, gli anni d’attesa, i fondi di bottiglia e le mani sul tram che si scioglievano in una promessa tradita, sceglie di abbandonare Ejnar, per sempre.

Antologia di martiri
La “no man’s land” della Berberova ispira la Dalisi, al punto tale da farle dedicare questo non-luogo ai maggiori poeti suicidi o violentemente uccisi (Woolf, Puskin, Majakovskij). Questo spazio vitale assume qui i connotati di una volontaria eresia: un esilio da cui ogni volta è difficile tornare poiché poco sovrapponibile al mondo reale. È quel confine la cicatrice da cui artisti, scrittori, poeti hanno sanguinato almeno una volta nella vita e il flusso cremisi talvolta, nella Storia che ci narriamo, ha tracimato al punto tale da distruggere ogni ponte tra i due mondi.

"Il mio incontro con Ejnar aveva avuto luogo nella no man’s land. Poi era successo quello che talvolta succede: la seconda vita era cresciuta e aveva cominciato a mettere in ombra la prima. Allora eravamo a quello stadio dell’amore in cui non si riesce a pensare a nient’altro. Ed entrambi sapevamo cosa sono il segreto assoluto e la libertà assoluta".5

Alcune considerazioni sulla recitazione
Valentina Acca si può certamente dire una Professionista: lentamente cresce nel corso della performance, dimostrando un grande senso della misura; non carica eccessivamente il suo personaggio per renderlo “forte”, “d’impatto”, ma sapientemente attende che esso maturi e si riveli nel corso della narrazione. È così che una lacrima sgorga inaspettatamente dai suoi occhi, mentre parla sommessamente della separazione dell’amato. La donna-non protagonista – perché in fondo tale si rivela, siccome di lei non arriviamo a sapere nemmeno il nome – appare un pretesto quasi per permettere alla storia di essere narrata, alla guerra di essere raccontata da una immaginaria finestra, all’amore di essere svenduto per una certezza da poco, alla poesia per essere condannata per la sua verità, all’uomo per essere spettatore del suo tempo, anziché suo autore.
Della Acca si apprezza inoltre la capacità di interpretare una donna russa senza rendere caricaturale il suo accento. È una provenienza suggerita dalle strettoie che il suono prende, quando si incanala lungo la “e” e la “i”.
Ancora, bisogna considerare l’ottima capacità di “rendere visibile l’invisibile” e far firmare il patto narrativo allo spettatore anche quando si siede su uno sgabello inesistente o dipinge un panorama che non c’è – ma che magicamente appare agli occhi del fruitore.
Evocative le sequenze dell’autobus e quella con cui si sono voluti rappresentare, riassumendoli, i modi in cui si sarebbero suicidati i grandi letterati degli ultimi due secoli. A questi è seguito un tappeto vocale, in dissolvenza, con i loro nomi pronunziati dall’attrice.
La Acca stessa in questo spettacolo intraprende un continuo processo di dissolvenze alternate a fulgidi lucori: si annulla e si ricrea nei personaggi del libro, splendendo a brevi sprazzi, illuminata alle spalle da una luce verde – allegoria del fondo di una bottiglia attraverso cui guardare liquidamente il mondo.

Ipsa dixit – Dall’intervista all’attrice:

"La poesia è un’arma".

"Il discorso sui sucidi è collegato al discorso della no man's land, terra di nessuno che è terra del Tutto, del proprio spazio, del mistero, della libertà che rimane tale in una storia d'amore. Credo la Berberova ci stia dicendo che conservare il proprio mistero è conservare il mistero dell'altro, un bellissimo pensiero rispetto all'amore, secondo me".

"Il concetto del disegno in cui il particolare viene aggiunto o il ridisegnare ex novo la realtà che circonda la protagonista è stato per noi un elemento molto importante nella costruzione della storia. Inoltre, adoro i disegni di Linda e vorrei sperimentare sempre di più con questi strumenti".

 


N.B.: su Diritto al martedì si veda anche: Caterina Serena Martucci, No man's landIl Pickwick, 4 febbraio 2015

 

 

Diritto al martedì
da Il giunco mormorante
di
Nina Berberova
drammaturgia e regia
Linda Dalisi
con Valentina Acca
luci Giuseppe Stellato
aiuto regia Francesca Giolivo
produzione stabilemobile compagnia Antonio Latella
con il sostegno de l'Asilo
lingua italiano
durata 1h
Caserta, Teatro Civico 14, 5 dicembre 2015
in scena 5 e 6 dicembre 2015

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Note al testo:
1) Saturno devorando a un hijo, (Saturno che divora uno dei suoi figli), olio su tela, museo del Prado, Madrid
2) Il giunco mormorante – Nina Berberova
3) Ibidem.
4) Ibidem.
5) Ibidem.

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