“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Domenica, 18 Maggio 2014 00:00

Il senso (perduto) del tragico

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L’errore più facile da commettere, nel fare recensione di OPS!, è soffermarsi sull’attualizzazione delle tragedie classiche cui lo spettacolo fa riferimento: certamente Medea, Oreste ed Edipo re ritornano in scena sotto forma di labile scheletro di rapporti e avvenimenti, rivestite di un basso contemporaneo volutamente caciarone e banale (tra villaggi vacanza, numeri al lotto e scherzose possessioni demoniache) ma, almeno a chi scrive, sembra che il vero tema del lavoro di Alessandro Errico ed Ettore Nigro sia un altro: OPS! riguarda non le tragedie ma il tragico, non le singole storie ma il sentimento che le rendeva un tempo esemplari e che adesso tramuta, vicende simili e odierne, in notizie che ascoltiamo con attenzione flebile, passeggera, puramente momentanea.

Fratello uccide fratello, madre uccide i figli, figlio uccide madre e padre; nipote uccide zio che ha giaciuto con la propria madre; padre si vendica del tradimento ricevuto inducendo il figlio all’omicidio di chi lo ha generato mentre, i rapporti incestuosi tra fratello e sorella o tra madre e figlio o tra padre e figlia, inducono a plurimi omicidi improvvisi. Stiamo parlando delle tragedie di allora o della cronaca odierna? La risposta appartiene non alla trama del fatto ma alla reazione che la trama del fatto riesce a provocare in chi ascolta o in chi assiste.
“Occorre che i drammi si producano tra persone amiche, per esempio se un fratello uccide suo fratello, o un figlio suo padre o una madre suo figlio o un figlio sua madre, o se si preparano o commettono altri atti dello stesso genere” consiglia – agli autori del suo tempo – Aristotele nella Poetica giacché la drammaticità mostruosa consiste non nel sangue che scorre ma nel fatto che il sangue di assassino e assassinato sia lo stesso. Così due famiglie di eroi (Atridi e Labdacidi) dominano i miti greci e le tragedie che ne derivano ed è all’interno di esse, con diramazioni più o meno articolate, che si svolgono tutti i crimini che hanno da svolgersi. È per questo, ad esempio, che l’Edipo di Sofocle può dannarsi in tal modo: “O luce, che io ti veda per l’ultima volta, io che fui generato da chi non dovevo, con chi non dovevo, che con chi non dovevo mi congiunsi, che chi non dovevo uccisi”.
Sono casi limite, le tragedie, ed è per questo che producevano orrore, attraverso l’orrore un sentimento di attrazione e repulsione commiste in grado di alimentare quella “purificazione delle passioni” (per dirla ancora con Aristotele) che, più facilmente, chiamiamo catarsi.
È ancora così? La risposta è no. Giustamente considerato (dal punto di vista teatrale) il secolo senza tragedia, il Novecento è – piuttosto – il secolo senza il sentimento del tragico, quello in cui il rispecchiamento col dramma degli altri è più superficiale e l’immedesimazione (catartica) è più debole. Consideriamo ancora tragici alcuni avvenimenti di massa, certe pagine crudeli della storia, gli eccidi collettivi di cui veniamo a conoscenza attraverso lampi di consapevolezza indotta mentre la sciagura di una donna che uccide il marito o di una madre che soffoca i figli sono relegati alle pagine (giornalistico-mentali) della cronaca, talora del pettegolezzo. Non riusciamo più a scorgere – in un dramma che somiglia all’Oreste – la stessa profondità buia e assoluta dell’Oreste; non riusciamo più a comprendere che quella vicenda che accade e che ricorda l’Edipo o Medea o Agamennone, Antigone, Elettra ci riguarda, ci sfiora, ci parla; in qualche maniera ci appartiene.
È proprio di questa sbadataggine che parla OPS!; è proprio questa rimozione del tragico (e non della tragedia) che mette in scena. Come? Assume lo scheletro delle opere già dette ad inizio articolo (Medea, Oreste ed Edipo re); le nasconde sotto la patina colorata e chiassosa di altrettante vicende individuali, forzatamente comiche; coordina queste vicende individuali in un contesto collettivo inventandosi una seduta di terapia di gruppo (induzione alla partecipazione fisico-emotiva del pubblico); provoca ripetutamente la risata di chi assiste perché, questa stessa risata, s’interrompa bruscamente, facendo emergere – in maniera sfumata, volutamente progressiva – il tragico che dovrebbe scuoterci, che dovremmo riconoscere, cui dovremmo badare fin dall’inizio.
