“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 30 Ottobre 2015 00:00

La mente umana, teatro della schizofrenia

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Schizofrenia. La prima parola suggerita da Elettrocardiodramma è schizofrenia; è la prima a cui pensiamo durante la visione, è la prima che profferiamo tra noi e noi alla fine dello spettacolo: schizofrenia. Non è pero parola che si possa lasciare qui “appesa” come sintesi estrema – e quindi estremamente parziale – di ciò a cui abbiamo assistito. Perché Elettrocardiodramma, con cui Leonardo Capuano ha chiuso la seconda edizione di “Per voce sola” al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, è un viaggio intorno ai meandri contorti della psiche, un viaggio affrontato col mezzo di trasposto del nonsense, adoperato per percorrere la via del teatro, solco in cui incanalarlo, binario lungo il quale seguire l’itinerario di questa complessa articolazione scenica per io monologante.

È aspra la strada che percorre Leonardo Capuano, sceglie il gioco del teatro per confondere i piani della realtà e della finzione, per intrufolarsi in un ambito complicato, per percorrere il quale si affida ad una affabulazione balbuziente, come a voler rimarcare le sincopi di un discorso necessariamente improntato alla discontinuità del senso compiuto, proprio perché snodato lungo anfratti psichici, percorsi della mente che si offrono alla visione.
Il gioco del teatro sovrappone e confonde, avvalora il senso schizofrenico del testo con immagini improntate alla contraddittorietà: Leonardo Capuano appare in scena in abito da donna, calzando ai piedi mocassini da uomo e sembra volerci dire che non conti poi tanto se il personaggio (o i personaggi) a cui darà vita e voce, corpo e parole, sia (siano) di genere maschile o femminile. Si muove a tempo di musica come se fosse un insegnante di aerobica, atteggia la propria micromimica facciale storcendo la bocca o allargandola in un sorriso che somiglia a tratti a un ghigno beffardo, muove avanti e indietro una gamba a ritmo della musica come se scandisse i tempi del suo stare in scena; e intanto balbetta un monologo che diventa conversazione a più voci, voci tutte che sembrano parlare all’interno di un’unica scatola cranica, scena ulteriore entro la quale avviene il dramma incompiuto di una psiche: che egli parli col suo amico immaginario, che stia inseguendo la donna amata attorno al tavolino che è in scena, che dialoghi con un fratello, o che inviti la madre malata a spararsi, tutto ciò avviene nel cupo antro di una specola mentale. Dettaglio: di questo chiuso antro si offre spettacolo, sicché lo spazio chiuso di una psiche in dialogo coi propri spettri si riproduce sullo spazio chiuso di un palco, aperto su un lato per offrirne visione ad un pubblico, destinato ad essere spiazzato, a cercare di seguire un evolversi logico narrativo che narrativo non è e che è invece desultoria frammentazione, declinazione grottesca e per ampi tratti comica di una affabulazione antinarrativa.
“Mi piacciono i sogni. Faccio tutto nei sogni” è una frase di Elettrocardiodramma che ne delinea l’ambito e ne suggerisce il senso: siamo dinanzi ad una proiezione della mente che si offre in visione, con le sue paturnie, i suoi conflitti irrisolti, le sue difficoltà relazionali; e c’è un dramma di fondo, un dramma sullo sfondo, specchio reale delle proiezioni mentali di cui appare generatore: la malattia, il dolore, il disagio di una condizione oggettiva trasbordano nel soggettivo pensato, immaginato, ma comunque vissuto nel chiuso di un apparato mentale, nel quale il reale si deforma e si trasforma, un apparato mentale nel quale i rimedi alla malattia, al disagio, al dolore, assumono la forma indefinita di un farmaco invano richiesto, panacea miracolosa che non esiste, se non nella bizzarra proiezione di un’immaginazione in volo.
La strutturazione drammaturgica di Elettrocardiodramma è spiazzante, come se volesse trovare nella apparente mancanza di senso il grimaldello per scardinare le coordinate del sentire comune e nel varco così aperto insinuare una visione, allucinata, stralunata, balzana, eppure contenente la verità di fondo di una schizofrenia esposta nella sua naturalità, unico filtro la scena, espediente il teatro.
La forma che assume sulla scena il lavoro di Leonardo Capuano è bizzarra e poetica, riproducendo tra scena e platea quella frizione fra finzione e realtà che lo ispira; come un abile puparo che si diletti a far abitare il proprio personalissimo teatrino dalle sue marionette, Capuano giostra i propri demoni entro un campo mentale che ha la forma di un teatro; li anima, li fa vivere, li connota come essenze teatrali di proiezioni oniriche e mentali, portandoli in scena ed affidando la loro comunicazione alla stramba impalcatura verbale del nonsense. Per questa ragione Elettrocardiodramma spiazza, lasciandosi dietro una scia immediata di perplessità e stupore, destinata a sedimentare nell’animo dello spettatore, per poi lasciarsi assaporare, col rilascio graduale che ne segue la visione, col gusto agrodolce delle cose che hanno bisogno di fermentare per essere gustate appieno.

 

 

 

 

Per voce sola
Elettrocardiodramma
di e con Leonardo Capuano
assistente alla regia Elena Piscitilli
luci e impianto scenico Corrado Mura
foto di scena Manuela Giusto
produzione 369gradi, Armunia Festival Inequilibrio
lingua italiano
durata 55’
Salerno, Piccolo Teatro del Giullare, 23 ottobre 2015
in scena 23 ottobre 2015 (data unica)

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