“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 02 Marzo 2015 00:00

Elogio dell'entropia

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Non sarà con la spiegazione (inopportuna data la sede) di teoremi matematici e relativi algoritmi che tenterò con questo scritto di avvicinarmi il più possibile alla comprensione di come e quando, posto che abbia una sua ragion d’essere, l’entropia prende forma e sostanza nella teoria della comunicazione con le possibili conseguenze sulla narrativa e sulla poesia.
Se vogliamo, potrei in un certo senso partire dal buon Giuseppe Ungaretti, che con il suo “M’illumino d’immenso”, sentimento espresso poeticamente con sole quattro parole da una persona che dopo un buon sonno notturno si sveglia al mattino certa di avere davanti a sé una giornata colma di momenti piacevoli, ha fatto piazza pulita delle solite decine e decine di parole che si potrebbero consumare per rivelare in quel caso, peraltro senza la dovuta intensità, lo stesso stato d’animo.

Ma se nella seconda legge della termodinamica, da cui concettualmente proviene, si dà per entropia la legge fisica secondo la quale il flusso di calore da un corpo caldo a uno freddo è irreversibile evolvendosi verso una condizione di uniformità che, nella sostanza, dà luogo alla morte calorica, devo poi prendere nella dovuta considerazione tutta una serie di elementi più o meno tra loro alternativi, quali: l’energia (che potrebbe essere sostitutiva del calore), lo stato di incertezza della conoscenza di una situazione in essere che, per conseguenza, determina il grado di complessità descrittiva nel narrare, e soprattutto il disordine, termine, quest’ultimo, che essendo in definitiva la chiave interpretativa dell’entropia stessa, a mio parere nella comunicazione andrebbe più efficacemente sostituito da devianza o trasgressione, come suggerisce Umberto Eco. Conviene qui sottolineare che in letteratura la morte calorica non è altro che la stasi definitiva della storia raccontata, il cui finale viene di fatto reso non percepibile data l’assenza entropica di movimento narrativo, lasciando all’immaginazione dei singoli lettori la scelta del quadro nel quale sono finiti i personaggi, protagonisti o comprimari che siano.
Tout se tient, dunque. Scienza e Letteratura sono accomunate per analogia. C’è nell’entropia un che di inatteso dal flusso di informazioni che spiazza il lettore dando vita a novità risparmiandogli al tempo stesso soluzioni ridondanti e/o scontate. Si rifugge così dal banale, dallo standard.
Non senza ricordare che il primo lavoro teorico elaborato sul tema risale in materia di comunicazione alla metà del 1948, proverò ora a entrare nel merito letterario analizzando tendenze, opere, nonché polemiche, queste ultime non potevano mancare essendo la letteratura tutt’altro che una scienza esatta, al fine di richiamare l’attenzione di chi mi sta seguendo su come personalmente ho colto fin qui nelle mie letture l’essenza dell’effetto entropico, su come stanno le cose allo stato dell’arte e quali sono le prospettive letterarie, non necessariamente legate al concetto sul quale sto scrivendo, che sono dietro l’angolo e già lasciano intravedere alcuni segnali (il “Manifesto” FAME DI REALTÀ di David Shields e il romanzo Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, per fare soltanto due esempi che nel mondo a lingua anglosassone stanno da almeno un paio d’anni dando vita ad accese dispute teoretiche). Incidentalmente, nel numero del 16 Gennaio di quest’anno, prendendo spunto dalle teorie di Shields, Newsweek titola così un articolo nella rubrica DOWNTIME: Goodbye to the novel: 2015 will be the year of the essay.
È attorno alla fine del 1950, quando il modernismo e relative avanguardie, che avevano rappresentato una rottura rispetto al realismo del diciannovesimo secolo, stavano ormai per esaurire la loro spinta propulsiva, che un giovane scrittore alle prime armi, Thomas Pynchon, mette insieme cinque racconti che verranno pubblicati in Italia quasi venticinque anni dopo sotto il titolo significativo (come vedremo) Un lento apprendistato e ripresentati nel 1992 in versione tascabile chiamata Entropia nella cui Introduzione l’autore non manca di sottoporre la sua opera a una severa autocritica, al punto di scrivere: “La mia prima reazione, quando ho riletto questi racconti, è stata oh mio Dio, accompagnata da sintomi fisici su cui è meglio non soffermarsi”. Ciò che Pynchon si rimprovera è “il tono pretenzioso e avventato” da lui usato. Né mancava, in quell’occasione, di rinnegare la pretesa da inesperto scrittore quale era a quei tempi di teorizzare più di quanto fosse necessario sul concetto di entropia al solo scopo di conferire all’opera un’aria “intellettuale”. Eppure Entropia, la cult-story dal termine pressoché sconosciuto al nostrano universo di lettori, sarà poi un autentico spartiacque assieme ad altre opere revisioniste, tra cui in particolare The Literature of the Exhaustion di John Barth sulla decadenza del romanzo in letteratura che lo porterà poi a sperimentare una scrittura metanarrativa. Tutto ciò spianerà la strada al postmodernismo, il più fertile terreno di coltura per chi si accingerà a scrivere sotto l’effetto del disordine entropico.
Del postmodernismo si è poi scritto e discusso sin qui per almeno cinquant’anni. Ora c’è poco da aggiungere, se non ricordare che il dato caratterizzante di quel fenomeno è raccontare una “realtà” che non è più data. La qual cosa non è poco per un narratore.
L’influenza del postmodernismo, di cui Pynchon è il maggior rappresentante, sulla ricerca letteraria e non solo, dove nel caos chimico-cosmico del Creato (un termine, non necessariamente religioso, che sembrerebbe caduto nell’oblio) lo smarrimento che ne deriva rischiava di esaurire l’energia necessaria a una conoscenza che appariva essere sempre più irraggiungibile, si espande rapidamente. Sono pochi ormai gli scrittori che ne restano immuni, specie negli Usa. Fuori dai confini statunitensi operano tuttavia in maniera correlata al postmoderno alcuni scrittori di ottima caratura: da Borges a Nabokov, Marquez, oltre ai nostri Calvino ed Eco, la cui produzione letteraria naviga nei misteri dove si nasconde il senso dell’esistenza. E il merito di questo fenomeno del tutto nuovo, in mancanza dei punti fermi di riferimento del realismo ottocentesco, è stato quello di consentire coraggiose e spericolate incursioni nell’inesplorato.
Siamo negli anni’60, quando Pynchon dà una forte scossa al panorama letterario contemporaneo con L’Iicanto del Lotto 49, una storia dove la protagonista Oedipa Maas (il nome già la dice lunga), una giovane casalinga nominata inaspettatamente esecutrice testamentaria, si trova coinvolta in una labirintica ricerca del segreto di un sistema postale occulto e alternativo a quello ufficiale con diramazioni universali. Il romanzo si chiude senza una conclusione. Le metafore, la simbologia del tutto priva di limiti non disvelano alla fine della storia nessuna comprensibile conclusione, e la sottesa ricerca della felicità in un mondo rigenerato rimane senza risposta.
Ho chiamato labirintica la ricerca di Oedipa Maas e tale è la parola con la quale viene pressoché generalmente definita la scrittura di Pynchon, che con il suo capolavoro L’arcobaleno della gravità, tradotto nel nostro Paese con il solito inspiegabile ritardo, è allo zenit della sua creatività. Questo ponderoso romanzo, a suo modo storico, dai mille e talvolta strambi rivoli narrativi che si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale, accompagna il lettore lungo le incredibili vicende di un ufficiale americano dal nome Tyrone Slothrop (il cognome è anagramma di entropia) al quale accade che, per un condizionamento pavloviano, ogni volta che è soggetto a eccitazione sessuale, con tanto di erezione, un missile V-2 cade dopo qualche ora. Per coerenza con il suo modo di narrare, Pynchon, che è alieno dal “pensiero unico” nella vita dei singoli e nella storia dell’umanità (in questa trama multidirezionale si fa balenare, a esempio, l’idea che il nazismo abbia in qualche modo contagiato le potenze che l’hanno sconfitto, e la Guerra Fredda, così si evince, lo starebbe a dimostrare), chiude il romanzo in maniera ambigua, dove un missile è sul punto di cadere e disintegrarsi sopra una sala cinematografica nella quale gli spettatori ignari stanno per concentrarsi nella visione di un film la cui pellicola o si è spezzata oppure si è bruciata la lampadina del proiettore. Cala il buio in sala. E il missile al termine della “curva”, elemento costante della visione pynchoniana delle umane cose cade sopra il tetto di quel vecchio cinema disintegrandosi. Si conclude così una vicenda dai contorni indefiniti. Entropia, dunque.