È dunque un tentativo di riemersione del tragico OPS!, è un esercizio di riaffioramento teatrale di un senso perduto, che viene trascinato in ribalta ed offerto agli spettatori perché – questi stessi – siano posti a contatto con ciò che produceva (e che ancora dovrebbe produrre) terrore rigenerativo. Basta, per averne conferma, badare ai fari di scena: sono cinque (quattro laterali, uno frontale) quando ad essere offerta è la commedia – che funge da copertura del contenuto effettivo – mentre la luce si fa più fioca, cala tramutandosi in penombra o in un bagliore livido quando s’impone uno scampolo più evidente, un rimando più diretto, alla singola tragedia di riferimento. Si aggiungano battute metateatrali (“Io voglio Medea, facciamo Medea”); confusioni nominali attore-personaggio (“Danza, Gina, danza”; “Ti ho detto che mi chiamo Rosi”); doubling non illusivo (più ruoli, di più tragedie, per lo stesso interprete) e alterazione cronologica (passato declinato al presente per cui si rimette in scena l’accaduto), incastro forzato tra le figure letterarie (esempio: Medea al cospetto di Edipo), sottolineatura funzionale dei passaggi (“Ma questa è una tragedia”; “Aspetta, aspetta: spiega meglio”) e gioco-giocato tra dentro e fuori scena (con gli attori che sono spettatori dei loro compagni di recita, continuando – pure in platea – ad assecondare il proprio ruolo: si pensi all’Edipo perso a contemplare la foto di una pseudo-Antigone) e si comprenderà che Alessandro Errico ed Ettore Nigro non hanno alcuna intenzione di riformare, ripresentare o riadattare opere singole (delle quali manca, quindi, la complessità tematico-strutturale) ma di giocare con le disgrazie delle stesse per riflettere sulla perdita di eccezionalità drammatica di fatti (reali e/o teatrali) che perturbano l’ordine e che appaiono privi di senno: evidenziando o denunciando – nel contempo – l’assuefazione al delitto, alla conoscenza dei suoi motivi più torbidi, al racconto dei suoi particolari più macabri.
Sia chiaro, non siamo al cospetto di un’operazione che funge da saggio inteatrato o da perfetta esposizione esegetica e pure vanno sottolineati certi passaggi più vuoti o più lenti, certi momenti di pausa avvertibili, qualche tratto grottesco che appare una sorta di eccesso in eccesso, ma OPS! risulta, nel complesso, un tentativo interessante, in grado di far sorridere una platea che, in definitiva, non deve (o dovrebbe) sorridere.
Perduta la verticalità dello sguardo e dello spirito ellenico (per il quale “gli dei sono sopra, gli uomini sotto” come scrive Jan Kott); affievolitosi l’orrore del sangue (un tempo spaventevole nella sua evocazione); in via di riduzione anche la mostruosità della parentela malata (“Ma è peggio di Beautiful” commenta un personaggio fuori-scena, di fatto certificando l’accettata quotidianità dell’incesto, tramutato in argomento seriale) OPS! – sistemando in semicerchio i suoi spettatori; facendogli svolgere il ruolo del coro; trascinando in ribalta qualcuno degli astanti perché condivida, per qualche minuto, lo spazio del tragico – ci ricorda la natura inclusiva, partecipativa ed emotivamente coinvolgente del teatro d’un tempo, il cui palco era una casa che sarebbe divenuta una tomba perché, una tomba, non divenisse ogni casa.
Così il teatro serviva la città, così la morte serviva alla vita.

 

 


NB.
Le immagini a corredo dell'articolo fanno riferimento alla messinscena avvenuta presso Palazzo de' Liguoro, durante la stagione teatrale 2012-2013 (fonte: https://www.facebook.com/photo.php).

 

 

 

Nun maggio scurdato ‘e te
OPS! One Parent Show
di
Alessandro Errico
regia Ettore Nigro, Alessandro Errico
con Maria Luisa Coletta, Silvio De Luca, Angela Garofalo, Raimonda Maraviglia, Monica Palomby, Margherita Romeo, Daniele Sannino, Giorgio Sorrentino
produzione Teen Thèâtre
in collaborazione con corso di drammaturgia di Asylum Anteatro ai Vergini
a cura di Massimo Maraviglia
scena Fabiana Fazio
costumi Monica Palomby
grafica Luciano Correale
regia e montaggio video promozionali Fabiana Fazio
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Start Teatro/Interno 5, 16 maggio 2014
in scena 16 e 17 maggio 2014

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