“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 08 Giugno 2020 00:00

Ovunque tu sia

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Arrivò al ristorante con un’ora di ritardo. Mio padre era fatto così, gli piacevano i gesti plateali. Quella festicciola abbastanza intima l’aveva organizzata mamma per la mia licenza di terza media. Era visibilmente orgogliosa della mia pagella: uno strepitoso dieci in lingua italiana e otto in tutte le altre materie. Insomma, la migliore studentessa dell’Istituto.
Mamma aveva prenotato un tavolo per sette persone: noi quattro, tra cui mio fratellino Michele di otto anni, la mie due amiche del cuore, e zio Fiorenzo, fratello di mamma, che era stato ordinato sacerdote da pochi mesi.

Eccolo, finalmente! esclamò lo zio con un sorriso bonario quando papà aprì con la consueta irruenza la porta del ristorante. Blazer bleu-marine con bottoni in finta tartaruga, su camicia bianca, pantaloni color prugna dalla piega impeccabile, cravatta regimental rossa-bianca-blu su camicia bianca, e scarpe nere, lucidissime, che non avrebbero sfigurato di fronte a un paio di Church nuove di zecca. Quegli indumenti scelti con cura vestivano la sua figura, in una sola falcata si avvicinò a capotavola dove ero seduta, sfilò dall’altra mano il pacchetto confezione regalo, e mi soffiò un quasibacio sulle guance, sussurrandomi: Tieni, Luisa, fanne buon uso. Ti sarà d’aiuto, vedrai. Aprii subito il pacchetto. Come avevo immaginato, era un libro. Dopo circa due ore, quando ormai il nostro tavolo era rimasto l’unico a essere occupato, interpretammo il finto armeggiare del cameriere attorno all’interruttore della luce come un segnale inequivocabile. Di scatto ci alzammo tutti, e uscimmo dal locale. Fuori l’aria era afosa. Infilandomi nell’auto dei miei ebbi la sensazione di non poter togliere lo sguardo dal libro. Era intitolato Il mestiere di scrivere.
Avevo tredici anni. Ricordo come fosse ieri che fu verso i quattro anni quando il mio rapporto con papà prese una piega particolare. Michelino non era ancora nato, e mamma, che pur mi copriva di tutte le possibili attenzioni, era tuttavia indaffarata, forse più del necessario (almeno così mi sembra ora, ripensandoci) da quello che secondo lei era “Il dovere di esserci”. Il che significava partecipare alla vita politica di Nonantola in provincia di Modena, la piccola città della pianura padana dove vivevamo con quanto di gravoso quell’impegno comportava: riunioni di partito, campagne elettorali, assunzioni di responsabilità amministrative fino a aggiungere l’incarico di assessore alla sanità. Il tutto a scapito di una sufficiente presenza in famiglia, specie di sera. Da principio i miei genitori discussero tranquillamente di quel problema, e la loro decisione fu di ricorrere, quando ce n’era bisogno a una giovane baby-sitter figlia dei nostri vicini di casa. Del resto, lo stipendio di papà, direttore dell’agenzia bancaria più importante della città, garantiva alla nostra famiglia di fronteggiare agevolmente quella spesa.
Le sere in cui mamma era assente si facevano sempre più frequenti. Papà mi permetteva di guardare i miei cartoni preferiti alla televisione fino alle nove. Nonostante le mie piagnucolose richieste non transigeva, a quell’ora dovevo prepararmi in tutta fretta per andare a nanna. Ma io mi prendevo la mia rivincita obbligandolo a raccontarmi ogni volta una favola finché non mi fossi addormentata. È così che ebbe inizio un tipo di relazione che avrebbe segnato profondamente la mia vita. Lui non amava raccontarmi le solite favolette dove i soliti cappuccetti rossi e pollicini e così via facevano sempre le solite cose. Si sdraiava sul mio lettino, appoggiava delicatamente la spalla sulla mia, spegneva la luce e si metteva a raccontare con un tono di voce basso e suadente. Oh, era meraviglioso! Le favole che mi raccontava erano frutto della sua immaginazione, e sempre nuove. Ma papà come fai a inventare queste favole? chiedevo ogni tanto. Non è poi così difficile mia piccola zanzarina. Basta osservare la realtà di ogni giorno e farle fare un bagno di fantasia, rispondeva. Io, prima fingevo di aver capito, poi tornavo alla carica: Cosa? Lui si schiariva la voce per un istante, poi regolarmente aggiungeva: La vera vita non è come noi la vediamo, Luisa, ma è quella che ciascuno di noi è in grado di immaginare. Lo so che per te e difficile capire quello che ti sto dicendo. Ma voglio che tu impari a liberare la tua fantasia, così un giorno potrai anche tu raccontare favole, magari scrivere poesie se non addirittura un romanzo. Andò avanti così per un bel po’, finché venne il momento che scrissi la mia prima poesia. Avevo appena compiuto dieci anni. Papà era riuscito a trasmettermi la passione di raccontare. Da lettore onnivoro quale era, quello fu il suo imprinting su di me.
Iniziai la prima ginnasio piena di entusiasmo, con la convinzione che sarei diventata una scrittrice di successo. Leggevo molto. Scrittura al femminile, preferibilmente. E mi cimentavo a comporre brevi poesie, che trascrivevo sul mio diario gelosamente custodito a chiave nel cassetto della mia scrivania. Un giorno o l’altro le avrei fatte leggere a qualcuno.

