“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Michele Di Donato

Diario di un testimone teatrale

Giorni e giorni di prove... filate, flussi, primi tocchi, mappe concettuali, librerie emozionali: assisto alla creazione di uno spettacolo, alla sua gestazione progressiva: Testimone oculare sta per andare in scena, con la regia di David Jentgens ed io a mia volta sono stato testimone privilegiato del suo percorso in fieri.

¿Hasta cuándo?

“Anche se siamo tutti, non siamo ancora tutti: ne mancano quarantatré”. Quarantatré è il numero di un’ossessione insoluta, di una verità urlata da tanti quanto più in pochi cercano di tenerla nascosta; quaratatré è un numero che quantifica e identifica una delle sconfitte di quella che ci si ostina a chiamare “civiltà”. Una sconfitta tra le tante, una di quelle recenti: il 26 settembre del 2014, ad Ayotzinapa, Messico, quarantatré studenti scompaiono dopo essere stati letteralmente assaltati dalla polizia; è la storia che si ripete, col suo ciclico e macabro riprodurre dinamiche di potere e sopraffazione: correva l’anno 1968, Città del Messico s’accingeva ad ospitare i Giochi Olimpici e s’imbellettava per mostrare la propria faccia pulita, una faccia pulita dall’anima sporca, sporca del sangue di un numero non ancora del tutto precisato di vittime (circa trecento), cadute per mano del governo nel massacro di Tlatelolco, in Piazza delle Tre Culture.

Jihad nostra contemporanea

Love Bombing inscena una distopia urgente e corrente, dando forma teatrale ad una di quelle paure striscianti che si fanno strada nel sentimento diffuso, in parte grazie ai bombardamenti al tritolo, in parte grazie ai bombardamenti mediatici che instillano un’esacerbazione del senso di pericolo e minaccia che sembrerebbe incombere, ad ogni angolo e ad ogni istante, sulla cosiddetta “civiltà occidentale”.

Palinodia d'una recensione

Capita abitualmente su questa rivista di recensire più volte ciò che va in scena; capita – ed è pratica frequente – che d’uno stesso spettacolo si offrano nel tempo più recensioni, affidate però a penne diverse, espressioni di punti di vista differenti; capita e serve a dare, d’un medesimo spettacolo, interpretazioni personali che concorrano a fornire, di quel tale spettacolo, una testimonianza plurima e stratificata, in grado magari anche di registrare come e quanto quel tale spettacolo sia cambiato (maturato o peggiorato) nel corso del tempo, pur attraverso la variabilità che necessariamente s’ingenera da uno sguardo all’altro.

Memoria storica e coscienza politica

Mamma compie 70 anni, tornato in scena a Galleria Toledo, è spettacolo che possiede più d’un lustro di vita; ritorna, con la regia di Alessandra Asuni, che nel frattempo ha realizzato Accabbai, Matrici, i lavori con le donne di Forcella (quelli compiuti, come Pe’ devozione, e quelli destinati a compiersi in forma più evoluta e complessa come La scena delle donne), realizzazioni sceniche in cui l’approccio antropologico si è felicemente coniugato con la capacità evocativa della regista.

Quanti Amleto

Esistono tanti Amleto per quanti sono gli Amleto messi in scena; esistono tanti Amleto per quante sono le angolazioni da cui si guarda ad Amleto. Così ci può succedere di vedere Amleto prima ancora che diventi Amleto (nel Preamleto di Michele Santeramo), o di scrutare l’Amleto “postumo” di Michele Sinisi, o ancora può capitare di imbattersi in un processo in cui Amleto è alla sbarra come imputato per l’omicidio di Polonio – Please, continue (Hamlet) – o un Amleto postmoderno che surroga il teschio di Yorick con la mela morsicata di un computer Apple (Amleto Fx di VicoQuartoMazzini), ed ancora ci capiterà, è certo, di vedere altri Amleto reinterpretati e traslati su scena secondo una e tante visioni.

Corpo d'attore a colloquio con la morte

“Il luogo del teatro è il corpo dell’uomo”
(Il ventre del teatro, Giovanni Testori)

Mentre due luci blu fendono la penombra, l’attore entra in scena dallo stesso corridoio da cui siamo entrati noi; la scena è composta da una sedia, uno sgabello da un lato, un mobiletto basso dall’altro; entra tirandosi dietro un carrellino per la spesa senza spesa, su cui è infilato un ombrello; è Antonio Ferrante, corpo d’uomo che occupa la scena per farsi teatro, per una e per tutte le sere in cui la replica di quel corpo, in quel luogo, ne assicura la sopravvivenza, per il tempo di una bella giornata, la “bella giornata di un uomo che dura quanto dura una rappresentazione teatrale”.

"Crescete e mortificatevi"

Dal dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, la parola “campione” (premessa: ne tralasciamo, scientemente le accezioni sostantivali per soffermarci solo su quelle aggettivali, poiché – e si evincerà in corso d’opera se il lettore avrà la pazienza di sopportare quest’iniziale pedanteria – nell’uso che con furba ambivalenza ne fanno Gli Omini nell’intitolare il loro spettacolo, i membri di questa scalcinata famiglia eponima più che come “sostanze”, ad onta della maiuscola che ne parrebbe suggerire il possibile cognome, li vorremmo classificare come “affezioni”).

Il lavoro smobilita l'uomo

Un vortice. Parole e situazioni si intrecciano e si sovrappongono, creando una vertigine temporale in uno spazio dissezionato, ripartito in più spazi, la cui funzione ruota e vortica come il senso concentrico della partitura che lo abita. #Lavorover40 si offre in visione come scrittura articolata, che declina il proprio senso mettendo in moto un meccanismo in cui ciascun personaggio è ganglio di un ingranaggio complessivo, ciascuno agisce interrelato – talvolta sovrapposto in frenetica logorrea – agli altri, intersecando, sul plot di un’unica vicenda complessiva i rivoli che da questa si diramano.

Il teatro ci deve qualcosa

Una finestra aperta come una possibilità schiusa sul mondo; in una Rimini che s’evoca un po’ felliniana nelle illustrazioni visuali e un po’ decadente, tipo La prima notte di quiete, nell’atmosfera cupa che si irradia in un interno, da una finestra aperta ci si addentra nel confronto tra due mondi distanti e senza altra possibilità di riscoprirsi contigui: un ladro, micragnoso e maldestro, s’intrufola – immaginandola vuota – nell’abitazione di una croupier d’origine tedesca, donna vissuta e solitaria, per depredarne l’argenteria; ma contrariamente a quanto postulato dal ladro, la donna è in casa, lo sorprende mentre armeggia e, anziché urlare instaura con lui un dialogo serrato, in cui vengono messe in risalto le rispettive mancanze, debolezze interiori – lo strisciante malessere di lei, che brama la morte come estrema consolazione – o difficoltà materiali – l’indigenza di lui, che lo costringe ad intraprendere con malcerta fortuna la carriera di grassatore.

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