“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Giovedì, 02 Maggio 2013 22:00

La solitude et la folie

Scritto da 

Goran truffa il tempo e la follia in Place du Tertre. È lì da quindici anni. Tutte le mattine parte, con fogli e matite, da Place Saint Augustin; solleva il panama davanti al portale dell’omonima chiesa, e affronta la salita che lo conduce a Montmartre. Testa bassa, passo lungo e veloce, è su in trenta minuti. Non si ferma con nessuno ma, fa tappa in tutti i bar. Due chilometri e mezzo di bar. Butta giù caffè con avidità, li succhia, poi batte la lingua due volte contro il palato alla ricerca di un qualche vago sapore ma, nulla; sa di berli, però, e così, appaga le sue compulsioni. Rolla la sua sigaretta e via, verso la prossima sosta.

Due pacchi di tabacco, una trentina di caffè e qualche pugno di riso, sono la sua spesa quotidiana. Non usa saponi, ma possiede un vecchio pettine d’osso e un rasoio elettrico trovati in un kibbutz. C’era stato trent’anni prima, come volontario, otto mesi; ne partì quando Marc lo accusò di essere lì, solo perché non sapeva in quale altro posto stare. Era vero ma, nessuno doveva supporlo. Nell’andare, gli caddero nelle tasche quei due oggetti, appartenevano a Marc.
I turisti fanno il giro della piazza alla ricerca del ritrattista migliore al prezzo più conveniente. Occorrono dagli 80 ai 120 euro per un buon ritratto a carboncino. Philippe ne chiede 180, il suo è a colori. Goran solo 50, ma te lo farà per 20. Si vende mentre tenti di riprenderti dallo shock dei 180. Hai fatto l’affare della giornata. Non attende risposte; senza parlare ti conduce al tavolino di un bar; indica due sedie; ordina due caffè ed inizia il suo lavoro. L’unica cosa che conosce, in tutte le lingue del mondo, sono i numeri; per il resto è, per così dire, di poche parole. Dita ingiallite dal fumo impugnano un lapis da muratore; i capelli lunghi brizzolati, tirati indietro, sono tenuti insieme dall’unto della seborrea. Quello sguardo, troppo furtivo per memorizzare il tuo profilo, non ti concede un incontro. Vorresti capire dove finisce l’espediente e dove inizia la pazzia. Lo guardi e ti convinci di aver fatto una cazzata; gli stai regalando 20 euro; il suo tratto è troppo veloce, perché sia un lavoro fatto bene. Tutti gli altri hanno degli sgabelli dove far posare i clienti, lui, un cavalletto sbilenco su cui poggia un bristol bianco senza tela, ed un sorriso da figlio di puttana.
Capita di incontrarne di pazzi bastardi; hanno tutti la stessa luce negli occhi; per compagna la sopravvivenza. Devono impedire, alla loro schizofrenia, di cedere al fosso; alle loro allucinazioni, di incontrare un Cristo assassino o un diavolo tentatore; al freddo di diventare gelo; alla paura di diventare infarto. Goran la conosce bene la fame, la miseria, la devastazione, la paura; le ha incontrate tutte, in Bosnia, nel ‘92. Le cicatrici sulla sua spalla, raccontano di una mitragliatrice serba, incrociata di prima mattina. Una maglia con scollo a barca, dice della fierezza di quel fuoco.
Il cameriere porta i caffè ed una sorpresa di conto; sbircia il ritratto; si compiace, e tu credi di esserti concesso al pregiudizio. Hai di fronte un nuovo Dalì, e l’hai giudicato un povero pazzo, per quell’aspetto che ricorda, tanto, il pittore catalano. Magari s’è abbandonato al genio e n’è venuta fuori una caricatura. Del resto, anche Monet aveva iniziato vendendo caricature a carboncino. Certo, avevi chiesto un ritratto, ma al cospetto dell’arte, cosa vuoi obiettare! La tua caricatura/capolavoro andrà più che bene. A lavoro finito ti mostra la merce.
Adesso è certo, ti ha fottuto. Cosa fare? Incazzarsi con un povero cristo che per fame smercia una non arte qualunque? O crederti un benefattore? Ma, soprattutto, se fosse veramente un pazzo? Come reagirebbe alla negazione del pagamento? I pazzi sono imprevedibili, è sempre bene non sfidarli. Allora paghi. Ti ripeti: c’est la vie! Abbassi di nuovo lo sguardo sul non ritratto e, quando li rialzi, Goran è disparaître; s’è dileguato con i tuoi 20 euro. Complice il cameriere, lo stigma, i colori della piazza, l’entusiasmo della vacanza, ti ritrovi sommerso dallo sconforto di esserti fatto fregare in un posto che non conosci, tra persone con cui non riesci a comunicare, a contatto con quella stessa solitudine che Goran combatte da anni e ti senti in diritto di avere una spiegazione. Fai di nuovo il giro della piazza, ma di lui nessuna traccia; sarà già in qualche bar, davanti ad un nuovo caffè che non assaporerà, contando quanti caffè ci sono in 20 euro e quanti altri turisti coglioni per due pacchi di tabacco.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook