“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Mercoledì, 18 Febbraio 2015 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Silvia Logi

Scritto da 

“Simile ad un Arcimboldo femminile che – per virtù fantastica e capacità artigianale nel lavorare la meraviglia – riesce a formare astute significazioni allegoriche, animali ingioiellati, scatolosi affastelli di frutti, di alberi o panorami, Silvia Logi raccoglie i materiali del mondo (legnetti, perline, bottoni, pezzi di mosaico, matite, fiori secchi, pietruzze, vetrini, carte luccicanti, conchiglie ad altro ancora), per farne nuova rarità permanente, nata dalla predisposizione alla visionarietà magica e all’abilità alchemica e pratica. Come appassionata dal recupero minuzioso del minimo, del dimenticato e del futile, la Logi va alla ricerca di un ramo, di uno stelo o di un coccio, per farne elemento fondante di un nuovo componimento fantoccesco, ricucendo o incollando lembi di oggetti, rimanenze, frammenti che – riproposti in apparente concordia – generano puzzle giocondi e felici.

Splendida orologeria del perduto, in cui ogni cosa torna ad essere utile ed estetica, regala – a chi ne osserva le creazioni – il bello della ricomposizione anatomica, della rinascita arcana e botanica, della riviviscenza floreale o animale” (Barbara Santoro).

