“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 10 Marzo 2015 00:00

Psicodramma in un interno

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Protagonista di Qualcosa che non ho detto è l’omissione; come da titolo, riempie la scena – dominata dal bianco – un’assenza concettuale; protagonista di Qualcosa che non ho detto è la rimozione. Abitano l’assito, anch’esse di bianco vestite, d’un bianco che nel singolo dettaglio sfuma e ne connota i tipi umani, tre donne, ciascuna portatrice di un vissuto differente e differentemente complesso. Si ritrovano, in maniera apparentemente inspiegabile, in una camera d’albergo per dover svolgere una non meglio intesa terapia di gruppo; qui i loro vissuti progressivamente emergono in tutta la loro personale problematicità: ciascuna custodisce, più o meno consciamente, un dramma vissuto, un trauma subìto, un linfoma dell’anima sottaciuto.

Il realismo dell’ambientazione è solo apparente: la stanza d’albergo che le ospita potrebbe benissimo essere la camera asettica di un nosocomio; le tre donne sono, di fatto, tre pazienti – tant’è che aspettano un fantomatico dottore – sono tre quadri bianchi in attesa di essere dipinti, come bianchi e di diversa misura sono i tre pannelli appesi alle pareti, privi di cornice, spogli e ridotti all’essenza, come all’essenza ed alla radice del proprio vissuto anelano ad essere condotte le tre donne, tra le quali si instaura un rapporto polivalente e variabile, di comprensione e contrapposizione.
Si diceva dell’ambientazione apparentemente reale: più che un luogo fisico, la stanza in cui le tre donne sono confinate/costrette è un luogo interiore, è una dimensione inconscia strappata al reale; non è un caso che borse, bagagli, telefoni, orologi, tutto quanto possa legarle ad un di fuori reale, sia lontano dalla loro disponibilità, dimenticato o trattenuto chissà dove, perché la loro presenza in quella stanza le vede avulse da qualunque contatto col mondo esterno. E non è un caso che una delle tre donne entri in scena spaesata con un balzo che sarà lo stesso col quale uscirà dal racconto del proprio sogno: dimensione onirica, faglia creata con la realtà, astrazione dal reale, Qualcosa che non ho detto porta a spersonalizzare i personaggi – che difatti non hanno nome – per ridurli ad essenze, a ipostasi psicologiche, a tipi umani esemplari di tre diverse forme di difficoltà interpersonale, a profili caratteriali reciprocamente differenti.
Dramma psicologico – a tratti psicodramma – Qualcosa che non ho detto prova a scandagliare le sfaccettature di un inconscio molteplice raccontando tre diverse forme di disagio relazionale: il rapporto con una madre, con un partner, con il proprio figlio. L’elaborazione del lutto e la sublimazione della colpa sono i moventi occulti della compresenza delle tre donne nella camera del fantomatico albergo, camera che somiglia sempre più, nel procedere del disvelamento drammaturgico, ad una sorta di limbo post mortem, anticamera di un’ordalia demandata ad una figura demiurgica (il dottore che non vedremo mai e che apparirà di riflesso solo sotto forma di un bagliore proveniente da un lato della scena e verso il quale, a turno, ciascuna sarà attratta).  
Mantenendo viva una buona tensione drammaturgica che sceglierà di non approdare ad un vero e proprio climax, Qualcosa che non ho detto nel chiarore diafano della propria partitura si dimostra drammaturgia coerente e discretamente strutturata, sebbene piuttosto convenzionale, che cerca di raccontare paure ancestrali, in una notte della psiche che si risolverà nell’attesa di un nuovo giorno, in cui l’omissione, la rimozione ed il non detto cederanno il passo alla consapevolezza ed all’accettazione, rendendo le tre donne capaci di uscire dalla gabbia della propria mente per riappropriarsi di un contatto con l’esterno affrancato dalle problematicità che le avevano confinate nel chiuso di una stanza e messe a confronto con la proiezione del loro inconscio.
Precisa ed essenziale la regia di Mirko Di Martino, attenta nel contrappuntare con la gestione delle luci di scena i momenti psicologici di confronto e contrapposizione fra le protagoniste, ben centrate nel connotare i propri ruoli.
Dramma psicologico in un interno, dignitoso per fattura, Qualcosa che non ho detto trova compimento nel superamento di quella rimozione che è alla base del suo impianto. E il suo compiersi è una porta aperta verso l’attesa di quel che potrà venire poi.

 

 

 

 

Le theatre en hiver
Qualcosa che non ho detto
testo di Mariarosaria Pignatelli
regia Mirko Di Martino
con Cinzia Annunziata, Fortuna Liguori, Mariarosaria Pignatelli
organizzazione SuBEventi
foto di scena Paola Manfredi
lingua italiano
durata 1h 10’
Castellammare di Stabia (NA), Teatro Marcovaldo, 6 marzo 2015
in scena 6 marzo 2015 (data unica)

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