“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Michele Di Donato

Buffoni, buffonanti e tanto fumo

Fumiga d’incenso la sala dell’Elicantropo, calandosi in un’atmosfera mistica e grottesca che strappa la logica al tempo per farsi costruzione scenica avulsa, collocata in un altrove indefinito. In questo luogo senza tempo si succede una miscellanea di azioni teatrali che dipanano un ordito drammaturgico vario e convulso.

Storia del killer che ti ammazzò di risate

È un epilogo d’aprile in cui il vento, freddino anziché no, spazza le strade di Lecce smorzando il tepore primaverile; per le vie del centro il tramonto riverbera corrusco su muri dal colore tufaceo. In questo scenario è immerso il Teatro Paisiello, di fattura ottocentesca, col suo palco come sospeso su un fossato e la sua platea incorniciata da quattro ordini di palchi disposti a ferro di cavallo. È qui che abbiamo appuntamento con un killer...

La rivolta del cigno nero

C’è un cigno nero che batte le ali prima di morire... c’è un cigno nero che sceglie di stramazzare per riparare ad una distorsione presente nel sistema, per chiamarsi fuori dal sistema... c’è un cigno nero come motore immanente, che si ribella alla sua sorte e rende un atto estremo estrema forma di rivolta.

Ravenna, i “Parlamenti di aprile” delle Albe

Ravenna ti accoglie placida, strade ordinate e silenziose e tracce di storia conservate in un tessuto urbano che vive il presente valorizzando il passato. Ravenna è decorazioni musive che ricordano i fasti dell’Esarcato e odore di buona cucina che si diffonde nelle strade. Ravenna è la città del Teatro delle Albe, che da oltre trent’anni porta avanti il proprio percorso poetico avendo come casa base il Teatro Rasi, che un tempo fu una chiesa, poi una cavallerizza, infine, da fine Ottocento un teatro.

La fattoria delle occasioni sciupate

Lo spazio vitale limitato e conchiuso da due strisce di luce tra il proscenio ed il fondo palco, sul fondo stesso uno schermo su cui si susseguono immagini di un blob coloratamente contemporaneo, sotto al quale una “h” ed una “f” formano il logo acronimo di quel che s’inscena; tre personaggi ad agire all’interno di quello spazio che scopriremo solo alla fine – invero troppo tardi – essere un reality show inteatrato che si incentra su figure di malati terminali, premio finale un’eutanasia, in cambio la sua spettacolarizzazione mediatica.

Psicodramma hitchcockiano

Il cinema e il teatro, si sa, parlano due linguaggi diversi: contigui eppure differenti, frammisti eppure separati; talvolta può capitare che si intersechino e che l’uno mutui dall’altro idee, tecniche e immagini in un processo di ibridazione che talvolta funziona, talaltra no.
In questo caso ci troviamo a parlare (a scrivere) di una volta sì, di un fatto eminentemente teatrale che – rimanendo essenzialmente tale – si serve di un sostrato cinematografico per condurre un discorso articolato e intelligente, le cui sfumature si sfaccettano in una sequela di piani susseguenti e inanellati che concatenano visione e fruizione in un gioco di rimandi in cui il cinema (e specificatamente il cinema di Alfred Hitchcock) è il pretesto, il teatro lo strumento ed i destinatari (pubblico, critica) oggetti compartecipi in una visione caleidoscopica che con gusto e leggerezza – ma senza per questo rinunziare ad una strutturazione articolata dell’impianto drammaturgico – regala un icastico spaccato teatrale e metateatrale.

Auricolare, Watson!

Con gli occhi chiusi, o meglio, bendati, per lasciarsi trasportare – rinunciando ad un senso ed aguzzandone un altro – dall’ascolto in una dimensione che metta lo spettatore in rapporto diretto con quel che ascolta: un dramma “auricolare”, questo è Il mastino dei Baskerville nella forma in cui è stato offerto alla fruizione a Il Pozzo e il Pendolo.

Abitare il deserto, seminarci teatro

Manfredonia, Don Milani, la Scuola di Barbiana, il deserto, il teatro e i teatranti, uno spettacolo, la Bottega degli Apocrifi, tante parole ascoltate... non so da dove partire per mettere mano a quest’articolo, magma informe che mi frulla a fior di capoccia da quando ho avuto modo di tastare da vicino una realtà e di percepirla in relazione immediata con l’oggetto di una giornata di lavori: Don Milani e la sua scuola, Manfredonia e il suo teatro: un giorno intero, convegni, studi, tavoli di lavoro, infine uno spettacolo.

Un teatro pieno di bambini

Molto rumore per nulla... o meglio: molto nulla per fare un po’ di rumore. Il Teatro Carlo Gesualdo di Avellino ospita, in una tiepida mattinata di inizio aprile, frotte di scolaresche per la visione di Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, di Giuliano Scarpinato; e fin qui saremmo pure nell’ambito di un’ordinaria programmazione di uno spettacolo rivolto alle scuole, se non fosse che, nelle settimane antecedenti, detto spettacolo ha visto ingenerarsi intorno a sé un putiferio a dir poco pretestuoso, vedendo schierati a difesa dell’”educazione” (virgolettato necessario) dei propri figli genitori che temevano la potenziale – e fondamentalmente indimostrabile – carica diseducativa di uno spettacolo che affronta il tema del genere sessuale, genitori arrivati a costituirsi in comitato per la difesa della propria prole avanzando la pretesa – rimasta vivaddio inascoltata – che lo spettacolo non fosse proposto in orario scolastico, in maniera tale da poter esercitare un’implicita censura evitando ai figlioli la “pericolosa” visione (hai visto mai che si vedessero tornare a casa un pargolo deviato e irrimediabilmente incamminato sui sentieri del traviamento e della perdizione?).

L'autenticità dei peli

I peli sono qualcosa di superfluo, qualcosa che copre, che maschera... eppure servono: “A essere brutti!”, “No, a essere veri!”. I peli sono il pretesto, l’orpello, o meglio la metafora (una delle metafore) su cui s’incentra un dialogo tra due donne che non sono donne − due attori ne indossano le vesti impersonando due signore borghesi che hanno scollinato da qualche indefinito semestre la mezza età − e che entrano in scena parlando un idioma che non è il loro (l’inglese).

Pagina 11 di 32

Sostieni


Facebook