“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Michele Di Donato

Quanti Amleto

Esistono tanti Amleto per quanti sono gli Amleto messi in scena; esistono tanti Amleto per quante sono le angolazioni da cui si guarda ad Amleto. Così ci può succedere di vedere Amleto prima ancora che diventi Amleto (nel Preamleto di Michele Santeramo), o di scrutare l’Amleto “postumo” di Michele Sinisi, o ancora può capitare di imbattersi in un processo in cui Amleto è alla sbarra come imputato per l’omicidio di Polonio – Please, continue (Hamlet) – o un Amleto postmoderno che surroga il teschio di Yorick con la mela morsicata di un computer Apple (Amleto Fx di VicoQuartoMazzini), ed ancora ci capiterà, è certo, di vedere altri Amleto reinterpretati e traslati su scena secondo una e tante visioni.

Corpo d'attore a colloquio con la morte

“Il luogo del teatro è il corpo dell’uomo”
(Il ventre del teatro, Giovanni Testori)

Mentre due luci blu fendono la penombra, l’attore entra in scena dallo stesso corridoio da cui siamo entrati noi; la scena è composta da una sedia, uno sgabello da un lato, un mobiletto basso dall’altro; entra tirandosi dietro un carrellino per la spesa senza spesa, su cui è infilato un ombrello; è Antonio Ferrante, corpo d’uomo che occupa la scena per farsi teatro, per una e per tutte le sere in cui la replica di quel corpo, in quel luogo, ne assicura la sopravvivenza, per il tempo di una bella giornata, la “bella giornata di un uomo che dura quanto dura una rappresentazione teatrale”.

"Crescete e mortificatevi"

Dal dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, la parola “campione” (premessa: ne tralasciamo, scientemente le accezioni sostantivali per soffermarci solo su quelle aggettivali, poiché – e si evincerà in corso d’opera se il lettore avrà la pazienza di sopportare quest’iniziale pedanteria – nell’uso che con furba ambivalenza ne fanno Gli Omini nell’intitolare il loro spettacolo, i membri di questa scalcinata famiglia eponima più che come “sostanze”, ad onta della maiuscola che ne parrebbe suggerire il possibile cognome, li vorremmo classificare come “affezioni”).

Il lavoro smobilita l'uomo

Un vortice. Parole e situazioni si intrecciano e si sovrappongono, creando una vertigine temporale in uno spazio dissezionato, ripartito in più spazi, la cui funzione ruota e vortica come il senso concentrico della partitura che lo abita. #Lavorover40 si offre in visione come scrittura articolata, che declina il proprio senso mettendo in moto un meccanismo in cui ciascun personaggio è ganglio di un ingranaggio complessivo, ciascuno agisce interrelato – talvolta sovrapposto in frenetica logorrea – agli altri, intersecando, sul plot di un’unica vicenda complessiva i rivoli che da questa si diramano.

Il teatro ci deve qualcosa

Una finestra aperta come una possibilità schiusa sul mondo; in una Rimini che s’evoca un po’ felliniana nelle illustrazioni visuali e un po’ decadente, tipo La prima notte di quiete, nell’atmosfera cupa che si irradia in un interno, da una finestra aperta ci si addentra nel confronto tra due mondi distanti e senza altra possibilità di riscoprirsi contigui: un ladro, micragnoso e maldestro, s’intrufola – immaginandola vuota – nell’abitazione di una croupier d’origine tedesca, donna vissuta e solitaria, per depredarne l’argenteria; ma contrariamente a quanto postulato dal ladro, la donna è in casa, lo sorprende mentre armeggia e, anziché urlare instaura con lui un dialogo serrato, in cui vengono messe in risalto le rispettive mancanze, debolezze interiori – lo strisciante malessere di lei, che brama la morte come estrema consolazione – o difficoltà materiali – l’indigenza di lui, che lo costringe ad intraprendere con malcerta fortuna la carriera di grassatore.

Un triangolo in un quadrato

Lui, lui, l’altra è il plot ridotto all’essenziale di Cock, psicodramma della gelosia (ma non solo) che, dietro la sua apparente semplicità dell’impianto concettuale sfuma derive di senso che s’intrufolano con acume nelle dinamiche interpersonali. Lui, lui, l’altra è un triangolo “anomalo” che può sulle prime suggerire un’attenzione precipua al tema dell’identità di genere, ma questo non è che l’involucro tematico, la buccia esterna che contiene un frutto drammaturgico la cui effettiva ‘polpa’ risiede invece in uno sguardo lucido e disincantato sulla difficoltà che si può avere ad identificare il proprio posto nel mondo, difficoltà a capire “chi” si è, prima ancora che a designare “cosa” si è in base ad un orientamento sessuale più o meno definito.

Lui il poeta, Lei la poesia

Avevamo incontrato Orlando Bodlero e il suo Canto nell’autunno del 2014 sul palco di Galleria Toledo in occasione di Stazioni d’Emergenza; lo ritroviamo, sullo stesso palco, ad un anno e mezzo di distanza con un lavoro cheè quello stesso, ma che di quello stesso è la compiuta evoluzione, rappresentandone la crescita progressiva: Canto d’un poeta che se ne muore (Omaggio a Orlando Bodlero) contiene già nel proprio titolo le coordinate programmatiche di una poetica intrinseca, che identifica i suoi mentori (il Furioso di Ariosto e Baudelaire), celandone fra le righe un altro che disvela nel corso della recitazione (Carmelo Bene), cui rende tributo nella prima parte del suo declamare.

"Gospodin", un apologo farraginoso

Chi è Gospodin? Un folle, un rivoluzionario, forse un saggio; protagonista eponimo dell’opera – e dello spettacolo che Giorgio Barberio Corsetti ne deriva – Gospodin vorrebbe incarnare il grado zero dell’utopia, quella che postula una società di giusti, che rinunzia all’uso del denaro; una società giusta – e per questo utopica – per giunta calata in una dimensione postmoderna.

La mia noia si chiama Julie

“Ribellione, erotismo, morte”: per raccontare quello che de rimane nel nostro sguardo de La signorina Giulia, versione Cristián Plana, partiamo dalle tre parole chiave scelte per il foglio di sala; partiamo da queste parole perché, al culmine della visione, rileggendole sul cartonato traslucido di una brochure abbandonata su una poltrona del Teatro Mercadante, diamo la stura ad un nugolo di perplessità che ci avevano accompagnato durante la visione, come fossero accomodate, con ingombro etereo e pur voluminoso, nel posto vuoto accanto al nostro.

Nunca más

Campionato del Mondo di calcio del 1978: Mario Kempes trascina l’Argentina al suo primo titolo mondiale in uno Estadio Monumental che trabocca di folla, in una pioggia di coriandoli bianchi; l’Argentina batte l’Olanda, per la gioia di un Paese intero, o almeno per quelli che si vedono, per quelli che lo comandano, facce torve dalle espressioni severe e divise con le stellette.

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