“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Mercoledì, 31 Dicembre 2014 00:00

Due Maurice per un Bolero

Scritto da 

Il 28 dicembre si pù ricordare la scomparsa di uno dei più grandi musicisti francesi di inizio XX secolo, il compositore Maurice Ravel, avvenuta nel 1937 in seguito a complicazioni post-operatorie riguardanti un'atrofia cerebrale dell'emisfero sinistro di tipo degenerativo. Nato il 7 marzo 1875 a Ciboure, centro della regione basca ai confini con la spagna, iniziò i suoi studi di pianoforte da giovanissimo presso il Conservatoire International de Musique di Parigi sotto la guida di Gabriel Fauré.

Nei lavori di Ravel si ritrovano diverse influenze musicali: dall'impressionismo del suo contemporaneo Debussy, all'incontro con George Gershwin ed il Jazz statunitense come lo si percepisce nel movimento intitolato Blues; dalla musica asiatica e sovietica alle sonorità tradizionali delle canzoni popolari europee. Il brano certamente più celebre è il Boléro, "composizione per orchestra senza musica" come egli stesso lo definì, nonostante sia a tutti gli effetti un pezzo per esecuzione sinfonica.
Il Bolero è una danza di origine spagnola, caratterizzata da un tempo in ¾ e ritmo ossessivo, il più delle volte eseguito da tamburi incalzanti.
La musica, della durata media di quindici minuti, gli fu commissionata dalla danzatrice russa Ida Rubinstejn (già membra dei Ballet Russess di Djagilev), interprete delle coreografie firmate da Bronislava Nijinska per un balletto diretto da Walter Straram, andato in scena in prima il 22 novembre 1928 all'Opéra National de Paris. La sinossi della versione originale dell'opera, vedeva la stessa Rubinstejn nei panni di una sensuale gitana, la quale danzando su un tavolo di una taverna andalusa suscitava fascino ed eccitazione richiamando attorno a sé i giovani gitani. Nonostante i rapporti tesi col vate dei Balletti Russi lo avessero allontanato dall'idea di comporre brani per la danza, Ravel cedette alle insistenze della ballerina creando un'opera di assoluta complessità matematica, tanto che uno studio pubblicato sull'European Journal of Neurology (2002) non esclude gli effetti della neuropatia del compositore all'interno del celeberrimo componimento.
Da allora sono stati molti i coreografi che si sono avventurati fra le righe della partitura di Ravel reinterpretandone le note attraverso il movimento. Ricordiamo come esempio il danzatore italo-ungherese Aurel Millos e la sua versione nella quale un demone si impossessa di un gruppo di clienti di una lurida taverna, Roland Petit ─ fondatore dei Ballets de Paris e maestro del  pas de deux  nel balletto narrativo di epoca moderna ─  e più recentemente il coreografo belga Sidi Larbi Cherkaoui che ha rivisitato la musica su commissione dell'Opera Garnier nel 2013. Ma il sodalizio perfetto fra danza e suggestioni latino-americane lo si ha nel 1961 grazie ad un altro genio artistico, anch'egli di nome Maurice, coreografo pioniere del balletto contemporaneo francese, direttore del Ballet du XXème Siècle: Maurice Jean Berger, in arte Maurice Bèjart.
La versione bejartiana abbandona le atmosfere folkloriche e gli echi ispanici che ispirarono Ravel, elimina quel carattere "ambientale" e popolare, sfrutta il crescendo ritmico per innalzare la danza ad un livello ritualistico e parossistico, osannando il corpo a strumento di voracità sensuale, di incandescenza carnale, come accade anche nella Sagra della Primavera. Gli uomini sono attratti in un gioco di geometrie concentriche dal magnetismo femminile, catturati come in un vortice da questo punto focale dal quale si irradia l'energia della danzatrice che entra in una sorta di catarsi ripetitiva dovuta all'instancabile alternanza fra battere e levare del plié. Bejart attraverso la sua creazione parlò della musica di Ravel come un "simbolo del femminile, morbido e caldo, di una inevitabile unicità che si avvolge senza posa su se stessa, un ritmo maschile che restando invariato va aumentando di volume, intensità e desiderio, divora lo spazio inghiottendo infine la melodia stessa".
La prima interprete del balletto di Bejart fu Duska Sifnios, seguirono poi nell'arco di cinquant'anni grandi stelle della danza internazionale quali Maya Plisetskaya, Silvie Guillem, Elisabeth Ros e le italiane Luciana Savigliano e Grazia Galante.
Inno alla bellezza del corpo, simbolo di un teatro totale ed evocativo diventò la pièce quando la parte principale fu affidata ad un interprete maschile. Rimasta nella storia è la performance del danzatore argentino Jorge Donn, ripresa anche all'interno del film Bolero – Les Uns et les Autres diretto da Claude Lelouch, datato al 1981 e con coreografie curate da Micha van Hoecke. L'aspetto che sicuramente colpisce del Boléro di Ravel, ancora dopo quasi novant'anni dalla sua prima rappresentazione, è il profondo coinvolgimento emotivo che esso suscita nello spettatore-uditore. Il suo successo è dato dal gioco dei timbri e dalla semplicità degli elementi strumentali, capaci di relazionarsi tra loro con rigore matematico.
La partitura di Ravel unita alla coreografia di Bejart libera un ingranaggio ascendente dal potere incantatorio e seducente, aumenta il battito cardiaco, accresce l'adrenalina come una sostanza stupefacente.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook