“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Giovedì, 04 Dicembre 2014 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Marco Manzella

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La pittura può essere una cosa molto seria, soprattutto se la si considera uno strumento di indagine, il tentativo di capire il caos che ci circonda provando a trovare delle regole, o meglio: provando ad immaginarle. Dipingere per provare ad interpretare un mondo che non si capisce. Questo è il cuore di chi, come Marco Manzella, lavora con l’immaginazione utilizzando la pittura come elemento narrativo.

Per essere narrato il racconto va “messo in scena” costruendo, con la composizione, qualcosa che deve funzionare come un piccolo teatro. Come all’Opera, dove lo spettatore accetta come regola del gioco tutte le assurdità di una situazione meravigliosamente finta, con i personaggi che “cantano” le loro azioni e le loro emozioni recitando in modo del tutto innaturale.
Il dipinto, una volta finito, inizia una vita propria. Questa vita inizia quando provoca la complicità dell’osservatore. Solo allora esiste. Marco Manzella lavora su questo nel tentativo di mettersi in comunicazione con l’altrui disponibilità, con l’altrui stare al gioco.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
C’è stato sicuramente un forte desiderio che è cresciuto negli anni, ma non un preciso momento, oppure un fatto che mi ha indotto a decidere, però ricordo molto bene il primo momento in cui ho visto nell’arte il modo di fermare il tempo ed è stato all’età di dodici anni. Un viaggio a Mantova con la scuola mi ha messo davanti ad un’emozione che mi ha lasciato a bocca aperta: la rivelazione della Camera degli Sposi dipinta da Andrea Mantegna. Avevo già visto quei dipinti sui libri, ma solo quando mi ci sono trovato “dentro”  ho percepito quanto, un’opera d’arte, possa “imbalsamare” un momento, fermando la storia, diventando la testimonianza di un autore e di un’epoca.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
La mia produzione pittorica è iniziata nei primi anni ’80, prevalentemente con opere su carta (acquarelli, chine, incisioni). Verso la fine degli anni ’80 ho realizzato pannelli con stesure di malte colorate: il lavoro sembrava andare in direzione sempre meno figurativa ma, l’idea di raccontare una storia con l’utilizzo delle figure, ha finito col prevalere. Sono così arrivati gli interni luminosi, ma senza via d’uscita, degli anni ’90. Dopo alcuni soggiorni negli Stati Uniti ho incominciato a cambiare il modo di comporre la scena dipinta: i lavori degli ultimi quindici anni sono solitamente esterni, caratterizzati da elementi naturali (come l’acqua, il cielo, il bosco) e colori caldi ed estivi. Il mio lavoro è, da circa venticinque anni, saldamente ancorato alla figurazione. Trovo un’idea di astrazione più forte nella raffigurazione dell’immaginario che nella rinuncia a forme riconoscibili.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato/a e perché?
Certamente ho dei modelli. Ho sempre trovato una forte fonte d’ispirazione nella pittura del Quattrocento, soprattutto in alcuni artisti toscani che raccontavano storie utilizzando le monumentali partiture dell’affresco e le più modeste dimensioni delle predelle e delle miniature. Mi interessano le audaci contrapposizioni cromatiche dei pittori manieristi, la sintesi formale dei francesi Nabis ed il rigore di alcuni pittori italiani degli anni ’20: il momento definito di “ritorno all’ordine”.
Anche l’illustrazione ed il fumetto sono per me un continuo motivo di interesse. Non leggo − invece − riviste d’arte contemporanea: non sono interessato al “trendy”.

Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Come quasi tutti i pittori che conosco sono abbastanza disgustato e deluso da come funziona il mercato dell’arte. Spesso la qualità delle proposte artistiche ed il sistema di valutazione e quotazioni sono completamente scollati tra loro a causa di un gioco di marketing nel quale l’artista può risultare completamente escluso. C’è un mondo molto fittizio che vive su fiere, mostre e cosiddetti eventi.
Detto ciò è anche assurdo scandalizzarsi perché nel mondo dell’arte si fanno calcoli e gira denaro. Da Giotto − prima grande figura di artista-imprenditore in poi, in Italia − quello dell’arte è stato un “mestiere” dove ogni artista, grande o piccolo, doveva necessariamente fare i conti con regole non scelte che riguardavano commissioni, gusti, contrattazioni e molto altro ancora.

Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Sono molte le opere a cui sono davvero legato, forse un po’ troppe per elencarle. Alcune di loro mi hanno lasciato senza parole nel momento in cui le ho viste per la prima volta. Andando in ordine cronologico direi: Il Battesimo di Cristo a Londra, di Pier della Francesca; la Caccia notturna di Oxford, di Paolo Uccello; l’Estasi di San Francesco di New York, di Giovanni Bellini; la Deposizione dalla Croce di Volterra, del Rosso Fiorentino; la Deposizione di Santa Felicita, di Pontormo; la Silvana Cenni di Felice Casorati.

Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Ci sono città che si hanno nel cuore ed avere la possibilità di esporre in un luogo caro dà un’enorme soddisfazione. Ricordo l’apertura della mia prima personale a Livorno, la città dove sono nato, come un momento di grande emozione. Anche esporre all’estero, nei luoghi giusti ovviamente, è molto motivante. Pur potendo fare qualche eccezione non mi piacciono le mostre in luoghi pubblici destinati a tutt’altro. Preferisco la galleria o lo spazio istituzionale, la messa si celebra nel tempio.
Il periodo dell’anno è indifferente, ma nelle città si finisce per sfruttare l’epoca ottobre-aprile, poi la gente scappa ai mari, ai laghi, ai monti. Naturalmente è diverso per le mostre istituzionali.

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Vivere d’arte in Italia è veramente molto difficile, specialmente in questo momento, ma è possibile e ci si deve provare, se si crede nel proprio lavoro. Rimanere agganciati ad un’altra attività per paura di non riuscire nel proprio lavoro creativo ruba inevitabilmente motivazione, energia, concentrazione e tanto tanto tanto tempo. Col risultato di alimentare sempre più grandi frustrazioni col passare del tempo.
La frase “... eh, se mi fossi buttato a capofitto nell’arte tanti anni fa...” l’ho sentita troppe volte dire a persone deluse dal fatto di non averci provato.
Concepisco il pittore come un professionista che è pittore ogni giorno.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
È continuo lo scontro tra il proprio legittimo desiderio di esprimersi e di affermare il proprio lavoro, ed un sistema dove tutto viene gestito con grande cinismo. Intendo dire il mercato, ma anche il sistema di organizzazione, comunicazione, pubblicità e critica, è spesso completamente slegato dalla qualità di ciò che viene proposto. Tutto finisce per essere esasperato, è tutto un gridare al miracolo e alla novità. Lo dimostrano le quotazioni assurde per artisti inventati a tavolino, proposti con operazioni di marketing incredibilmente ben congegnate. Credo che l’artista sia invece un essere solo, mai come oggi solo. L’isolamento è però un valore; l’artista deve trovare in questa solitudine l’ordine del proprio lavoro, la concentrazione, la continuità, la propria disciplina. Sbaglia quando cerca di seguire l’onda, la moda, la tendenza.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
La critica dovrebbe essere in grado di fare una cernita delle proposte artistiche, individuando talenti e connessioni fra artisti. Dovrebbe essere cioè capace di valorizzare e promuovere, individuando anche delle chiavi di lettura corrette per avvicinarsi all’opera di un autore. Diffido invece della critica intesa come “Ora ti spiego cosa l’artista ha fatto”. Questo perché l’opera d’arte deve avere già in se le qualità comunicative capaci di farle leggere ed apprezzare. A volte, invece, si vede il lavoro di critici che scrivono e presenziano col solo fine di parlare di se stessi.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Provo piacere quando vedo che quella che è la mia linea di lavoro, diciamo la mia poetica, viene intesa e condivisa, partecipata da chi la guarda. Mi soddisfa sapere di aver fatto pensare, di aver provocato un’emozione, una sensazione di pace oppure di inquietudine. Dipingo per parlare, per raccontare, per stabilire un contatto con chi guarda il mio lavoro. A volte un’osservazione inaspettata mi può aprire ad una riflessione nuova, uno stimolo che può essere interessante approfondire.

 

 

 

 

 

 

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Marco Manzella
in collaborazione con FiorGen Onlus, Accademia dei Sensi
elenco immagini nelle foto Piscina XXVI (tempera su tavola, 2012); Il racconto nel bosco sacro II (tempera su tavola, n.d.); Finale di partita (tempera su tavola, 2012); Fondazione di una città (tempera su tela, 2014); Elogio della solitudine (tempera su tavola, 2014); Il racconto del bosco sacro VI (tempera su tavola, 2014)
website www.marcomanzella.it

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