Dicevo dell’influenza di Pynchon sullo scenario contemporaneo, influenza che tuttora, sia pure con un più contenuto tasso di disordine, perdura nel modo di scrivere e nei temi di svariati autori di buon livello. Un discorso a parte si impone per David Foster Wallace, lo scrittore a mio parere più talentuoso a cavallo degli ultimi due secoli, che dapprima si fa prendere da una infatuazione per Pynchon, come dimostra tra l’altro il suo primo romanzo La scopa del sistema pubblicato nel 1987 e incardinato su uno sfondo filosofico con una forte presenza del pensiero di Wittgenstein secondo il quale il mondo è costituito da immagini di fatti che si legano l’uno all’altro e vengono riflesse nel linguaggio formando stati di cose la cui esistenza costituisce la realtà, poi giunge alla conclusione di prendere le distanze dal postmodernismo che a suo dire fa dell’ironia un uso non razionalmente critico dei vizi della società ma la usa a puri fini parodistici. Di conseguenza, allontanandosi da Pynchon se ne considera una sorta di parricida. Il tutto è spiegato con molta chiarezza e onestà dallo stesso Wallace nella ormai canonica intervista rilasciata a Larry McCaffery nell’estate 1993 dove non esita a dire che ogni volta che qualcuno lo definisce postmodernista o surrealista viene preso dall’esigenza di “correre diritto al bagno”. Nonostante questo abbandono, non va dimenticato che, ferme restando le tecniche differenti, Wallace e Pynchon sono ambedue per una scrittura morale.
Ho accennato agli inizi di queste mie considerazioni che Pynchon e il postmoderno, e perciò lo stesso Wallace prima maniera, hanno anche sollevato polemiche nell’ambiente letterario. Ne ha fatto le spese, ma non è l’unico, in termini di pungenti critiche subite, soprattutto da Wallace, il minimalista Bret Easton Ellis, autore di un buon Meno di zero (la sua opera di maggior valore letterario), Glamorama, American Psycho e altro, al quale vengono imputati il vuoto interiore dei suoi personaggi contraddistinti per lo più dalle marche degli indumenti alla moda che indossano e dalla vacuità dei loro dialoghi, il tutto in una società che è già in sé grottescamente materialistica e insipida. A ben analizzare la questione, perché non considerare che anche in questi casi si possa parlare di quel disordine esistenziale che fa sì che Ellis venga poi definito da taluni critici “scrittore entropico"?
Siamo ora al punto in cui non si può trascurare di prendere in considerazione Jonathan Franzen. Amico di Wallace (ne ha disperso parte delle ceneri, consegnategli dalla moglie Karen Green, in un isola vulcanica del Pacifico meridionale) e al tempo stesso suo competitor, inteso in questo caso sia per un diverso amalgama di motivi famigliari (basterebbe mettere a confronto il capitolo Il cervello di mio padre della raccolta saggistica di Franzen Come stare soli, che riprende il tema nell’ottimo romanzo Le Correzioni dove il vecchio padre dei tre figli protagonisti si trova in uno stato di demenza senile così come è finito il padre dello stesso Franzen, con la figura della Mami, madre del principale protagonista del wallaciano Infinite Jest, che fa pensare senza ombra di dubbio per chi ne conosce la storia alla madre dell’autore che ha esercitato una fortissima influenza sul figlio) sia per lo stile, ossia, come avrebbe detto Leopardi, per quella specie di maniera o facoltà che si chiama originalità. Non va dimenticato, per meglio capire le ragioni della competizione, che ambedue sono a modo loro realisti.
Franzen, autore di romanzi di grande successo nonché brillante e acuto saggista, ha affrontato il tema della frammentarietà della vita sociale e individuale in Come stare soli di cui al saggio pubblicato in precedenza su Harper’s dal titolo Perché scrivere romanzi? convinto che ”la cultura universale ‘americana’ non sia stato altro che uno strumento per il perpetuarsi di un’élite maschile, bianca ed eterosessuale, e che il suo declino rifletta il meritato abbandono di una tradizione esaurita”, giunge alla conclusione che oggi nel giudicare la scrittura statunitense non si possa sottovalutare quella femminile di cultura non-bianca e non-etero, e a proposito dell’idea di complessità Franzen cita Shirley Heath, Flannery O’Connor e Paula Fox che rispettivamente definiscono “imprevedibilità”, “mistero”, “tragica”. E poi aggiunge: ”Nel resoconto di Nietzsche sulla ‘nascita della tragedia’, che rimane una teoria