"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 14 Gennaio 2015 00:00

Lo sguardo "Rosso taranta" di Angelo Morino

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La letteratura di viaggio è un genere letterario al quale prima o poi ci si avvicina. Il viaggio si accompagna con le memorie del viaggio stesso, tanto che il viaggio e le sue memorie arrivano a confondersi l’uno nell’altro così il gioco delle scatole cinesi letterarie continua. Perché esistono libri di viaggio/memorie (plurale), e libri di viaggio/memoria (singolare). Un esempio per tutti, di quest’ultimo tipo, potrebbe essere In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński, dove la memoria propria del viaggiatore si armonizza col suo viaggiare, in uno scambio continuo di impressioni, descrizioni, ricordi, cultura personale, fino a farne, per l’appunto, un libro di memoria.

Credo che Rosso taranta appartenga proprio a quella preziosa sottocategoria dei libri di viaggio/memoria, singolare intreccio di viaggio nel tempo, nello spazio, nel proprio sapere e interiore. Come accade per Kapuściński, anche qui la scrittura non prescinde dalla conoscenza dello scrittore, l’una non regge senza l’altro, senza conoscere le vicende che ne hanno segnato la vita. Provo a tratteggiare quella di Angelo Morino, ben sapendo di essere colpevolmente riduttiva: docente universitario di Lingue e Letterature Ispaniche, uno dei massimi traduttori dallo spagnolo di Màrquez, Vargas Llosa, Bolaño, Soriano, Puig, editore, scrittore di romanzi propri. Non ha mai nascosto la sua omosessualità e anche questo contribuisce a conoscerlo un po’. Il resto è opera sua, in Rosso taranta: nella torrida estate torinese del 2000 decide di leggere La terra del rimorso di Ernesto De Martino, comprato usato mesi prima, e lasciato lì, tra i libri non letti, ad aspettare il richiamo giusto. Il sottotitolo recita “Contributo a una storia religiosa del Sud”: è una ricerca etnografica, tra le più interessanti e dirompenti del 1900, sul fenomeno del tarantismo, causato dal morso della tarantola, o meglio, della taranta, così chiamata per allontanarla dal mondo scientifico degli aracnidi e trasportarla in quello del mito legato al mondo contadino pugliese. In una settimana Morino divora le quattrocento pagine del testo, scritto nel 1959, sottolinea, evidenzia, rilegge, fino a decidere, l’anno dopo, di rifare lo stesso viaggio, utilizzando treni e pullman, da Torino a Galatina, nel Salento, per assistere alla festa dei Santi Pietro e Paolo il 29 giugno: è il giorno nel quale, per secoli, le tarantate e i tarantati venivano definitivamente guariti dagli effetti del venefico morso, ad opera di San Paolo, che sussurra il perdono nelle orecchie degli invasati.
Il libro si apre con la partenza dalla stazione di Roma Ostiense, martedì 26 giugno 2001, perché la parte precedente del viaggio, da Torino, in realtà non ha storia. Da Roma in poi è tutto un susseguirsi di sguardi, fuori dal finestrino, ad imprimersi paesaggi aridi punteggiati dal grigio-verde degli ulivi e oppressi da un sole e da una calura sconosciuti alla gente del Nord. Il guardare dello scrittore si alterna con l’osservazione degli occasionali compagni di viaggio, che restano sì degli sconosciuti, ma che noi “vediamo” attraverso il suo sguardo, e come lui immaginiamo un abbozzo delle loro vite, della loro storia.
Abiti, gesti, posizioni, occhiate, rimandano al libro che ha determinato questo viaggio, all’indagine sui tarantolati, che De Martino volle compiere insieme ad un manipolo di studiosi agli albori del boom economico. Allora donne e uomini, paesaggi, abbigliamenti, musica, erano molto diversi, allora c’era un Sud che già si preparava ad essere spopolato per una migrazione interna che sarebbe durata almeno vent’anni, allora sopravvivevano ancora antiche credenze, la Grecìa salentina era quanto di più vicino si potesse trovare al tempo dei miti e della loro forza distruttrice o terapeutica, a seconda dei casi. Lo sguardo dello scrittore si sposta, dunque, in spazi che diventano altrettanti tempi, in un rimbalzo continuo tra il Salento del 2001, che sta per essere fagocitato dal turismo, e il Salento del 1959, quando bastava percorrere qualche ora di strada (non c’erano ancora le autostrade!) per ritrovarsi in un mondo altrove, sconosciuto e lontano, degno della miglior indagine antropologica, popolato da una tribù umana speciale quanto lo potevano essere quelle lontanissime indagate da Levi Strauss.
