“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Michele Di Donato

Il salone del barbiere

Nella (non troppo) amena e ridente cittadina di B. – giacché provatevi voi ad essere ‘ameni e ridenti’ quando nel vostro territorio insiste una discarica di rifiuti oltremodo invasiva, senza neanche (tra l’altro) che ne deteniate la titolarità effettiva, sicché ne “godete” tutto il lezzo senza però che la si conosca nemmeno come “la discarica di B.”, finendo così per non essere nemmeno riconosciuti come titolari di un degrado, bensì due volte vittime: dell’inquinamento e dell’oblìo – in questa cittadina, dicevamo, insisteva, oltre a detta discarica – e oltre ovviamente a tutta una serie d’altre normalissime attività – la bottega, o meglio il salone, di un barbiere.

Pronto... Linda? Parole come dischi volanti

Un’iperbole fantastica, un delirante tappeto di parole posto al servizio di un espressionismo che travalica gli angusti limiti del senso per “sparare” lo spettatore in un iperuranico mondo altro, proiezione di una fantasmagoria possibile, missione interspaziale condotta da un equipaggio (una compagnia teatrale) che abbandona sulla Terra il senso comune per esplorare nello spazio il senso estensivo del linguaggio; è questo il primo tentativo di sintesi in cui proviamo a racchiudere Loretta Strong, della compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa.

Non-recensione di un non-spettacolo

Il dedalo che s'incunea nei vicoli del centro di Bari Vecchia è un intrico di basolato chiaro su cui s'accalca un passeggio brulicante, dicembrino; lo si attraversa con difficoltà per raggiungere – dopo averla scovata con altrettanta fatica – la Galleria Doppelgaenger, spazio per una sera strappato alla sua funzione espositiva per farsi luogo di una performance teatrale, o meglio di qualcosa che ne rappresenta un ibrido succedaneo.

Calcio, storie, metafore

Ci sono il vero e il possibile, in Quell'ultima parata; la storia e la leggenda s'incontrano e si confondono, in Quell'ultima parata; c'è il calcio degli albori, quello che in Italia si gioca nei primi decenni del Novecento e che trova la sua culla d'elezione a Genova, per poi diffondersi progressivamene nel resto del Paese. Pionieri di una febbre che sarebbe in breve divenuta delirio, le cui prime, frammentarie narrazioni contribuiscono a circonfondere d'un'aura mitica, quale quella che avvolge storie in cui al fatto storico si somma, quasi ancillare, l'immaginazione, ingrediente aggiuntivo che determina la trasfigurazione della storia nel mito.

Solitudini senza tempo

È un viaggio al termine di una lunga notte, un viaggio al nocciolo duro di una sofferenza atavica, quello che conduce una sposa a bipartire due diverse solitudini, lontane per epoca e vocazione, accomunate dal dolore di lacrime incapaci di sgorgare, eppure così viscerali da rappresentare l'una la sintesi e l'antitesi – al contempo – dell'altra.

Rioccupare le strade coi sogni

“Io a quel tempo / Stavo ancora aspettando Godot, / Cioé aspettavo la morte / Per poter dire ‘rinascerò’, / Fatto diverso, / Collegato d'amore alle masse, / Più cultura, più lotta di classe, / Ma Godot non è mai arrivato, / Si fa le cose sue, / Ed è meglio così, certo / Per tutti e due”.
(Claudio Lolli, Autobiografia industriale, dall’album Disoccupate le strade dai sogni)

 

 

Sogno e follia. Due binari paralleli lungo i quali scorre un treno di senso. Sogno e follia, due direttrici eteree, che sfuggono alla presa tattile per sfumare come una scia impalpabile eppure percettibile nella cappa d’aria in cui siamo immersi. Sogno e follia prendono forma teatrale per raccontare una provenienza ed una destinazione, una scaturigine probabile ed un approdo possibile: dalla follia (e da un’utopia ormai scemata, ma non per questo rassegnata all’abdicazione) prende le mosse Il sonno dell’arrostito, di Astorritintinelli per condurre la propria parabola verso il recupero di una purità sognante, di cui informare la speranza per un futuro migliore.

Vi regalo il mio Fassbinder. Firmato: Latella

Monaco di Baviera, 10 giugno 1982: quello che giace riverso sul pavimento della propria casa è il corpo senza vita di Rainer Werner Fassbinder, trentasette anni appena compiuti, regista, forse genio; un cocktail letale di cocaina e sonniferi gli ha somministrato un sonno senza possibilità di risveglio. Resta intorno a lui, nell’immediato, il vocio stridulo dello spettegolio da pianerottolo; resta dietro di lui, nel tempo, la sua opera, filmografia fittissima, se rapportata ai pochi anni che visse, epitome dell’arte di cui fu portatore.

I supplizi di Fibre, lo splendore della visione

Quattro quadri per quattro supplizi, quattro episodi indipendenti eppure strettamente interrelati da un filo doppio e comune, che trova il proprio ganglio formale in un sistema di luci graticolare che, in ognuna delle quattro partiture, frammenta a scacchi l’assito come fosse l’unica luce possibile in uno spazio di prigionia, perimetro scenico di contenzione e costrizione, in cui personaggi diversi di storie diverse mostrano la comune, meschina, quotidiana bruttura del fondo umano.

Apocrifo pasoliniano

Apocrifo significa letteralmente “che non si vede, nascosto”; per estensione – e segnatamente in riferimento a quegli scritti che la Chiesa ufficiale non riconosce – la definizione designa quei Vangeli espunti dal canone biblico, ovvero “non riconosciuti”.

"Tu, mio", luci, ombre

Un’isola, una vacanza, il dopoguerra: contesti spazio-temporali in cui un adolescente vive la propria transizione, il passaggio attraverso quella soglia che comincia a far di un ragazzo un uomo; il passaggio attraverso un’estate in cui, più che nelle altre, “il sole spacca la pelle e l’aspro dello scoglio indurisce la pianta dei piedi”. Corpo che indurisce adulto attraverso tenerezze del cuore, un primo amore che va oltre la carnalità dell’esperienza per farsi assaporare nell’essenza intima di una affinità elettiva, quasi come magica; Tu, mio, di Erri De Luca, è romanzo di formazione che racconta in prima persona questo passaggio, l’attraversamento del confine sottile tra l’inconsapevolezza imberbe e la fregola di scoprire la vita scoprendone anche i risvolti acri.

Pagina 13 di 31

Sostieni


Facebook