Quando ti sei accorta di voler essere un'artista?
Probabilmente me ne ero già accorta da bambina. Disegnavo molto bene e avevo una creatività vivace anche nell’inventare giochi, ma poi scelte di vita diverse, mi hanno portata a dimenticare il mio sogno. Dopo una lunghissima pausa tutto questo è riemerso verso i trentacinque anni. Più che una scoperta è stata una vera rivoluzione infatti ad un certo punto della mia vita che era già impostata con un lavoro come impiegata nel settore commerciale e la famiglia con due figli che occupava il resto del tempo libero ecco che è tornata l’arte. Fu come se, ad un  certo punto, il tasto che ognuno di noi ha in testa posizionato su “impossibile” si fosse spostato su “possibile” e tutto quello che avevo immaginato da piccola, di città fantastiche e colorate, personaggi onirici, visioni chiare eppure difficili da descrivere potessero finalmente iniziare a venir fuori. Ho sempre pensato che la scintilla che ha rimesso in moto tutto questo sia stato un viaggio a Barcellona nell’estate del 2005 e nello stesso anno anche la visita al Giardino dei Tarocchi di Niky de Saint Phalle a Capalbio. L’architettura rivoluzionaria di Gaudì, le grandiose sculture a cielo aperto di Niki de Saint Phalle mi colpirono nel vivo. Soprattutto rimasi folgorata dalla vita di questi artisti visionari: erano stati così prolifici come può essere solo chi crea con l’urgenza più forte dello stesso bisogno di mangiare, bere, riposare. Sentii a quel punto la voglia e l’ispirazione per iniziare a creare qualcosa di materico e colorato. Appena tornata da Barcellona mi cimentai nel rivestire dei piccoli oggetti con una tecnica simile al trecandis che avevo visto al Parc Guell. Lo ricordo ancora, era settembre 2005.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Sicuramente la prima fase è stata una sperimentazione che mi procurava gioia oltre a permettermi di accedere ad nuova forma di concentrazione. Ricordo che le prime volte pensavo di avere una sorta di bacchetta magica che mi riorganizzava i pensieri e le emozioni che si concretizzava nel divenire dell’opera stessa. Avevo la sensazione di essere sotto la direzione di un’intuizione, di una “magia” che non dipendeva da me, ma che si attivava quando chiudevo la porta del laboratorio e rimanevo sola con i miei materiali. Scoprire le molteplici possibilità di combinazione di quegli oggetti di recupero o naturali la cui composizione rimandava un risultato armonioso e bello mi dava quasi un senso di vertigine, di sovreccitamento come una bambina davanti ad un luna park con più giochi disponibili di quelli che può sperimentare. Il passaggio successivo è stata l’intuizione più importante per la creazione della tecnica che mi contraddistingue: ovvero  levigare i miei mosaici di legno e materiali naturali con una grande scartatrice industriale. Questo procedimento permette di uniformare i mosaici che si legano ancor di più dando profondità dell’opera. Dopo aver sperimentato per circa un anno questa nuova tecnica su oggetti di arredo, il salto vero è stata la partecipazione ad una fiera di artigianato artistico a Roma nel febbraio 2008 dove una gallerista mi disse che non aveva mai visto un linguaggio del genere e mi incoraggiò a cimentarmi su opere grandi, quadri veri e propri. Quell’incontro risultò essere una spinta propulsiva immensa. Le opere che realizzai per la mostra a Roma dal titolo La materia rinata nel 2008 furono: La Danza dell’Universo, un pannello che risultò essere un lavoro davvero fisico e viscerale per me e Condivisione.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirata e perché?
Mi sono sempre sentita una perfetta outsider nel mondo dell’arte, infatti non mi sono mai legata a nessun modello anche se i nomi che ho già fatto: Gaudì, Niki de Saint Phalle ma anche Klimt e Van Gogh, fanno parte del mio bagaglio, del mio immaginario di fruitrice e sono stati, soprattutto Gaudì, grandi ispiratori per la fase iniziale del mio percorso. Fondamentalmente però mi sono sempre sentita estremamente libera e sostanzialmente una sperimentatrice solitaria ed anche un po’ anarchica.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Ammetto di essere completamente al di fuori delle dinamiche del mercato dell’arte. E poi cos’è il mercato dell’Arte? Ne esiste uno soltanto? Non penso. Quello ufficiale immagino sia guidato da critici, gallerie importanti, case d’aste che determinano insieme le quotazioni di un artista e di conseguenza anche le vendite, ma io non conoscendo nessuno, ho percorso un’altra strada. Ho avuto subito la voglia e l’urgenza di far diventare il mio percorso artistico il mio lavoro, una volta trovata questa “vena” non potevo accettare di relegarla ad un diletto secondario, doveva assolutamente diventare la mia attività principale. In quest’ottica ho cercato di crearmi il mio personalissimo “mercato”: per quanto mi riguarda il mercato dell’arte è il gruppo di amici, conoscenti e collezionisti che sono riuscita a raggiungere e conquistare grazie alle molteplici strade che ho percorso in questi nove anni, per promuovere il mio lavoro: Internet prima di tutto. Grazie ad Internet, ad esempio, mi sono arrivate ultimamente due troupes di registi dagli Stati Uniti interessate alla mia storia ed alla mia arte. La prima composta da giovani registi del Tennessee che hanno realizzato un documentario dal Titolo Sbocciare. La seconda, a fine 2014, un produttore regista di Los Angeles che ha realizzato un film autoprodotto a Firenze dove io, ho interpreto un’artista che come me crea con il linguaggio materico. Per finire di rispondere alla domanda: i limiti del mercato dell’arte sono, come in altri ambiti, e penso alla musica ad esempio, la chiusura ovvero relegarsi in circoli di intenditori; la convinzione, forse molto italiana, che l’arte sia qualcosa di comprensibile ed accessibile solo a pochi eletti; lo snobismo di certe gallerie dove possono accedere solo artisti già quotati. Con questo sistema così chiuso non mi pare si possa far fiorire il mercato dell’arte. Per la mia piccola e personalissima esperienza invece ritengo che ci sia un gran numero di persone  interessate sinceramente all’arte, al manufatto artistico, c’è in questa società indigesta di oggetti riprodotti tutti identici in milioni di pezzi, una bellissima fame di arte e di creatività. Penso che tutte queste persone debbano essere intercettate, ma non attraverso i canali tradizionali del mercato d’arte italiano.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Penso sicuramente all’apertura di spazi “storici” nelle nostre bellissime città già piene d’arte: aprire i musei, i palazzi signorili, i cortili, i giardini, gli angoli sconosciuti con perle d’arte che altri Paesi si sognerebbero per dedicarli a mostre di artisti contemporanei. Far entrare l’arte in ogni angolo delle nostre città con mostre all’aperto nei mesi caldi, far recuperare spazi abbandonati e tristi da pittori e street artists e poi garantire che queste opere non saranno lasciate all’incuria ma saranno protette e tutelate come nuove opere di arte contemporanea della città. Ancora: penso ad esempio a programmi tv dove si vedono artisti creare, documentari sulla vita quotidiana dell’artista che mostri come e dove nasce la sua opera. Insomma tutto ciò che può servire ad interessare ed avvicinare il pubblico all’arte ed all’artista come persona e non come essere lontano ed un po’ ermetico.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Io sono visceralmente legata ormai alle opere dei miei inizi, direi alle prime opere grandi quindi quelle dal 2008 al 2010. Perché sono le prime, perché stavo ancora sperimentando e cercandomi nelle vie del legno e dei miei mosaici, perché erano opere che potevano durare dei mesi. Perché ancora mi stupisco immensamente davanti all’esplosione di creatività e di urgenza espressiva che ebbi in quegli anni ed i lavori di quel periodo sono carichi di tutto questa emozione, ricerca, lavoro forsennato. Queste sono alcune delle opere di questa fase: Abbraccio fra alberi, Calore in movimento, L’albero che amava una rosa, La leggenda del mare che si accese di stelle, La danza dell’Universo.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Sicuramente New York in primavera. Una bella galleria a Manhattan anche perché, se dovessi scegliere una città che somiglia alle mie opere, soprattutto quelle degli ultimi anni, direi proprio New York per il suo essere un mosaico di etnie, culture, colori, contaminazioni. Tutti questi tasselli diversi assemblati insieme dalla storia e dalla necessità dei popoli creano un’armonia ed un’essenza unica.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Sì, ma bisogna lavorare tantissimo e non scoraggiarsi alle prime delusioni o conti che non tornano. Una sfida giornaliera e io amo molto le sfide, soprattutto se ne vale la pena, se lotti per affermare il diritto di vivere grazie al lavoro che ami. Io credo fermamente che la situazione di difficoltà e di crisi stimoli il talento, le invenzioni e le soluzioni nuove.  Certo che se poi anche le istituzioni dessero una mano per facilitare la diffusione dell’arte, magari snellendo l’apparato burocratico-fiscale e mettendo a disposizione luoghi espositivi a prezzi accessibili beh... allora saremmo in molti a potercela fare a vivere d’arte in Italia.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
L’artista è per definizione una persona sensibile anche piena di contraddizioni dotato spesso di talenti che ahimè non contemplano quasi mai la capacità di autopromuoversi ed il fiuto commerciale. L’artista quindi, nella maggior parte dei casi, va aiutato da persone talentuose nelle arti del marketing. La maggior parte delle difficoltà comunque penso siano economiche: la mancanza di strutture o l’elevato costo di affitti di luoghi espositivi prima di tutto. Servirebbe anche una semplificazione burocratica, ma quella forse servirebbe a molti e non solo agli artisti.

