“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 01 Dicembre 2014 00:00

Teatro a lievitazione naturale

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Il Théâtre de Poche accoglie con la sua ritualità capovolta: si scende nel fondo, in un antro che al suo ingresso reca impressa una tabella che lo identifica come “cueva de los deseos”, si attraversa una soglia che immette direttamente sul palco, dal palco si guadagna la platea, nel cupo, nell’ombra: tocca attraversare la scena per diventare spettatori.

La scena è già lì, allestita, pronta ad accogliere, dopo lo scalpiccio degli spettatori, Dario Tamiazzo, “divisa” da panettiere fuori ordinanza, un peone, un campesino, un artigiano, un pellegrino (indossa un mantello a mo’ di schiavina, che già gli conferisce status di viandante), bianchi come la farina i suoi abiti, un fazzoletto annodato al collo, di paglia un cappello sulla testa ed una tracolla al fianco; Dario Tamiazzo è Sante, panettiere utopista, che attraversa il mare seguendo la parabola di migranti del passato, di quelli che partivano coi bastimenti per terre assai lontane al seguito di una speranza e di un’illusione; Sante segue quella parabola che ebbe luogo e tempo e la sublima nel non tempo del luogo teatro, facendosi io narrante – e recitante, e non solo “io”, ma anche interprete di più personaggi – di una parabola che è politica ed esistenziale.
C’è nella sua gerla il lievito madre affidatogli da chi madre gli era e che a sua volta l’ebbe dal proprio padre, il nonno di Sante; acqua e farina per tenerlo in vita, intrisi in un nome destino e funzione: “anarchia” battezzò quel lievito suo nonno. In contrapposizione, il padre di Sante, che l’invita a pensare al guadagno, metafora di uno scontro generazionale e non solo, sintomo del salto di una generazione, di un’eredità mancante (quella dei padri), inghiottita dalla morale del profitto, che vuole il pane fatto in fretta, col bromato di potassio in luogo del lievito madre.
Sante è l’ingenuo candore, bianco come la farina, di chi s’illude di voler fare il pane per tutti, quell’anelito genuino “voglio fare il fornaio” che ricorda tanto il draghetto Grisù che voleva fare il pompiere a dispetto di un’anima ignea, involontaria incendiaria.
Il fornaio, che la conversione d’idioma in terra argentina tramuta in panadero, stando sulla scena compie un atto di resistenza alimentare e di dissidenza artigiana; si oppone alla meccanizzazione della fabbrica, ai metodi di produzione standardizzati, all’etica del “produci, consuma, crepa”, contrapponendovi la logica tutta umana di un fraterno ecumenismo, che potrà anche apparire ingenuo nel suo candore, ma che sembra essere fondamento primigenio, “lievito madre” da instillare nell’animo di ciascuno per farne crescere consapevolezza e diritto inalienabile al pane (ed alla vita), lievito madre da donare a ciascuno per cambiare ciascuno dal di dentro. Tutto ciò potrebbe apparire retorica convenzionale, ma nel lavoro di Ettore Nigro, la ritmica teatrale stempera il rischio adottando una chiave metaforica, che assume lo strumento del teatro come mezzo espressivo che s’apparenta con la favola e che si traduce in una messinscena asciutta, essenziale, densa di tematiche date in accenno, “fragrante”, diremmo per adoperare per la scena un aggettivo che sta bene col pane.
Apologo delicato, El Panadero è opera drammaturgicamente solida, affidata ad un attore pienamente centrato nella propria parte, ottimo interprete, capace di variare i registri espressivi nel connotare i diversi personaggi a cui dà corpo e voce: un berretto calzato in un modo piuttosto che in un altro, e Sante diventa Serafino, vecchio fornaio e custode disilluso di esperienze di resistenza pregressa, un sibilo nella voce per identificarne la loquela, così come – sempre Sante – connota come interlocutore trasparente la figura del proprio padre semplicemente evocandolo sotto un cappello di paglia tenuto in mano, ed ancora, dà voce alla voce del padrone spostando ancora il proprio berretto da fornaio da un lato all'opposto della propria testa.
Dario Tamiazzo passa disinvoltamente dai canti di lavoro ad un marionettismo scattoso che rimanda al Chaplin di Tempi moderni, come a voler rimarcare, complice la concitazione sonora, l'alienazione di sistemi produttivi disumanizzanti, per poi trasformarsi in barricadero pasionario, quando la guerra del pane promette di sfociare in rivolta, quando la favola, la metafora, l’apologo mostrano tutta la loro carica “eversiva” e rivoluzionaria. Rivolta o riforme? Sembra essere questo l’interrogativo sottile che s’annida sottotraccia in questa pièce, ipostatizzando la saggezza dei vecchi in Severino e l’esuberanza dei giovani in Sante, vedendo contrapposta, sempre in agguato, la repressione violenta, incarnata dai padroni.
Metafora fragrante, che sa di anarchia e libertà, favola giocosa eppure dotata di serio spessore, che sulla scena si tratteggia per immagini rapide, che sfumano dopo un lampo d’efficacia, ora avvolte in un nembo di farina, ora danzate intorno ad un bastone, all’occorrenza remo per traversar l’oceano, El Panadero, in quaranta minuti di teatro si condensa lieve; teatro a lievitazione naturale, realizza il suo disegno e, all’atto di attraversare a ritroso quel passaggio che dal fondo del palco riconsegna gli spettatori all’aria aperta, con un ultimo sguardo a quella tabella notata all’ingresso, che nella lingua che è anche d’Argentina – e che è quella d’adozione di Sante – definisce il Théâtre de Poche “cueva de los deseos”, ci accorgiamo sorridenti, un tozzo di pane fra le mani, che un desiderio – quello di vedere buon teatro – è stato appagato, che un bisogno è stato sfamato.

 

 

 

 

El Panadero
di Dario Tamiazzo, Ettore Nigro, Marco Aspride
regia Ettore Nigro
con Dario Tamiazzo
scene Armando Alovisi
produzione Teatro Maurei, Teen Thèâtre
in collaborazione con Asylum Anteatro ai Vergini
paese Italia
lingua italiano
durata 40’
Napoli, Théâtre de Poche, 28 novembre 2014
in scena dal 27 al 30 novembre 2014

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