“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 02 Settembre 2015 00:00

Il piccolo miracolo intessuto da Benjamin Stein

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Amnon Zichroni è uno psichiatra, Jan Wechsler è uno scrittore giornalista. Entrambi si imbattono in Minsky, misterioso personaggio dalle origini incerte: Zichroni crede alla sua infanzia ad Auschwitz e lo aiuta a ricordare la sua tragedia, Wechsler ritiene invece che Minsky sia un abile mentitore, figlio di una famiglia alto borghese svizzera, quindi uno dei tanti speculatori sull’orrore della Shoah.
Tu, lettore, immagina adesso che Amnon rappresenti la trama di un tessuto e Jan l’ordito, con te in mezzo a reggere il fuso che va avanti e indietro davanti al telaio, mentre i piedi premono i lunghi pedali previsti per completare l’opera.

Come ogni buon tessitore, hai diverse possibilità: puoi proseguire con ordine classico, oppure seguire un disegno, a tuo piacere. Ecco, questo libro è così: potete leggere dalla prima all’ultima pagina la prima parte, poi girare il volume e leggere dalla prima all’ultima pagina la seconda parte, decidendo se volete partire dalla storia di Amnon o da quella di Jan, senza timore di sbagliare, perché comunque i due personaggi si ritrovano, in mezzo (ovvero ai rispettivi finali), esattamente nella stessa scena, nello stesso tempo narrativo, nello stesso luogo. Ma volendo potete seguire un vostro disegno progettuale, e leggere i capitoli alternati, con il solo fastidio di rivoltare il volume ad ogni capitolo, cosa che in fondo è ben poco, se pensate che comunque il tessitore siete voi. Voi o l’abilissimo autore di questo libro? È attraverso la sua storia personale, persino il suo aspetto esteriore, che arriviamo ben presto a chiederci che tipo di narrazione sia questa, ovvero dove voglia portarci lo scrittore.
Benjamin Stein è un quarantacinquenne tedesco, nato nella scomparsa Berlino Est, editore e abile informatico. Ma soprattutto è un ebreo praticante, che indossa kippah e tallit con disinvoltura insieme a jeans e maglioni, che ha dimestichezza con la lingua yiddish, e con l’ebraico dei testi sacri, che ha vissuto il comunismo grigio antracite di Honecker e la caduta del muro. Stein per primo è il risultato di una tessitura complessa, e molti dei suoi fili entrano nella trama del suo libro, in entrambi i protagonisti. Jan ha il coraggio di sfidare la STASI chiedendo in prestito ad una biblioteca pubblica un libro di poesie in pratica proibito, seppur presente nel catalogo bibliotecario, poi viene folgorato da 1984 di Orwell. Amnon possiede la capacità di vedere i ricordi altrui e decide di non disperdere quello che lui considera un dono divino, fino a diventare uno stimatissimo psichiatra, al quale restano dentro le pagine del Maestro e Margherita di Bulgakov, a ricordargli che non è la sola scienza a reggere i destini del mondo. Amnon crede di vedere l’orrendo ricordo di Minsky, da bambino, nel lager; Jan trova documenti che ne testimoniano invece un’infanzia benestante nella tranquilla Svizzera. Amnon non regge a questa sconfitta umana e professionale, e si ritira in una pericolosa zona di confine in Israele, dedicandosi alla sua primigenia vocazione religiosa. Ma perché Jan decide di seguire una pista misteriosa, dopo aver ricevuto una vecchia valigia che reca sì il suo nome, ma che lui sostiene di non aver mai visto? Come accade che Amnon veda precipitare la sua vita mentre Jan perde la sua famiglia? Cosa succede in Israele, davanti alla più antica e suggestiva vasca naturale per il bagno rituale, dove arrivano a ritrovarsi Amnon e Jan? Chi è la vittima e chi il carnefice di questa storia? Il finale, ammesso che un finale ci sia, non va svelato qui, perché l’ultimo nodo di una tessitura può farlo solo chi tesse la tela e Stein vuole, fortissimamente, che sia il lettore a decidere come terminare il lavoro.
In Germania questo libro è stato salutato come “un piccolo miracolo”, con buona ragione. Con raffinata eleganza formale ci troviamo avvolti da una nota continua di misticismo ebraico, ricostruzione di una cultura che a dispetto della storia sta tornando a crescere, e in più punti si è tentati di credere ad una vicenda ambientata nel passato, mentre i tempi sono i nostri. Affiorano quindi curiosità, stupore, a volte persino incredulità nell’incontrare un tale intreccio di regole, leggi morali, modi di concepire il vivere quotidiano che trovano la loro ragion d’essere, la loro serenità proprio nel puntiglio dell’osservanza.
Viene in mente in più passaggi A Serious Man dei fratelli Cohen, anche se qui mancano l’intento satirico e gli sberleffi che hanno reso celebre quel film. Si ripete il miracolo in un tono generale che ammicca al giallo classico, e nello stesso tempo ci guida attraverso la storia del 1900, come farebbe un nonno se portasse il suo nipotino ad una mostra di quadri: qui i pogrom, là l’antisemitismo, qui i lager, là lo Stato d’Israele, qui il comunismo, là i valori dello spirito, qui Freud, là Jung, qui il vero, là il falso. Davanti agli ultimi due “quadri” nonno e nipote potrebbero fermarsi e almeno provare a dare delle proprie risposte ad alcuni grandi quesiti che quel geniaccio di Stein ci soffia nelle orecchie: se una tesi funziona, è davvero necessario dimostrarne l’autenticità? È legittimo insistere su rimorsi, dolore, perdite, fino a farne un mercimonio? È sempre e comunque corretto prendere i ricordi individuali e ritenerli verità oggettive?
E qui può inserirsi a buon diritto un clamoroso esempio di falso storico, che è diventato un classico letterario e un grande stimolo alla coscienza collettiva. Mi riferisco a Yossl Rakover si rivolge a Dio, breve testimonianza di un combattente del Ghetto di Varsavia, che scrive i suoi ultimi pensieri prima di essere ucciso dalla furia nazista. Spacciato per una testimonianza autentica, il libro è poi risultato essere un falso, scritto a regola d’arte dall’ebreo lituano emigrato in Palestina Zvi Kolitz, ma talmente intenso e verosimile da essere stato oggetto di attenzione e studio da parte di Emmanuel Lévinas, il grande filosofo che si interrogava sul silenzio di Dio di fronte alle tragedie umane.
Una cosa è davvero, ma davvero certa, in questo meandro di grandi domande e cespugliose risposte: la cultura e la letteratura possono fare di noi persone diverse e migliori, o per lo meno coscienti di quanto spazio, dentro di noi, possa e debba essere occupato da qualcosa di più grande delle tribolazioni quotidiane. Lo studioso di Talmud e Torah stringerebbe con calore la mano di Dante Alighieri leggendo il suo “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza”.
Riconoscersi nella Pantera di Rilke, o divorare con furore Il ritratto di Dorian Gray ha consentito ai due giovani protagonisti di questo libro di entrare nel mondo con più strumenti, quindi con più difese.
L’appartenenza ad una cultura e la scelta interiore, di fede, non ha loro impedito di porsi domande, di avere esperienze, di imparare dai propri sbagli.
Quindi, sì: La tela, di Benjamin Stein, è davvero un piccolo miracolo.

 

 

 

Benjamin Stein
La tela
Rovereto, Keller Editore, 2013
pp. 432

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