“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Michele Di Donato

Barbonaggio collettivo, atto d'amore condiviso

Avevamo incontrato il Barbonaggio Teatrale nella sua veste performativa individuale a Napoli, all’esterno del NEST – Napoli Est Teatro, rimanendo colpiti, impressionati, affascinati dall’idea, dal progetto, dall’onestà intellettuale e dall’amore per la propria professione – che non ha vergogna di dirsi “mestiere” – che vi sottendeva; avevamo incontrato il Barbonaggio Teatrale ed Ippolito Chiarello in una tappa del suo tour europeo che faceva scalo a Napoli, lo raggiungiamo a Lecce, da dove la saga barbona è partita e dove in ultimo approdo ritorna, come ogni anno da cinque anni a questa parte, per l’atto conclusivo, per il Barbonaggio collettivo, per chiamare a raccolta attori, professionisti e non, desiderosi di riscoprire l’anima saltimbanca di un mestiere, di metterlo alla prova col contatto diretto con la gente, all’aperto e non protetto addiaccio della pubblica piazza, un cubo di legno ad improvvisarsi ribalta, un quadrato di cartone a dichiarar professione in corso, la voce come strumento d’imbonimento prima, di recita poi, se qualche passante s’arresti curioso.

La mente umana, teatro della schizofrenia

Schizofrenia. La prima parola suggerita da Elettrocardiodramma è schizofrenia; è la prima a cui pensiamo durante la visione, è la prima che profferiamo tra noi e noi alla fine dello spettacolo: schizofrenia. Non è pero parola che si possa lasciare qui “appesa” come sintesi estrema – e quindi estremamente parziale – di ciò a cui abbiamo assistito. Perché Elettrocardiodramma, con cui Leonardo Capuano ha chiuso la seconda edizione di “Per voce sola” al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, è un viaggio intorno ai meandri contorti della psiche, un viaggio affrontato col mezzo di trasposto del nonsense, adoperato per percorrere la via del teatro, solco in cui incanalarlo, binario lungo il quale seguire l’itinerario di questa complessa articolazione scenica per io monologante.

Barbonaggio, viaggio

“… per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”
(Khorakhanè, Fabrizio De André)

 

Un paio di scarpe per andare, un palcoscenico (di legno) già calcato, un altro (d’asfalto, cemento o di qualunque altra materia sia fatta la strada) ancora da calcare; un paio di scarpe che calcano le tavole di un palco sono la prima immagine di Ogni volta che parlo con me, il film che narra del viaggio “barbone” di Ippolito Chiarello; un paio di scarpe sono l’immagine in primo piano che chiuderà idealmente il viaggio alla ricerca – del sé, di un pubblico, di un sé attraverso un pubblico – che l’attore, riestraendo dalla propria indole quell’anima girovaga endemica, ha compiuto in giro per l’Europa, vendendo sulla pubblica piazza, dall’alto d’un trespolo a mo’ d’imbonitore, brandelli della propria arte, tranci di spettacolo diversi, menu à la carte di un fast food itinerante.

Chiusi alla polvere...

È polvere quella che si deposita negli interstizi, è polvere quel sedimento pulviscolare, quasi impercettibile e che pure, insinuandosi pervicacemente, può minare con stillicida cadenza il funzionamento di un meccanismo, di un ingranaggio, che può finire per incepparsi per quel granello di polvere in più tra un ganglio e un altro ganglio, senza balzare all’occhio, eppure difettando dall’interno un congegno all’apparenza efficiente e funzionante.

Istantanee dinamiche

Un monologo: un corpo, una voce, e, se va bene, qualche accessorio di scena; un monologo è la forma minima e basale del teatro, è teatro ridotto all’essenziale; un monologo è un attore solo in scena difronte al pubblico, un monologo è la forma teatro dalla quale ti aspetti parole e qualche gesto essenziale ad accompagnarle; insomma, da un monologo ti puoi aspettare questo e poco altro.
Anche se...

Taranto, stArt up e dintorni – 4

Volge alla conclusione il nostro resoconto sul concentrato tarantino di teatro, visionato intensivamente in quattro giorni che si sono poi conclusi con la visione di Las puertas de la carne di Angélica Liddell al Castello Alfonsino di Brindisi, dove, con gli ultimi fuochi di croci dardeggianti abbiamo visto avvampare ancora qualche mistero, peraltro – almeno per noi – rimasto insoluto.
Ma anche per questa volta, seguiamo il filo narrativo diaristico e appuntiamo notazioni in forma di narrazione critica.

Taranto, stArt up e dintorni – 3

Terza giornata tarantina, che comincia all’insegna del rapporto col territorio e con un confronto performativo proprio con quell’elemento del paesaggio locale che ne caratterizza e ne condiziona la vita: l’ILVA. Il sabato mattina, di buon’ora ci vede spostare da Taranto alla volta di Massafra; il percorso dell’autobus però s’arricchisce di un’opportunità “turistica” in più, ovvero la visione da vicino – con tanto di commento al microfono dell’autobus da simil-guida turistica – dello stabilimento dell’ILVA.

Taranto, stArt up e dintorni – 2

La seconda giornata tarantina si apre al Teatro Orfeo con uno spettacolo di danza, ambito nel quale possiamo pronunciarci soltanto in maniera epidermica e parziale, esprimendo sensazioni più che valutazioni compiute. Eppure, da Confini disumani, spettacolo di Equilibrio Dinamico su coreografia di Roberta Ferrari, rimaniamo favorevolmente impressionati, riscontrandovi, nella semplicità compositiva che nulla richiede all’impianto scenografico, tutto puntando sull’apparato di senso affidato ai corpi in movimento, un’efficacia espressiva capace di raggiungere lo spettatore anche meno aduso allo spettacolo tersicoreo.

Taranto, stArt up e dintorni – 1

Teatro, territorio, sacralità: linee guida per orientarsi, per attraversare Taranto e i suoi giorni. L’ILVA è qualcosa in più di uno sfondo archeo-industriale e le case dirupate della città vecchia contribuiscono ad instillare quel senso di caduca crepuscolarità. Eppure quel che si vive e si respira a Taranto in giorni di festival intersecati e sovrapposti (lo stArt up del Crest, Puglia Showcase e misteri e Fuochi del Teatro Pubblico Pugliese) è un clima fattivo, di ide realizzate che meritano di avere un seguito, ad onta delle prospettive di chiusura di stArt up paventate e che, se effettivamente avranno seguito, rappresenteranno l’ennesima tappa di una via crucis del teatro contemporaneo lungo il cammino della sofferenza perpetua.

De-generazione X

Immagini di una distopia fattasi presente. Andy Warhol è un passato lontano, le sue serigrafie sono state scavalcate dal tempo: siamo al dessert rispetto a quella società che già esacerbava la propria bulimia di consumi, ai barattoli Campbell di Tomato Soup sono subentrate, come in una progressiva escalation di compulsiva voracità, le vaschette di gelato Häagen-Dazs. È rimasta però identica la riproduzione seriale di un mondo che duplica se stesso, clonandosi all’infinito, nell’infinito vuoto di senso di sé trovando lo stampo di una forma senza contenuto in cui replicarsi.

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