Cosa potrebbe essere migliorato nella comunicazione dell'arte?
Per quello che ho appena detto al punto precedente, immagino che andrebbero collegate maggiormente all’artista le figure professionali adibite a diffondere e promuovere l’arte: uffici stampa, promoter e gallerie che “connettano” gli artisti  al pubblico.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Ci sono critici bravissimi che colgono davvero l’essenza del tuo lavoro, lo descrivono meglio di quello che l’artista stesso potrebbe fare. Questo tipo di critico ha una missione, ama sinceramente l’arte e si fa in alcuni casi anche “scopritore” di artisti. Il difetto invece di una parte di critica “vecchio stile” penso sia l’autoreferenzialità. Questo tipo di critico parla e scrive spesso in maniera ermetica, non mostrando interesse a diffondere e spiegare il lavoro degli artisti, piuttosto volto ad ascoltarsi e a compiacersi del proprio ruolo.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Vorrei sinceramente che conoscessero la storia del mio percorso artistico “diverso”, che arrivasse il messaggio che se hai un talento devi rincorrerlo e portarlo alla luce, anche se hai già intrapreso altre strade non è mai troppo tardi, che questa è la missione più importante della tua vita perché è l’unico modo di esprimere la tua unicità nel mondo. Mi piacerebbe inoltre che i lettori conoscessero le mie opere dal vivo per ascoltare le sensazioni e le emozioni che esse suscitato in loro.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Mi piacerebbe una domanda su come nasce una mia opera, sul rapporto che ho con la materia mentre creo.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ART 3.0 − AutoRiTratti
Silvia Logi
in collaborazione con Accademia dei Sensi
elenco opere nelle immagini Infinita terra toscana; Pesce galassia; Libellula; Sailors to the Moon; Il canto ascendente dell'albero millenario; Forze uguali e contrarie; Moonlight on the Utopian City; Calore in movimento
website http://www.silvialogi.it/

 

3 commenti

  • Link al commento Voloestats Martedì, 10 Ottobre 2017 14:54 inviato da Voloestats

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