pressoché imbattibile sul perché la gente ami le storie tristi, la comprensione anarchica e ‘dionisiaca’ dell’oscurità e imprevedibilità della vita si unisce a elementi ‘apollinei’ di chiarezza e bellezza formale per produrre un’esperienza di intensità religiosa. Persino per coloro che non credono a nulla di ciò che non vedono con i propri occhi, la rappresentazione in forma estetica della condizione umana può risultare (anche se noi scrittori veniamo giustamente derisi per l’uso eccessivo di questa parola) redentrice”. Ma per non essere frainteso conclude scrivendo che: “In realtà, l’indicatore più attendibile di una prospettiva tragica di un’opera di narrativa è l’umorismo. Il motivo per cui definisco ‘tragica’ la narrativa seria è quello di evidenziarne la distanza dalla retorica dell’ottimismo che pervade la nostra cultura”.
Franzen e Wallace hanno alternato nelle loro narrazioni modalità diverse nella ricerca di un equilibrio espressivo, laddove Franzen è passato da acrobazie linguistiche a forme più tradizionali, sia pur aggiornate, mentre Wallace è approdato, specialmente col suo fluviale Infinite Jest, a ciò che da sempre era il suo obiettivo primario, vale a dire veicolare il realismo in modo non convenzionale. Ci si potrebbe domandare: è lecito definire anche queste due storie di ricerche stilistiche come il risultato di una lotta contro il disordine? Una risposta che non si presti a obiezioni non è scontata, ma quello che a mio parere si può affermare senza tema di essere smentiti è che queste due stelle polari della contemporaneità letteraria hanno aperto, assieme all’enciclopedico virtuosismo di Thomas Pynchon, la possibilità di immaginare che tra non molto tempo irromperanno nel consorzio umano scenari futuri quali fino a ora non si sono affacciati alla ribalta. Si pensi, a esempio, che “Nel 2050, a meno di una catastrofe maggiore, la Terra sarà popolata da 9,5 miliardi di esseri umani, ossia 3 miliardi più di oggi. Nei paesi più ricchi la speranza di vita si avvicinerà al secolo, e la natalità probabilmente stagnerà ancora intorno alla soglia minima di riproduzione” (da Breve storia del futuro, di Jacques Attali). Un motivo in più per impegnare operatori e fruitori della “Logosfera”, ossia scrittori e lettori, per dare ossigeno alla letteratura. Perché è senza dubbio vero che la letteratura non ha il compito di risolvere i problemi sociali né dei singoli esseri umani, ma può efficacemente essere di sostegno nel tentativo di capire cosa sta succedendo in un mondo “proteiforme” (per usare un’efficace espressione di Wallace). Che poi l’entropia possa ancora in futuro avere un ruolo nel misurare l’incertezza del divenire sarà tutto da vedere, così come sarà compito di scienziati e letterati di studiare se la Meccanica dei “pacchetti” di particelle elementari (i Quanti) potrà, da parte sua, definitivamente dimostrarci che nell’Universo (o magari negli Universi, dopo la rilevazione da parte del CERN del Bosone di Higgs), che la realtà é tutta interazione.
Concludo queste note talvolta valicanti i confini della materia di cui trattasi, e che non vogliono in alcun modo avere la pretesa di essere esaustive, citando ancora una volta la Prefazione di Entropia della quale ho parlato all’inizio, dove Pynchon afferma che le opinioni degli studiosi non di rado sono divergenti se non antitetiche: per esempio c’è chi ritiene che l’entropia sia “l’energia disponibile” mentre altri sostengono al contrario che sia “indisponibile”; senza dimenticare che Willard Gibbs, scienziato ottocentesco divulgatore delle leggi termodinamiche, sempre secondo Pynchon, ha descritto il concetto come "tirato per i capelli… oscuro e difficile da capire". Quanto basta per evitare che l’entropia venga assunta acriticamente e in forma puramente accademica nella teoria della comunicazione.

 

 

Thomas Pynchon
Un lento apprendistato

traduzione Massimo Bocchiola
Torino, Einaudi, 2007
pp. 203

 

Thomas Pynchon
L'incanto del Lotto 49
traduzione Massimo Bocchiola
Torino, Einaudi, 2005
pp. 178

 

Thomas Pynchon
L'arcobaleno della gravità
traduzione Giuseppe Natale
Milano, BUR, 2007
pp. 697

 

David Foster Wallace
La scopa del sistema
traduzione Sergio Claudio Perroni
Torino, Einaudi, 2008
pp. 533

 

Jonathan Franzen
Come stare soli
traduzione Silvia Pareschi
Torino, Einaudi, 2011
pp. 284

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