"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 01 Giugno 2016 00:00

Raccontando Schiele: "La bambina in rosso"

Scritto da 

Egon Schiele appartiene ad un ristretto gruppo di artisti che più di altri hanno incuriosito i biografi e i registi cinematografici. Certo, gli specialisti citeranno Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, protagonisti anche di sceneggiati televisivi di alto livello, ma ancora più avvezzi a comparire nelle librerie con le loro vite compaiono Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Picasso e per l’appunto Egon Schiele.
Di quest’ultimo si sono scritte pagine e pagine, ora di pura indagine estetica, ora di curiosità spesso pruriginosa, per una produzione copiosissima definita da molti come erotica e da altrettanti come pornografica.

Una cosa è certa: chiunque percorra un’esposizione di Schiele, magari al mitico Museo Leopold di Vienna, a lui stesso dedicato, ne esce impressionato, forse scosso, forse meravigliato, molto spesso affascinato.
È quanto è accaduto ad Antonio Della Rocca, qualche anno fa, come egli stesso racconta in questa sua ultima pubblicazione, in un capitolo finale che ci svela la genesi delle sue ricerche e del suo stesso narrare. Della Rocca non dipinge col pennello, non proviene da scuole di critica letteraria, non si atteggia a giudice estetico, ma La bambina in rosso non ha niente da invidiare a ritrattisti e paesaggisti, per atmosfere e dettagli. Il suo è un palcoscenico che potrebbe somigliare ad un sapiente gioco di specchi, che riflettono una serie di figure narranti senza mai rendere esplicito il personaggio centrale: qui Schiele non compare mai, non parla, non dice la sua, mentre scorrono più volte le persone che gli sono state vicine, in particolare le sue donne. È il loro vissuto che quasi materializza, via via, il geniale artista, senza remore e senza tralasciare neppure una virgola del suo incrollabile egoismo, della sua tensione rivolta soltanto ad esprimere e coltivare la sua pittura.
Della Rocca incontra “personalmente” i suoi attori, in una dinamica teatrale da Così è se vi pare pirandelliano, in una squisitissima prosa, da grande tradizione mitteleuropea, e si compiace di essere chiamato Herr Doktor da chi viene di volta in volta sollecitato a parlare. Ascoltiamo così l’arrabbiatissimo professore dell’Accademia di Belle Arti, il mercante-collezionista Arthur Roessler, sappiamo dei genitori dell’artista (il padre ferroviere morirà di sifilide), di Gustav Klimt, di Anton Peschka, a sua volta artista minore, che sposerà la sorella di Egon dopo lunghi mesi di travagliate gelosie e alterchi famigliari. Ma soprattutto sentiamo la versione dei fatti narrata da Wally, sua modella e compagna in anni tumultuosi, a cui seguono Adele e sua sorella Edith. Adele diventerà sua moglie e morirà, incinta, pochi giorni prima di Egon, ma Edith, arrivata per prima tra le lenzuola del pittore, resterà sempre a vivere accanto alla coppia ufficiale, e ancora oggi la sua tomba è in mezzo a quella dei due coniugi.
Fra tutti, a fare da perno e a proclamare la propria verità con signorile sfrontatezza, c’è Gerti, la sorella di Egon, la sua modella preferita, la donna a cui si è sempre rivolto in ogni momento importante della sua vita, quella di cui è stato realmente geloso, Gerti, la sua vera e sola amante. Dalla sua vicenda spunta quella bambina, ritratta una sola volta con un abito rosso, la cui paternità, sempre accompagnata da silenzi e reticenze, è inseguita dal nostro autore con precisione e discrezione asburgiche, lasciando al lettore il compito, neppure tanto difficile, di trarre le debite conclusioni. Perché Gerti non dice chiaramente chi è il padre di sua figlia? Perché parla d’amore e di fughe romantiche a Trieste col fratello, senza arrivare mai a pronunciare parole offensive per la morale dei tempi suoi e nostri? Perché Gerti, e tutti gli altri personaggi, come lo stesso Egon, sono viennesi fino al midollo, imperial-regi attori di un mondo in declino, che proprio per questo sbandiera con fierezza una classe e una nobiltà troppo facilmente assimilate al perbenismo borghese, quando sarebbe forse più corretto intenderle come espressione del modo di essere di un’epoca e di un mondo diversi dal nostro.
La raffinatissima scrittura di Della Rocca ci guida in un’Europa che senza urli e strepiti vive tra impero e trasgressione, tra ferree regole sociali e spregiudicatezze, tra conservatorismo e incoscienza, tra eleganza e sberleffo. Così capita che tra le righe spuntino personaggi della famiglia imperiale, Freud e Adler, albergatori triestini, ragazzine che sfidano il rischio di posare nude, il feldmaresciallo Radetzky, Oskar Kokoschka.
Su tutti, Schiele è un gigante, che vive esclusivamente con e per la sua sola arte, ma le regole del gioco, in questo libro singolare, le detta lo scrittore, fino a contendere all’artista l’abilità di illustrare un mondo, una città, un’epoca.
Tutto verrà spazzato via dalla Grande Guerra e dalla spagnola, che si prenderà una giovane coppia e il loro figlio neppure nato, ma ancora il tempo resta vivo e scorre tra le incredibili mani dei ritratti dipinti da Schiele, nelle calze verdi delle sue donne sofferenti e discinte, nello sguardo lontano e triste di una bambina col vestito rosso, il cui segreto, grazie a Della Rocca, giunge oggi fino a noi.
Arrivare all’ultima pagina di questo libro, che esce per i tipi di Gilgamesh Edizioni (di Dario Bellini, entusiasta e combattivo giovane editore di Asola, presso Mantova) pone al lettore il dilemma: alzarsi dalla poltrona e cercare subito i quadri di Schiele su Google, o rileggere tutto daccapo, con più calma? Si fanno entrambe le cose, e man mano cresce lo stupore per questo scritto che non è un vero romanzo, né una vera biografia, né un libro di storia, ma tutte queste definizioni messe insieme, e forse proprio per questo avvolge e affascina.
Ogni personaggio scomparso ritorna a parlare di sé con l’entusiasmo e l’irruenza di chi è rimasto nascosto per troppo tempo, dimostrando a se stesso e agli altri che le emozioni vitali continuano a parlarci anche se coperte di polvere.
È un equilibrio da preziosità letteraria, che strappa l’applauso.

 

 

 

 

Antonio Della Rocca
La bambina in rosso
Asola (MN), Gilgamesh Edizioni, 2015
pp. 160

Lascia un commento

Sostieni


Facebook