Passava il tempo, e qualcosa sembrava che stesse cambiando nella nostra famiglia. Mamma era sempre più occupata dai suoi impegni politici, non passava sera che non avesse una riunione pubblica da qualche parte e rincasava quando ormai papà era ritirato a letto, dove leggeva fino al suo rientro. Dalla mia cameretta mi capitava talvolta di udire i miei genitori che discutevano, ma non riuscivo a distinguere quello che dicevano. Ciò che però percepivo con chiarezza era la concitazione con cui si parlavano. La mattina dopo, mentre consumavamo la prima colazione, scrutavo i loro sguardi e il reciproco comportamento. Mi sforzavo di intercettare qualsiasi segno, anche il più apparentemente insignificante, nel tentativo di cogliere eventuali sintomi di incrinatura nel loro rapporto. Ma osservandoli bene tutto mi sembrava normale. Tuttavia, mi sentivo vagamente a disagio. Forse non vogliono turbarmi, oppure per qualche ragione cercano di non fare trasparire nessun indizio che possa indurmi a pensare a loro possibili contrasti, rimuginavo tra me. Poi, uscendo di casa con a tracolla lo zainetto pieno di speranze, il mio stato d’animo cambiava di colpo. Sprigionavo ottimismo, gioia di vivere, e al liceo classico i miei risultati miglioravano in continuazione, specialmente nelle materie umanistiche. Quando la prof di lettere riportava a scuola i temi che aveva corretto a casa, la mia votazione era sempre la più alta e il mio tema veniva letto davanti a tutta la classe, con lodi che si sprecavano. Felicità.
Accadde all’improvviso. Senza alcun sintomo premonitore. Quel giorno ero tornata da scuola con mezz’ora di ritardo a causa di un guasto al bus addetto al trasporto alunni. Dopo la fermata al mio quartiere feci di corsa il percorso che mi separava da casa, temevo che mamma mi sgridasse per non essere rientrata alla solita ora. Suonai il campanello, avevo il fiatone e il cuore mi batteva forte. Venne mamma ad aprirmi, notai subito che aveva gli occhi arrossati. Mamma non è colpa mia... il bus..., dissi senza completare la frase. Vedere papà in casa a quell’ora mi aveva come bloccata. Se ne stava appoggiato alla porta del soggiorno, Il solito sorriso rassicurante, che ti conquistava. Era vestito di tutto punto come fosse in ufficio a trattare chissà quale importante affare. Mi prese per mano, una stretta forte, quasi a farmi male, e mi fece sedere sul divano. Sfoderò il più magnetico dei suoi sorrisi, e mi disse tutto in poche parole: Me ne vado per un po’... poi si vedrà... Non capivo, ero stordita. Come abbia potuto starmene inchiodata sul divano con gli occhi sbarrati senza mettermi a urlare mentre loro due con impressionante freddezza si spiegavano la situazione, me lo sto chiedendo ancora oggi. A ripensarci, la diresti una storia da manuale. Considerate le sue superiori doti manageriali, la banca aveva offerto a papà la Filiale di Parigi che sarebbe stata aperta di lì a poco, un salto di carriera che nessuno in condizioni famigliari normali avrebbe potuto rifiutare. La decisione di accettare papà l’aveva presa all’istante, quello stesso giorno, senza neppure chiedere il parere di mamma, io non smettevo di fissarli, prima l’uno poi l’altra. Aspettando quelle poche parole, tipo: Ci trasferiamo tutti e quattro, che mi avrebbero liberata dallo stato ansioso che quasi mi toglieva il respiro. Ma tu mamma..., riuscii a balbettare. Non posso abbandonare i miei impegni sociali. Sono troppo importanti... per me, rispose. Michelino, ignaro di tutto, stava seduto in un angolo del salotto litigando con la sua PlayStation.
Ero alle soglie dell’adolescenza, e stava per scoppiare la mia prima crisi esistenziale. Tutto cambiò in tempi brevissimi. Papà si stabilì a Parigi, quali accordi avesse preso con mamma per ciò che riguardava il resto, tipo fino a quando potevano andare avanti in quel modo eccetera non lo potevo sapere. Mamma diventava di giorno in giorno più reticente, aveva assunto a tempo pieno la nostra baby-sitter, dal canto suo non solo aveva aumentato gli impegni serali, ma capitava spesso che si assentasse anche durante il giorno. Per i primi tempi papà telefonava una volta alla settimana, quasi sempre di domenica. Avevo la sensazione col passare del tempo che la sua voce perdesse quella straordinaria energia vitale che gli conoscevo. Quando chiamava, qualcosa in me si bloccava. Facevo domande banali alle quali lui rispondeva in maniera altrettanto banale, salvo ricordarmi ogni tanto che il sogno di diventare una scrittrice lo dovevo a lui, e che sarebbe stato molto deluso se l’avessi abbandonato. Di saltare su un aereo e venirci a trovare per il fine settimana neanche a parlarne. Poi gli passavo Michelino, con il quale papà vaneggiava per qualche secondo di PlayStation, GameBoy e cose del genere. Di solito, quando la domenica squillava il telefono, mamma lanciava un’occhiata a me e a Michelino e diceva: Rispondete voi.

