“Perché non viviamo la vita come avremmo potuto?”

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 14 Maggio 2014 00:00

Un gioco (acerbo)

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Toc Toc? di Laurent Baffie – nel mettere in scena sei disturbati che, in attesa del proprio psicologo, tentano l’autoterapia dandosi vicendevolmente sostegno – è un gioco teatrale, uno scherzo d’assito, un piccolo marchingegno rigorosamente confinato sul palco. Nessuna volontà di alludere all’importanza della psichiatria e della psicologia; nessun interesse a mettere in discussione il rapporto tra il disturbo e la cura del disturbo medesimo; nessun impegno nel lasciare traccia teorica o presa di posizione sul disagio mentale.

Toc Toc? è un puro esercizio drammaturgico che non costringe in ribalta sei matti ma sei attori; il gioco cui si gioca è il teatro in quanto teatro e l’ingranaggio ha come unico approdo l’agnizione per cui – giunti alla fine – il personaggio principale consente il passaggio dal mascheramento implicito allo smascheramento esplicito: Fred, rivelando di non essere un paziente ma il medico che tutti attendevano, mostra di aver mentito, di aver finto quindi al quadrato, di aver realizzato un’ipocrisia doppia dichiarando così che Toc Toc? non è stata che una recita.
A conferma che si tratta di un gioco teatrale abbiamo un settimo personaggio – l’assistente dello psichiatra – la cui funzione è quella che spetta, ad un tempo, al servo di scena ed all’aiuto-regia: ingresso, battuta e uscita veloce gli servono infatti per sospendere, osservare, controllare e far ripartire lo spettacolo perché, davvero, tutto prosegua come deve proseguire.
Ancora. Il paziente/medico è il regista interno alla pantomima (bene fa, dunque, Giuseppe Fiscariello ad assumerne il ruolo): perciò è il primo a farsi trovare sul luogo di scena ed è l’ultimo ad abbandonarlo; perciò istiga alla confessione e alla messa in evidenza del singolo disagio caratterizzante; perciò coordina i movimenti individuali o di gruppo, ne favorisce la realizzazione e indica anche la maniera in cui dovranno avvenire (si pensi a quando viene esposto il proprio malanno al centro-ribalta: egli si adopera per primo, suggerendo di fatto il processo da mettere in pratica).
Si aggiungano: ostentazione della natura falsa del tempo di scena (per cui alla mezz’ora dichiarata non corrisponde una mezz’ora effettiva); assenza di quarta parete; induzione al grottesco fisico come conseguenza del grottesco testuale; presenza di battute metateatrali: “Ognuno cerchi di combattere il proprio tic davanti agli altri”;  “Finiamola qui, non è una terapia: è una farsa” e quell'“Anche lì i pazienti dovranno accettare di essere pedine di un gioco più grande di loro” con cui Fred non allude a nuove sedute terapeutiche quanto a nuove repliche di questa stessa trama, da realizzarsi su un palco diverso e con attori differenti.
Ecco Toc Toc? di Laurent Baffie.

