“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 23 Febbraio 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Franco Mauro Franchi

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“Le creature di Franco Mauro Franchi si adagiano come moderne reliquie di bellezza, effondendo costumanze abbondanti, vanagloria terrestre. Anime candide dai corpi lussuriosi, si pongono in posa, solitarie e pensanti, mentre la luce naturale le scalda, vestendole di riflessi scuriti.
Formose, cosciute, ricordano certe antiche madri tombali, scolpite con forma distorta, su lastre di pietra spessa e – come quelle madri arcaiche – si prestano all’osservazione umana e celeste. Sono, naturalmente, anche simboli, vere e proprie essenze metaforiche di fertilità: sembrano quasi presiedere e benedire – come regine – la nascita di un filo d’erba, la frescura della pioggia, l’orizonte tutto e, perchè no, il turista di passaggio. Donne, madri, forme in equilibrio che simboleggiano non solo la nascita ma la rinascita, in un continuo ciclo in divenire di vita eterna. Franchi cerca, attraverso gli occhi della mente, una bellezza primordiale e atavica.  Egli guarda, con gli strumenti di un attento osservatore e di un sapiente conoscitore, all’interno di una classicità scultorea. Indaga, studia, elabora e poi scolpisce o modella. Una ricerca mai affannosa, della figura, cardine e passepartout della sua arte. Figure divine, ma umanissime, di cui ci si innamora all’istante. Lo sguardo si posa sulla dolcezza delle curvature, percorrendo lentamente questa pelle di bronzo o di vetroresina: si viaggia, su questi corpi, come si viaggia attraversando un paese, un mondo, un universo.

Dalle dita dei piedi si sale alle caviglie, addolcite da una tornitura soave; dalle caviglie ci s’incunea all’esterno delle cosce, si scivola ai glutei, si costeggia la parte bassa della schiena risalendo su un fianco, per sostare all’addome. Qui si prende respiro – come nel mezzo di una scalata – per poi ripartire. La cassa toracica, i seni e il loro solco, una spalla, il collo, il mento, le labbra e poi il naso, tra gli occhi, fino all’increspatura dei capelli e – giunti a questa cima – il ristoro definitivo: osservando l’insieme in una sorta di svelamento estatico.
Un appagamento che nutre l’anima.
Altre volte la vista incede al dettaglio: il volto poggiato sul palmo di una mano; il modo in cui un ginocchio forma un angolo, la posa che una creatura assume nell’adagiare i gomiti a terra o nel sedersi, in attesa del tempo che viene. Si rimane poi affascinati dall’arditezza scultorea delle proporzioni. Franchi incanta in ogni centimetro, lo ubriaca, lo inganna perché è consapevole che non v’è un limite alla beltà; furoreggia così la sua mano, generando straordinarietà esecutive: un braccio, una testa, un paio di pupille, un tallone, una scapola, la piega del dito di una mano inventano una nuova alchimia per cui, alla verità delle forme, subentra questa nuova forma di verità. Sono solide, maestose e compatte, queste veneri impetuose che pur vivono immobili.
'Una siffatta, terribile immobilità, è solamente la prova di una forza suprema' ne avrebbe detto Kainar. Una forza, possiamo aggiungere, che si esprime attraverso un equilibrio plastico che ridefinisce i canoni dell’avvenenza tant’è che – per quanto siano di gran forma – non c’è alcuno che non le consideri anche leggiadre, soffici, leggere, prepotentemente armoniose. Frutto di una sapienza scultorea capace di effondere suggestioni sensoriali e di suscitare segreti e improvvisi brividi di desiderio o di voluttà, diventano Sogni Mediterranei nella misura in cui s’ergono dalla Natura che le ha generate rimandando a questa stessa Natura: l’interrelazione tra l’ambiente e le sue abitanti statuarie genera così l’estasi. Immerse nei saliscendi dell’area archeologica di Fiesole, bisbigliano, intrecciano dialoghi o si limitano semplicemente a guardare le antiche vestigia ed i resti del tempo lontano. Loro, presenti e bellissime, destinate a restare nello sguardo e nel petto di chi le incontra.  Saranno, poi e per sempre, un dolce ricordo, una visione che non passa, un orizzonte perduto, ma mai dimenticato di un sensibile passato prossimo” (Filippo Lotti, Segni Mediterranei, Fiesole 2014)


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?

