"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Martedì, 29 Aprile 2014 00:00

Bozzetti sparsi

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Una corda tesa divide in due la scena, un davanti ed un dietro dell'ampio palco: suppellettili e masserizie affastellate alla rinfusa sono ciarpame sparso. È lo sfondo davanti al quale si muoverà, prendendo di tanto in tanto qualche oggetto, Sergio Vespertino. Una fisarmonica imbracciata a latere da Pierpaolo Petta ne accompagnerà il monologare.

La filastrocca del cane pazzo, ritmata a tempo di fisarmonica dà la stura alla loquela flessa nettamente al siculo di Vespertino. Più che un monologo vero è proprio, il suo è un collage di bozzetti di vita vissuta, un modo di guardare la realtà attraverso il filtro dell’ironia, raccontando il proprio microcosmo frammentandolo in una serie di aneddoti, che prendono forma sulla scena dando luogo ad altrettanti bozzetti che non sono necessariamente legati fra loro da un filo conduttore narrativo unitario; piuttosto, la parlantina sciolta che Vespertino snocciola a ritmo di fisarmonica rappresenta un tentativo – onesto e pure gradevole – di applicare i postulati della satira sociale e di costume, raccontando vizi e vezzi della società contemporanea.
Lo si definirebbe semplicemente cabaret, se non fosse che alla capacità verbale Vespertino coniuga ed accompagna una fisicità scenica prettamente attoriale che ne arricchisce la performance e che soprattutto risulta funzionale ad esaltare la vis comica dei propri testi. Sicché i suoi racconti suscitano il riso facendo leva parimenti su testualità e gestualità, assommando il valore aggiunto della declinazione siciliana – palermitana nello specifico – della sua lingua, che è comunque un siciliano intellegibile e non troppo stretto.
Lo si definirebbe semplicemente cabaret, ma c’è anche una scenografia concepita per essere qualcosa di più che mero fondale, visto che molti degli oggetti di scena fungeranno da pretesto al dire di Vespertino, fino a comporsi armonicamente nel finale.
Funziona lo spettacolo di Sergio Vespertino, diverte sia pur con qualche momento di stanca e sia pur concedendosi forse qualche lungaggine di troppo; funziona grazie anche all’accompagnamento musicale della fisarmonica di Pierpaolo Petta, che gli conferisce un ritmo fluido e che sembra dare al monologo parvenza di ballata comica; funziona l’allestimento della scena, con quel ciarpame sullo sfondo che pare allusivo del proprio background, del proprio vissuto, delle cianfrusaglie e del bailamme che ciascuno si porta dietro, così come funziona, ed anche molto bene, il gioco delle luci nel dare risalto ai diversi passaggi dello spettacolo; spettacolo che funziona – anche – per la buona inventiva di situazioni e riflessioni satiriche, ma mostra la corda nel tentativo di estrapolare ad ogni costo una morale motteggiante, cercando di mandare a tutti i costi lo spettatore a casa con una riflessione ed un ammaestramento, che ci sarà pure, ma che non rappresenta certamente la cifra essenziale dello spettacolo.
L’allestimento scenico merita la spesa di qualche parola in più: il monologare dinamico di Sergio Vespertino è un percorrere in lungo e in largo il palcoscenico, raccogliendo ed assemblando progressivamente i vari oggetti con cui gli capita di armeggiare (in ordine sparso: degli stivali, un annaffiatoio, una pala da neve), il tutto maneggiato con nonchalance mentre la sua voce continua a raccontare di anziani padroni del futuro, di prodotti da supermercato dal valore incongruo, del tutto italico malvezzo del caffè al bar (che facendo un rapido calcolo, viene a costare circa quarantacinque euro al litro), o ancora delle nuove tecnologie che istigano al consumo sfrenato portando impresso a priori il marchio dell’obsolescenza immediata.
Così, mentre il racconto, bozzetto dopo bozzetto scivola via liscio ed in buona sostanza divertente, quasi senza che ce ne si accorga, su quella parte di scena che delimita un davanti ed un dietro dell'ampio palco si tira una tenda ed in controluce vi appaiono due sagome umane sedute, come nell’atto di dialogare. E se in una è facilmente riconoscibile la figura dell’attore, nell’altra, all’atto dello scoprire la tenda, apparirà composta figura dai contorni umani realizzata con gli oggetti di scena via via assemblati da Vespertino. Una sorta di patchwork dell’uomo contemporaneo, assemblato e composto da ciò che consuma, da ciò che utilizza, dagli oggetti ordinari della propria vita. Dopo tanto monologare, l’ultimo bozzetto è materia plastica accorpata in forma umana. Come a suggellare – e qui sì con felice intuizione – la ricerca di quello stupore che sovente si perde nella convenzionalità del quotidiano.

 

 

 

 

 

 

Actor
Sopra un palazzo c'è un cane pazzo
di e con Sergio Vespertino
musiche originali dal vivo Pierpaolo Petta
lingua italiano e siciliano
durata 1h 35’
Bari, Nuovo Teatro Abeliano, 25 aprile 2014
in scena dal 25 al 27 aprile 2014  

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