Per me fu il colpo di grazia. Subii, per così dire, una metamorfosi sentimentale. Cominciai a odiarlo, e l’unico modo per vendicarmi fu quello di fare del male alla mia persona, abbastanza normale in certi casi, direi, per spiegarlo non c’è bisogno di scomodare Freud. Per prima cosa pensai di rifiutare il cibo, l’anoressia era il mio obiettivo, ne avevo sentito parlare, e mi piaceva l’idea di fare soffrire papà riducendomi pelle e ossa. Già, ma lui non poteva vedermi! Chissà dov’era. Fatto sta che rischiavo di ammalarmi seriamente, e l’unica persona che ne soffriva era mamma, che a un certo punto decise di chiedere aiuto a Don Fiorenzo, il suo amato fratello sacerdote nelle cui capacità di indagare la psiche umana aveva piena fiducia. Venne da noi una domenica pomeriggio. Chiese a mamma di lasciarci soli. Parlammo per un paio d’ore, o meglio parlò lui, e io rispondevo a monosillabi. Non sempre siamo in grado di farci una ragione di certe vicende della vita, cara Luisa. In una situazione come la tua, l’unica cosa da fare è recuperare fiducia in te stessa, quella fiducia si rifletterà sugli altri, specialmente su chi ti vuole bene... e sicuramente anche papà. Non mi convinse per niente. Ma riflettendo su quanto mi aveva detto arrivai alla conclusione che mi conveniva dire basta all’anoressia. E in ogni caso, ovunque si trovasse, papà doveva pagarmela. Quindi misi subito in atto altri attacchi contro me stessa; cessai di impegnarmi a scuola e diventai la peggiore studentessa della mia classe. E al diavolo la carriera di scrittrice! Ma c’era di più. Essendo ormai prossima ai diciotto anni mi misi a frequentare con le mie due inseparabili amiche la discoteca appena fuori città, dove quando mi capitava di trovarmi in compagnia di un bel ragazzo cominciai ad avvertire un certo turbamento che non avevo mai provato prima... e qualche volta mi lasciavo andare...