Nella mia famiglia, della quale ero il più piccolo componente, la creatività era all'ordine del giorno. Mia madre, sarta per bambini, era sempre alle prese con fantastici disegni da ricamare sugli abitini da confezionare. Disegni spesso inventati dalla mia sorella Grazia, più grande di me di dieci anni, che frequentava una scuola superiore professionale per la creazione di giocattoli. Per queste ragioni: matite, tempere, acquerelli, pastelli erano strumenti sempre disponibili sui tavoli di lavoro e quindi, fin da bambino, avevo gli esempi più efficaci e fantastici per imparare ad usarli anche per fissare idee di oggetti da costruire o dipingere. L'incontro fondamentale, per la scelta di dedicarmi alla scultura, è stato quello con il mio insegnante di Educazione Artistica alle scuole medie, il professor Rolando Filidei, appassionato scultore prevalentemente del legno ma anche eccezionale modellatore, allievo a sua volta di Libero Andreotti nel glorioso Istituto d'Arte di Porta Romana a Firenze. Questo incontro è stato determinante per la mia successiva iscrizione all'Istituto d'Arte di Lucca, nella sezione di Decorazione Plastica sotto la guida dello scultore Vitaliano De Angelis, dove obbligatoriamente, ma con molta soddisfazione, dovevo decidere su quale disciplina artistica indirizzare i miei studi. Così senza alcuna esitazione optai subito per la scultura ed anche successivamente presso l'Accademia di Belle Arti di Firenze seguendo il corso di Oscar Gallo del quale divenni l'assistente. Con questi eccellenti maestri che ho avuto la fortuna d'incontrare durante la mia formazione artistico-professionale, mi è sembrato naturale dedicarmi con amore e passione a questa arte, inoltre, sempre la fortuna mi ha fatto incontrare amici e sostenitori che, insieme agli incoraggiamenti dei miei genitori, hanno reso possibile la realizzazione di questo mio grande sogno.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
I passaggi fondamentali per la mia evoluzione artistica sono molteplici e credo non siano ancora esauriti anche se il mio percorso può apparire molto lineare, senza sostanziali cambiamenti di poetica o linguistici. Credo che il mio percorso evolutivo inizi dalla mia infanzia con la conoscenza dell'arte etrusca avvenuta a Tarquinia dove abitavano i miei parenti. Incontri e scoperte artistiche per me stimolanti e rivelatrici di linguaggi plastici da poter emulare perché molto diretti, senza spericolati virtuosismi veristici. Figure misteriose e pacifiche, corpi opulenti distesi in osservazione di un infinito orizzonte che io immaginavo marino. Caratteri affidati molto spesso ad una plastica scabra che ho ritrovato, durante gli studi successivi, in artisti per me fondamentali come Arturo Martini o Marino Marini. Plasticatori fantastici che lasciavano quasi sempre le tracce del loro fare sulle superfici modellate non come decorative epidermidi graffiate ma come elementi costruttivi germinanti la forma e ancora sensibili registratori dei moti dell'animo dello scultore durante le loro gestazioni.
All'Istituto d'Arte ho fatto il primo vero passo evolutivo sia nella modellazione che nello scolpire la pietra ed è proprio da questa lavorazione, nel cercare figure direttamente nei massi informi, che si sono profilate quelle caratteristiche che ancora contrassegnano il mio lavoro. Sicuramente il passo successivo è legato prevalentemente alla modellazione della creta e lo studio di modelli viventi presso l'Accademia di Belle Arti. Questo è stato il momento più significativo per il mio linguaggio plastico che negli anni è andato sempre più strutturandosi in composizioni di figure femminili che io immagino sempre ammiccanti al mare come se fossero isole percorse da brezze marine che le rendono più leggere nonostante i loro ponderosi volumi.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
I modelli a cui mi sono ispirato sono infiniti e non solo nella scultura, molte suggestioni le ho avute anche dal mondo della pittura, dalla preistoria al contemporaneo. Artisti che non finiscono mai di sorprendermi come Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Modigliani, Morandi, Licini, Sironi e tantissimi altri ancora. Mi sento debitore di tutti quegli artisti che, in ogni epoca, hanno espresso poesia e incantamento. In tutti loro ho trovato elementi di arricchimento spirituale e la meraviglia di come spesso il bello stia nell'apparente semplificazione senza esibizione di virtuosismi.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?

Il mercato dell'arte si è trasformato di sovente nel business dell'investimento. Spesso si acquistano opere d'arte per tenerle in cassaforte più che per un proprio arricchimento di valori etici ed estetici. Questo può determinare un appiattimento di valori espressivi pilotati dall'esigenza di grande produzione per grandi profitti, più interessi venali che intensità poetica. Il ruolo delle gallerie pubbliche e private rimane comunque, sul piano della divulgazione, dell'educazione e della proposta, il mezzo più valido per il godimento e la conoscenza dell'opera degli artisti.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
L'idea che mi viene in mente da  suggerire è quella di promuovere borse di studio per i più giovani meritevoli che abbiano dato prova, in campo accademico, di affidabilità nella ricerca e nella produzione aiutandoli anche finanziariamente, magari in cambio di opere, con agevolazioni fiscali, studi professionali gratuiti o con affitti agevolati, mostre, concorsi, progetti per opere pubbliche. Tutto questo indirizzato soprattutto ai giovani ma anche a chi, pur avendo qualità, non ha abbastanza forza per potersi finanziare.


Qual è  l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Non esiste un'opera sola alla quale mi sento più legato perché la bellezza “leggi poeticità” di una non esclude o sminuisce la bellezza dell'altra. Ognuna vive in un proprio contesto espressivo unico e irripetibile. Posso dire che le mie preferenze vanno alle opere che mi commuovono per la loro diretta comunicabilità senza complicazioni o superflue descrizioni virtuosistiche.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
I luoghi che prediligo per le mie mostre, sono quelli più idonei ad accogliere opere di scultura di respiro monumentale, come parchi pubblici o privati tanto che anche le sculture più piccole, del mio repertorio, si possono considerare tutte come bozzetti per grandi opere destinate a spazi all'aperto. La scultura ha il potere di dare identità ai luoghi divenendo essa stessa parte integrante di quel luogo ed è questo che mi attira maggiormente. Questo comunque non toglie il pregio e il fascino delle mostre negli spazi al coperto come musei e gallerie, spazi che consentono allestimenti particolari e comunque l'esposizione di quelle opere che per il formato o per i materiali che li compongono non adatte all'esterno. I luoghi preferiti per questi eventi sono sicuramente quelli che offrono i requisiti per una migliore fruizione delle opere e in questo caso l'aiuto dell'allestitore, dell'architetto, di professionisti addetti alle luci e quant'altro, possono fare una grossa differenza. Il periodo dell'anno preferito è da scegliere a seconda del luogo di esposizione.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?

Credo che sia un privilegio riservato soltanto a pochi, escludendo compromessi etici e montature commerciali. Privilegio che non sempre corrisponde ad un meritevole ed autentico valore artistico.


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?

Il processo di crescita per un artista ed in particolare di uno scultore, necessita di spazio e tempo, molti sacrifici sotto il profilo economico per la produzione di opere, la loro diffusione e affermazione. Le maggiori difficoltà sono legate a questi fattori, queste possono essere superate con l'aiuto di mecenati, sponsor, divenuti sempre più rari forse per la crisi economica.


Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Una maggiore informazione sull'arte dei maestri italiani e attenzione, anche mediatica, ai luoghi di formazione come le Accademie di Belle Arti dalle quali continuano ad uscire  giovani di sicuro avvenire se aiutati ad emergere.

 
Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Il più grande pregio della critica d'arte è quello di diffondere e spiegare nella maniera più efficace i significati e le poetiche degli artisti operando selezioni giuste e rigorose rispondendo in maniera analitica a ciò che è giusto evidenziare nella folta panoramica dell'arte contemporanea. Il più grande difetto è quello di sostituirsi, troppo spesso, agli artisti spacciandosi per creativi capaci di creare caste, consorterie e circoli chiusi monopolizzando  varie manifestazioni artistiche con l'arroganza del  potere.   


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Le mie opere nelle loro caratteristiche espressive e di armonizzazione con i luoghi che occupano compreso il mio studio quando non si trasforma in un caotico magazzino.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?

Le tue opere mi piacciono molto vorrei comprarne una! Mi tratterai bene se riesco a fartene commissionare un'altra? Quale mi consiglieresti? Se riesci a guadagnare potresti farne tante altre ancora! Bella domanda, ma non vorrei passare per venale e quindi è già una bella ricompensa la pubblicazione delle mie opere e di questi pensieri attraverso i quali spero di aver dato le giuste risposte.






ART 3.0 − AutoRiTratti
Franco Mauro Franchi
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Mediterranea, Figura seduta, Maternità, Grande Aurora
immagini ulteriori a corredo dell'articolo scorci del parco di Fiesole
autrice foto Irene Franchi


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