In Disturbo? – che a Toc Toc? è liberamente ispirato – la scenografia lascia pensare a un interessante sviluppo del testo di partenza. Rari oggetti d’arredo servono come pura materializzazione di servizio all’interno di uno spazio non predisposto all’illusione: non ci sono pareti per cui la porta d’ingresso è un vero e proprio attrezzo nudo posizionato nel vuoto, al pari degli altri elementi predisposti tra lati e spazio sul fondo: mobiletti bassi, un boccione d’acqua da ufficio, una finestra a mezz’aria, una lampada gialla. Chiara la volontà di offrire non la ricostruzione chiusa e realistica di un interno medico ma la sua evocazione per simboli o per icone.
Perimetra lo spazio un quadrato di caselle che è rimando, digrossato e messo a pavimento, delle caselle del Monopoli ovvero del gioco con cui i sei personaggi inganneranno il proprio tempo cercado di ingannare il tempo degli spettatori. Al centro e a mezza-scena un tavolino e sei sedie, ad allestire una frontalità dichiarata tra chi guarda (la platea) e chi viene guardato (gli attori).
Le luci segnano l’inizio dello spettacolo illuminando il boccione d'acqua (e dunque la scena), l’intera sala (e dunque il pubblico), per poi cedere ad un uso mediato dei fari. Seguono: l’arrivo cadenzato dei singoli personaggi; la presa del proprio posto sul palco; l’indicazione formale del fastidio per mezzo di un gesto o di un dettaglio dell’abito (esempi: la maglia coi numeri e il conteggio dei fori dello schienale di una sedia ma anche il bianco della stoffa, un crocifisso di legno, la scritta “Irritant”).
Seguono ancora: la messa in relazione tra le figure; l’offerta in compartecipazione della propria mancanza (formazione progressiva della compagnia che dà vita alla commedia) e l’utilizzo del pretesto che consente il gioco di ruolo: il ritardo dello psichiatra.
Infine il resto della trama, che qui diventa presto un susseguirsi di burle leggere e di momenti farseschi.
Si assiste, dunque, alla resa di una partitura il cui valore sostanziale consiste nell’apparizione viva di ciò che è ideato a tavolino: i sei che si dedicano al tabellone del Monopoli finiscono così per abitare un Monopoli vero; il loro farsi rapresentare da pedine (altro da sé) li tramuta in pedine carnali; ogni movimento da effettuare li obbliga ad un movimento reale. Viene da pensare che nel suo darsi effettivo, nel suo realizzarsi concreto, il Monopoli diventi la messa in pratica di un copione scritto dai dadi e che − per riuscire − necessiti di uno spazio d'azione (il palco/tabellone), di qualcuno che coordini e che diriga (il regista/medico), di altri che siano disposti ad essere coordinati e diretti (gli attori/pazienti). Per questo il “gioco più grande” cui Fred allude non è − in definitiva − né il Monopoli nè l'(auto)terapia inconsapevole ma il teatro in quanto atto di gruppo guidato da un singolo, all'interno di un luogo e di un tempo altri, inverosimili e palesemente bugiardi.
Insomma: si stabilisce un campo di gioco (giocare-to play-recitare); all'interno del campo di gioco si posizionano metafore di se stessi; gli si impone atti più o meno coordinati stabilendo così una trama: non è Monopoli, è teatro; questo sì (almeno per un attimo) curativo,terapeutico, catartico.
Se ciò fosse giusto (anche solo in parte) potremmo perciò scrivere di una preventiva metaforizzazione da tavola cui segue la sua realizzazione a dimensione naturale: quasi a ribadire il rapporto tra teoria e prassi teatrale, tra scrittura di una trama e la sua resa fisico-scenico-artigianale.
Se – pur con soluzioni di semplicità talora estrema – la regia riesce dunque a relazionarsi con il testo di Laurent Baffie, cercando di ostentarne la natura inautentica tra sonora cronometria dei tempi di recita e diretta relazione tra pubblico e personaggi (pur realizzando, di fatto, una contraddizione tra l'assoluta immedesimazione attoriale e la metateatralità scenografica), va scritto con pari onestà che Disturbo? mostra limiti evidenti nella recitazione, non tutti giustificabili dall’età degli interpreti: alcuni inciampi di dizione, una mimica talora approssimativa e certe forme consuetudinarie nella realizzazione tanto dei gesti che delle pose fisse mostrano che siamo al cospetto di una compagnia in cui – con la sola eccezione di Domenico Carbone (Ottavio Tredici detto “Otto”) – le capacità sembrano (almeno in questo caso) tardo-amatoriali o, per meglio dire, non ancora del tutto professionali: come fossimo ad un saggio da fine corso o alla prova aperta di una prima attività laboratoriale.
Ghigni, espressioni, tonalità vocali confessano assenza di mestiere, generano segni inconsistenti o – al contrario – producono forzature inefficaci. Così il grottesco di Laurent Baffie scade in pantomima da varietà o da rivista; la metateatralità perde di vigore e rilievo; certa comicità che appartiene al copione produce sì divertimento ma fin troppo immediato, esile, momentaneo: si ride della prevista scurrilità di un passaggio, dell'ennesima reiterazione di un numero, del ritorno di una singola scena come se Toc Toc? fosse solo la trama di sketch posti in sequenza e non − anche e, forse, sopratutto − una rigorosa geometria che ammicca ed allude alla magia dell'apparire in palcoscenico.
Finisce tra gli applausi questo Disturbo? mentre, chi scrive, conserva piuttosto l’idea di aver assistito ad un tentativo iniziale, gracile e giovanile. Acerbo, fin troppo.

 

 





Disturbo?

liberamente ispirato a Toc Toc?
di Laurent Baffie
regia Giuseppe Fiscariello
con Domenico Carbone, Claudia Esposito, Giuseppe Fiscariello, Paolo Gentile, Emanuele Iusto, Valerio Lombardi, Nicola Narciso
collaborazione alla regia Livio Montanaro, Nicola Narciso
scene e luci K-t Serv
foto di scena Peppe Russo
Napoli, Sala Assoli, 11 maggio 2014
in scena dal 9 all'11 maggio 2014

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