“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Venerdì, 06 Marzo 2015 00:00

Di un libro che parte bene per deludere alla fine

Scritto da 

Non è che voglia proporre questa cosa letterariamente lontana, senza essere un classico, per sfizio. È che Igiene dell’assassino, libro d’esordio di una scrittrice molto venerata, Amélie Nothomb, è per me un ottimo esempio di ciò che parte bene per deludere alla fine. Vi sarà capitato con qualche libro, no? Quindi, un paio di ragionamenti li possiamo tirare fuori.

Cosa elabora la nostra testa mentre scorrono le pagine di un’opera, quali aspettative si forma? È evidente che s’instaura un meccanismo tale da indurci verso una determinata direzione: come volessimo prendere per mano la trama, plasmare i personaggi, auspicarne i destini. L’autore però è un altro che pensa a cose diverse. Perché la sera si è messo a tavolino a scrivere le sue pagine dopo aver mangiato sciocco oppure piccante. Dopo aver litigato con la moglie, o il marito, pestato una cacca per strada o semplicemente poltrito tutto il santo giorno in attesa dell’ispirazione.
C’è un patto implicito tra scrittore e lettore. Personalmente sono attratto da quelli che ti fanno avvicinare… che ne so, a un dialogo, a uno scenario, ti lasciano in sospeso e tu puoi cucirne l’epifania attorno agli orli della tua sensibilità. La parola, di per sé, consente di lasciare, in chi accetta il confronto, uno stadio di interrogazione permanente, di attività emotiva partecipe. Per cui se uno scrittore deve avere rispetto, anche tu hai da restituirglielo e non è che al secondo capitolo puoi pretendere che a metà libro accada esattamente quello che ti stai costruendo mentalmente.
L’equilibrio è delicato. Ogni equilibrio lo è. Allora c’è questo premio Nobel per la letteratura, si chiama Prétextat Tach, a cui vengono diagnosticati due mesi di vita per un cancro rarissimo alle cartilagini. Il suo segretario, Ernest Gravelin, gli organizza le interviste con cinque giornalisti che avranno la possibilità di confrontarsi con un gigante della narrativa. Siamo alla vigilia e nel giorno dell’attacco all’Iraq di George Bush senior, dunque a metà gennaio 1991.
I primi quattro giornalisti, maschi, escono letteralmente distrutti dal confronto con Tach che rovescia su di loro, volutamente, le parti più abominevoli della sua personalità. E del suo fisico. Tach è infatti ridotto su una sedia a rotelle ed è di un grasso putrescente a causa di una dieta dove la cosa più leggera è il grasso di rognone. Inoltre beve un’infinità di cocktail Alexander per il quale ha una ricetta, a suo giudizio, unica al mondo. Infine è di un’intolleranza verso il genere umano che non lascia scampo. Nell’ambito del genere umano, i giornalisti e le donne hanno un posto di assoluto rispetto. Terminata la girandola di uomini, arriva l’ultimo giornalista della serie che è, guarda caso, donna. Inutile dire, lo potete immaginare, che a causa di questo mutamento biologico il romanzo svolta. A differenza dei colleghi, la giornalista mostra di conoscere bene Tach, ha letto i suoi libri, e imposta l’intervista con uno scopo preciso: scavare nel passato del Nobel per capire i motivi dell’incompiutezza e i risvolti autobiografici del suo romanzo intitolato Igiene dell’assassino. Sviscerandolo, verranno fuori tracce di degradazione assoluta, folle utopia, rapporti morbosi e strangolamenti. Chi è l’assassino così… igienico?
Messa così, mi pare di cogliere “però” esclamativi. Scommetto che questa seconda parte, tra il giallo e il noir, stimola molto più della prima quando manca soltanto il rumore delle flatulenze di Tach. Invece… ripropongo un elemento essenziale: siamo alla vigilia e nel giorno dell’offensiva americana nel deserto iracheno e il mondo se ne sta incollato alla tv. Era la Cnn, se non sbaglio, a fare la parte del leone e a vivere la sua prima epopea mediatica. Dinanzi a una bulimia da informazione, e i quattro giornalisti maschi ne sono i responsabili e la personificazione, dinanzi a opinioni pubbliche che scoppiano di notizie, obese, sta un vecchio odioso in sedia a rotelle che obeso lo è nel fisico. Perché Tach guarda solo pubblicità. Non accende la televisione se non per le réclame. A stento sa che Bush senior e Saddam Hussein se le stanno per dare di santa ragione, cioè il primo le darà al secondo. E questo perché non riconosce alcun credito al reale, un mix di falsità e ipocrisia, e al linguaggio con il quale la comunicazione lo trasmette. Il giornalismo, quello televisivo soprattutto, è il reale in mostra, è una gentilezza che ci viene offerta dalla modernità che crede di beneficiarci rendendo visibile ogni cosa, noi compresi.
Diversa è la scrittura. Dovrebbe essere. Lo è quando i libri non si scrivono per bontà: "Sono opere che si creano in abiezione e in solitudine, ben sapendo che dopo averle scagliate in faccia al mondo, si sarà ancora più soli e più abietti". I libri autentici nascono per trasformarci, sono subdoli. Soltanto che, e qui è l’aspetto che la Nothomb coglie e che non doveva abbandonare, la loro potenza devastante è anestetizzata dai lettori-rana: quelli che si limitano a leggere. Va be’, pare ovvio, in realtà è una degenerazione: i lettori-rana si accontentano, "hanno letto, ecco tutto: nel migliore dei casi, sanno di 'cosa parla'. Quante volte ho domandato a persone intelligenti: 'Questo libro vi ha cambiato?' E mi hanno guardato, gli occhi sgranati, con l’aria di dire: 'Perché avrebbe dovuto cambiarmi?'". Tach legge come mangia, e prova a scrivere come magia, ciò che assimila entra nelle sue componenti e le modifica. "Non si è gli stessi che si mangi sanguinaccio o caviale; allo stesso modo non si è gli stessi se si è appena letto Kant (Dio ce ne scampi) o Queneau". O Céline.
Insomma nella prima parte si respira una bella tensione, frutto peraltro di dialoghi serrati e non delle seghe mentali che subentrano fra la tipetta e Tach, non ci si aspetta la deriva forzata e perfino faticosa che la trama assume. Non è che manchi un tema di fondo, con il suo interesse, il desiderio di una vita da sterilizzare e salvaguardare in un sogno illusorio di felicità condivisa, ma sparisce quel cozzare tra linguaggi che pensavo portasse chissà dove. La sfida fra Tach e la giornalista donna svicola da quanto aveva caratterizzato il libro nella prima parte, stramba verso altre correnti, s’impiglia su un confronto dall’epilogo perfino forzato.
Non voglio concludere con una domanda retorica, ma: in questo caso il patto fra scrittore e lettore chi lo ha violato? Io con le mie aspettative o la Nothomb con il suo imboccare un’uscita non segnalata neanche da un aggiornato navigatore?

 

 

 

 

 

Amélie Nothomb
Igiene dell'assassino (Hygiène de l'assassin)
traduzione di Biancamaria Bruno
Roma, Voland, 1997 (1992)
pp. 155

 

 

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook