“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 03 Dicembre 2014 00:00

In acque profonde

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Sospesi nell'aria, attaccati ad un filo, i 'panni' stesi attendono pazienti e inermi un nuovo giorno: due lenzuola, una maglietta con una falce di luna e su scritto 'La Notte Piccante', una bambola gonfiabile a bocconi. Con la luce, che procede dall'alto annullando un'oscurità non attenuata, arriva il ragazzo; avanza con la cautela di chi, non potendo affidarsi alla vista, si serve dell'appendice di un bastone: anche lui è legato a una corda che stabilisce i confini della sua ecumene.

Seduto di fronte al mare ne ascolta il richiamo, scrutandone l'orizzonte con i soli sensi che ha a disposizione. Ad una madre che non potrà più fare ritorno dà risposte tardive consegnate al mare: "Lo vedi il mare?", "Sai quant'è grande?". Non poteva immaginare che − il suo ragazzo − il mare lo conosceva bene: le mani, i piedi, le orecchie, sono i suoi occhi e gli restituiscono una geografia del mondo dove tutto gira attorno alla sua terra, la Calabria, e tutto transita per il Tirreno. Da quel mare lui attende il ritorno di un padre che forse arriverà su di una nave, anche se le navi arrivano quando vogliono loro, anzi: quando vuole il mare.
Già in questi primi minuti si intuisce di essere spettatori di un qualcosa di grande, in grado di realizzare la condizione dell'arte: inchiodare alla realtà per mezzo dell'irrealtà.
La Calabria, Lamezia, una nave giocattolo e una madre morta di tumore, sono tasselli di un puzzle ferale tra le mani di un ragazzo che ha tempo e pazienza a disposizione per arrivare a conclusioni cariche di colpe e condanne inespiabili.
L'arrivo del padre, introdotto da un rassicurante jingle danzato, sospende per pochi attimi la morsa dolorosa provocata dalla realistica densità di quel figlio cieco che rivolge al mare i suoi pensieri, riportandoci più a riva, nelle acque serene della finzione e dello spettacolo. Quello che ci appare è un uomo di mare, scabro e pungente come la sua mascella, che non pratica la rasatura quotidiana. Una via di mezzo tra un marinaio e un condannato. Si divincola dalle domande del figlio con comandi militareschi, alternati a virili buoni consigli di vita; il suo berciare continuo cela un disagio e contrasta con la serenità apparentemente ingenua del figlio.
Rifugge dal ricordo della moglie morta e dalla conta dei contagiati dallo stesso male, tutto, anche le barzellette sugli ebrei vanno bene pur di mettere fine a quell'ordito di domande che assumono sempre di più le sembianze di un tribunale e che prelude alla successiva cerimonia sul patibolo. Ma il ragazzo ha allenato duramente la sua pazienza negli anni dell'assenza quando, con la sola compagnia del suo cane Argo, ha imparato a tessere tele lasciate incompiute. Le domande tornano a farsi avanti, partono da lontano assumendo nuove forme di esche appetitose, capaci di suscitare nuovi racconti: "Papà a me piace quando racconti storie, perché quando tu le racconti, io le vivo".
La narrazione procede a singhiozzi, tra realtà e finzione, tra scatti d'ira e ieratici attimi di penitenza, come quando il padre lava il corpo del figlio.
Il peso della colpa è insostenibile: c'era una volta un pescatore che aveva una barca bellissima che chiamò Principessa, il mare rispettava il pescatore e la sua barca, perché lui aveva sempre rispettato il mare e non-l'aveva-mai-tradito!
Il peso della colpa è una cisti matura che chiede solo di essere espulsa dal corpo: poi un giorno qualcuno venne a prendere il pescatore e lo portò su di una grande nave che veniva dall'Africa e nessuno sapeva cosa trasportasse. "Papà, continua, mi piace quando racconti le storie".
Il peso della colpa si alimenta della speranza inconscia e illimitata di un'assoluzione: il pescatore era l'unico in grado di condurla nel punto più profondo di quel mare che, fino a quel giorno, non aveva mai tradito.
Il peso della colpa, quando diventa troppo greve, indossa una giacchetta e sceglie di scappare, forse questa volta evitando il mare, alla ricerca di 'un'isola che non c'è' di nome Santo Domingo. L'importante è prendere il volo da quel paio di occhi vuoti che vedono e sentono troppo, e non smettono mai di fare domande. Perché è morta mamma? Perché le si è squagliato il sangue?
Quando la nave dei veleni affonda è una corda a decidere chi può scappare e chi no. Tra i primi ci sono sempre anche i responsabili, sono privi di geti stretti alle caviglie, possono vendere case, abbandonarle e dirigersi altrove, dove i miasmi della loro vergogna non possono raggiungerli. Gli altri non hanno scelta, sono gli eterni prigionieri, a cui tocca restare e aspettare di soccombere alla legge di una giungla marina: "il pesce grande mangia sempre il più piccolo".
Un aeroplano sorvola e si allontana, un figlio ne segue il rumore cullando la sua barca giocattolo di cui è il capitano. Ha aspettato dieci anni e potrà aspettarne altrettanti, nel frattempo osserva il mare puntando il suo sguardo sigillato a dritta, verso di noi.
Uno spettacolo bellissimo e straziante dove l'artificio della narrazione si insinua tra le piaghe di una realtà che non può e non deve essere epurata e rimarginata. Il sangue che è stato "squagliato" non può essere messo a tacere e, attraverso il teatro, irriga le coscienze come acqua salata su ferite insanabili. Agli attori il merito di aver dato, con una rappresentazione memorabile, corpo e voce ad un testo complesso ed emotivamente tormentato, restituendone il senso ed amplificandone l'impatto.

 

 

 

 

Patres
di Saverio Tavano
regia Saverio Tavano
con Dario Natale, Gianluca Vetromilo
disegno luci Saverio Tavano
tecnica Pasquale Truzzolillo
produzione Residenza Teatrale Ligeia, Compagnia Scenari Visibili
fonte immagini scenarivisibili.it
autori foto di scena Angelo Maggio, Leonardo Bonetti
lingua dialetto lametino
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Start/Interno 5, 29 novembre 2014
in scena 29 e 30 novembre 2014

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