Passavano i mesi, papà non si era fatto più sentire. Mamma si dava un gran daffare per scoprire almeno una traccia. Mise di mezzo tutti: polizia, ex-colleghi di papà, chiamò ospedali, incaricò un costosissimo detective privato, fece anche pubblicare un annuncio su Le Figaro. Il tutto senza esito. Che fosse fuggito con un’altra donna? Da non escludere, era un uomo dal fascino irresistibile. Morto, magari? Mio Dio! Quei pensieri mi facevano rabbrividire.
Un giorno arrivò dalla sede della banca un bonifico di trecentomila euro: si trattava della liquidazione di papà. Siccome il conto corrente era cointestato, mamma tentò di fare accreditare il denaro su un nuovo conto a lei intestato. Ma non vi fu niente da fare poiché serviva la firma dei due originari intestatari. Tutto qui, in attesa della decisione della direzione bancaria.
Sono cinque anni che papà è scomparso. Oggi il sole settembrino invade il salotto attraverso la vetrata, e sulla strada esalta l’impressione cromatica di ogni cosa rendendone più nitidi i contorni. Mi trovo in un appartamento al primo piano di una palazzina alla periferia est di Modena. L’appartamento appartiene a Franco, insegna letteratura italiana all’Università Statale di Milano. Fa il pendolare Modena-Milano e ritorno. Ci siamo conosciuti in biblioteca pubblica dove dopo avere strappato con i denti la maturità classica ero abituata a rifugiarmi alla ricerca di libri che potessero aiutarmi a ritrovare il mio equilibrio. Quando dopo un po’ che ci frequentavamo Franco mi ha proposto di mettermi con lui (in ogni senso) non ho esitato un attimo a dirgli di sì. Sentivo di dovere andarmene di casa, là non c’era più posto per me, mi era sempre più difficile sopportare la presenza del nuovo compagno di mamma, un tipetto smilzo dall’aria seriosa che portava minuscoli occhialini a dir poco infantili, il classico esemplare di una certa fauna politica che mamma aveva raccattato in qualche fumoso scantinato dove discutevano in continuazione come se non dovesse venire mai il momento della sintesi e delle decisioni.
Michelino adesso è un giovanottello, studia informatica. Non ha subìto traumi dalla vicenda di papà.

Ieri mamma mi ha invitata a casa sua per festeggiare il mio ventesimo compleanno. Dopo il pranzo, con la scusa di andare al bagno, mi sono infilata nella sua camera da letto, ho frugato nel cassetto del comò dove sapevo che di solito tiene la scatola delle fotografie e ne ho sottratta una che raffigura papà scattata durante una gita in montagna: camicia sportiva, mani in tasca dei pantaloni di velluto a coste larghe, gambe divaricate, mento proteso in avanti e sguardo verso l’alto. La sua postura preferita, quella che nelle fotografie siglava il suo ineguagliabile carisma. Osservando per bene la foto mi è venuto subito da chiedermi: E se avesse ragione Don Fiorenzo? Ho nascosto la foto sotto la camicetta, e dopo avere salutato frettolosamente mamma, Michelino e quel simulacro di intellettuale di provincia, me ne sono ritornata nell’appartamento di Franco. Prima di rientrare, ho comprato una cornice d’argento dai bordi finemente elaborati che ho subito sistemato sulla mensola della libreria di Franco, e per un istante l’effetto della luce sullo sguardo di papà è stato vivificante.
È rientrato Franco, mi avvolge le spalle col solito calore, mentre io in quella foto mi sto perdendo.

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