La donna fotografata nel 1959, Maria di Nardò, i suonatori che per giorni accompagnano ossessivamente il suo doloroso movimento strisciante ripetendo all’infinito motivi e ritmi tipici della tarantella (che qui ha la sua variante nella pizzica), le donne e gli uomini che assistono a tutto il rito purificatore senza veli, senza farmaci, senza pudori, sono sostituiti nel 2001 da bande musicali, processioni delle Confraternite religiose, gazebo in piazza per ospitare complessi che suonano pizzica fino a tarda notte, bancarelle che vendono di tutto. La frenesia della tarantola è perfettamente imitata da giovani in lunghe tuniche bianche e il sussurro del Santo è sostituito da psicofarmaci, qualora qualche donna si senta preda di misteriose smanie. I più anziani guardano, seduti ai tavolini fuori dai bar, e scuotono il capo: questa è tutta roba falsa, ma loro hanno visto la verità.
Gli unici protagonisti invariati nel tempo sono il caldo e il sole, e al loro peso si deve lo svuotarsi della piazza nelle ore centrali della giornata. Il solo a percorrere strade silenziose e a frequentare stazioncine irreali è proprio lo scrittore, che arriva qualche giorno prima della grande festa di Galatina e approfitta per visitare Gallipoli e Nardò, attraversando piccolissimi centri a loro volta inseriti nella storia del morso della taranta. Nelle attese di littorine sempre più incongrue, nelle ricerche di alberghi a loro volta assurdi, si svolgono riflessioni e pensieri, che hanno uno dei loro nuclei, ancora, in alcune immagini a corredo del libro di De Martino.
A suo tempo, l’agguerrito antropologo svolgeva la sua indagine accompagnato da una giovane donna, che non era sua moglie, e da qui scaturisce una visione personale del fenomeno, che Morino sviluppa per tutto il suo racconto: anni ancora moralisti, anche e forse di più nelle loro componenti marxiste, escludono accenni e vissuti legati al sesso o all’evidenza dello stesso, e ci si stupisce dell’assenza di ogni accenno alle problematica sessuale per chiarire e illustrare meglio il fenomeno del tarantismo. La stragrande maggioranza dei tarantati sono donne, miserabili, trattate più come bestie da soma che come esseri umani, che non si risparmiano nel mimare gesti e posizioni oscene durante la furia del ballo, vere e proprie baccanti: “Sono i poveri del mondo a essere morsi dalla taranta, e più povere fra tutti, le donne… donne che bastano a se stesse e che sanno bastarvi… donne che corrono con i lupi, in cerca di territori selvaggi… È un’altra faccia della femminilità quella che viene messa sotto gli occhi”.
E gli uomini? Pochissimi sono i casi documentati di uomini tarantati, e si tratta di documenti poco credibili. Da qui, l’ipotesi per niente campata per aria di Morino: che questi pochi uomini invasati in realtà fossero omosessuali, e che la loro fosse la stessa disperazione delle donne, in entrambi i casi reietti per definizione, tollerati solo se malati, se matti, riscattati solo nell’esternazione del loro dramma, infetto e strisciante. Almeno per uno di loro, Giorgio di Galàtone, sembra che tutto lasci sottintendere il suo vero problema, travestito da ballo invasato. Solo sua sorella dimostra comprensione e pietà, accompagnandolo a Lecce, da un professore di fattura, poi ”regala a San Paolo un serpente d’oro e ingaggia un’orchestrina per far ballare Giorgio durante giorni e giorni”.
Ed è ancora l’omosessualità a costituire un ultimo punto di vista in questa storia complessa, dopo quelli del tempo, dello spazio, delle indagini sociologiche, delle immagini, della scoperta di un Terzo Mondo ai piedi dell’Italia, oggi scomparso. Morino spesso ferma lo sguardo su uomini, giovani e meno, non nasconde curiosità e desideri, ma chi legge ha la sensazione più del rimpianto e della sorpresa, che della libido, anche quando si abbandona a immagini e gesti possibili solo nel sogno, o nell’incubo. Tra il bagaglio di informazioni, luci, colori, storie ripercorso durante il viaggio di ritorno, restano le magliette di molti ragazzi visti a Lecce, o alla sagra di Galatina, magliette rosse, su pantaloni attillati neri, un rosso difficile da definire, se non “rosso taranta”. Secondo le sue stesse parole “L’omosessualità è un punto di vista, un certo modo di giudicare e scegliere tra quello che si offre allo sguardo”. Ed è ancora lo sguardo, col quale è cominciato il viaggio, a concluderlo, mentre il treno riparte da Lecce, verso Roma, stavolta rapito da un particolare durante l’ultima consultazione del Pozzorario (oggi lo potete trovare solo su E-Bay): “… Lecce è la città contraddistinta dal n. 137. Un pezzo di sud in fondo al tacco dello stivale, ma nell’interno, senza mare che lambisca. Ed è lì sopra che la linea rossa della rete ferroviaria nazionale muore o, secondo il punto di vista, nasce, bruscamente”.

 

 

 

Angelo Morino
Rosso taranta
Palermo, Sellerio Editore, 2006
pp.192

 

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